BOSNIA: Focus elezioni/2 – La campagna elettorale comincia dal velo islamico

di Matteo Zola

Le elezioni si avvicinano, e la campagna elettorale entra nel vivo. Come in tutte le campagne elettorali, certe dichiarazioni populiste sono da tenere in poco conto. E Milorad Dodik, primo ministro della Repubblica Srpska -l’entità amministrativa serba della Federazione di Bosnia Erzegovina- è tipo che le spara grosse. Questa però sembra più seria: il Parlamento della Bosnia Erzegovina sta discutendo infatti sulla proibizione del velo islamico integrale, il niqhab. A proporre una legge che vieti d’indossarlo in qualsiasi luogo pubblico, quindi anche per strada, è l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Snds), partito di Dodik, egemone della Repubblica Srpska. Va ricordato che -per le donne che lo indossano- il velo è necessario per uscire di casa poiché non possono mostrarsi senza velo in pubblico. Occorre anche ricordare quanto moderato ed “europeo” sia l’Islam bosniaco, e la maggioranza delle donne islamiche bosniache non indossa il niqhab. Certo la proposta del partito serbo di Dodik è una boutade elettorale, e ha il fine preciso di guadagnare consensi nella popolazione serba. Essa non è però semplice espressione di “intolleranza”.

L’Islam bosniaco si è trovato dalla fine della guerra attraversato da correnti radicaliste che ne minano il fondamentale laicismo. Correnti di matrice salafita e wahabita, provenienti principalmente dall’Arabia Saudita. Ciò si deve all’isolamento cui la componente musulmana del Paese (i “bosniacchi“) ha dovuto far fronte. La società bosniaca prima della guerra non era rigidamente divisa su base territoriale -percorsa da frontiere invisibili che separano nettamente le comunità- come invece è ora. La componente musulmana, dopo la guerra, si è trovata geograficamente  compatta. Molti bosniacchi sono emigrati dalle zone assegnate ai serbi dagli accordi di Dayton per insediarsi in quelle di pertinenza croato-musulmana. Così isolati hanno guardato alla Turchia, rivalutando il passato ottomano e cercando in esso un elemento identitario forte. La Turchia. che nei Balcani gioca una partita su più fronti, non è mancata all’appello e si è messa ad investire in Bosnia. L’Arabia Saudita ha fatto lo stesso, al fine di espandere la propria egemonia culturale. Investimenti per la ricostruzione di infrastrutture e moschee ma anche di università. Investire denaro significa tessere reti diplomatiche e proporsi come “partner” e “guida” politica, economica e in questo caso religiosa. 

Attraverso la (ri)costruzione di moschee e madrase il Regno d’Arabia Saudita diffonde la sua influenza culturale sui Balcani facendosi portatore di un Islam radicale. La Turchia, Paese laico per eccellenza, ha visto negli ultimi anni un rimontare dell’islamismo. Il premier turco Erdogan è il rappresentante di un partito islamico, seppur moderato. E la Turchia sta compiendo nei Balcani una vera e propria offensiva culturale attraverso la Fondazione Emre

In un simile contesto la proposta del partito di Dodik potrebbe avere risvolti positivi -ma del tutto non voluti dai proponenti- per l’Islam bosniaco. I “nuovi musulmani” dalle barba lunghe e dai pantaloni fino alla caviglia – in parte di origine bosniaca, in parte ex combattenti stranieri nella guerra degli anni ’90le cui mogli indossano il velo integrale -, fedeli dell’Islam wahabita o salafita, vengono spesso percepiti come un corpo estraneo alla società, portatore di tradizioni religiose estranee alla penisola balcanica, verso il quale i vertici religiosi e politici bosniacchi si sarebbero rivelati troppo tolleranti. L’attentato di Bugojno del giugno scorso ha gettato una luce inquietante sull’esistenza di un Islam radicale nei Balcani.

Il divieto di esibire simboli religiosi islamici è certo motivato, come si è detto, da logiche di creazione del consenso tutte interne alla popolazione serba. Esso però potrebbe porre un freno al radicalismo religioso in Bosnia, oggi minoritario ma in crescita. 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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