DAGHESTAN: Sempre più vicini alla guerra. Parte I

Abbiamo già visto che il 28 agosto in Daghestan è stato ucciso un importante leader dei musulmani locali, lo sheykh Said Afandi (Effendi) Čirkejskij, di etnia àvara. L’assassinio, compiuto da una terrorista suicida, una cosiddetta šahida (“martire”, nel linguaggio dei fondamentalisti islamici) ha suscitato molte emozioni in questa repubblica nord-caucasica della Russia, considerata la più “islamizzata” della Federazione. Questo delitto ha colpito uno dei maestri spirituali (ustād) dell’islam “confraternale”, particolarmente della confraternita sufica (mistica) di origine centroasiatica denominata Naqšbandiya. La morte violenta di sheykh Said Afandi, si osserva negli ambienti politici e religiosi di Makhackala, può suscitare una reazione a catena nello stesso Daghestan e scuotere tutto il Nord-Caucaso. Insomma, ricompare la paura di una guerra.

Una nuova guerra nel Nord-Caucaso, dopo la sanguinosa esperienza della Cecenia. Non saranno paure esagerate? Richiamiamo ciò che osserva un giornalista dagestano, Narimin Gadžiev, già da noi citato in un precedente articolo: “La gente qui ormai non si fida più di nessuno. Il punto di vista ufficiale è che abbiamo una già prevista rotazione di militari. Quello non ufficiale è che domani scoppierà la guerra. Nel Daghestan è già cresciuta un’intera generazione di bambini i cui genitori si sono abituati al pensiero che domani può scoppiare le guerra”.

Questi timori sono confermati dalle notizie che da Mosca arrivano a Makhačkala. Finora la campagna antipartigiana in Daghestan veniva condotta prevalentemente dai servizi segreti e dalle truppe (sostanzialmente di polizia) dipendenti dal ministero degli interni. Ora sembra che in questa attività interverrà più spesso il ministero della difesa con l’impiego dell’esercito. Il “Novoe delo” di Makhačkala, che ha buoni contatto nei comandi militari, scrive il 7 settembre scorso: “Il ministero della difesa della Russia ha esaminato al più alto livello (quindi almeno con la partecipazione del titolare Anatolij Serdjukov – ndr) la possibilità di far partecipare suoi reparti a diverse operazioni armate condotte oggi nella regione nord-caucasica dalle forze dei servizi segreti e del ministero degli interni della Russia”, mentre “in qualità di repubblica più instabile ed esplosiva viene indicato soprattutto il Daghestan”. Il giornale quindi rileva che “solo alla fine di agosto nel Nord-Caucaso sono morti 15 e sono rimasti feriti 11 soldati e ufficiali”, perdite che, precisa il quotidiano, “sono paragonabili al periodo in cui le truppe conducevano nella regione azioni militari attive”, cioè erano impegnate in una guerra, come in Cecenia.

Intanto reparti dell’esercito russo, dopo una lunga interruzione durata dall’ottobre di quest’anno, di nuovo prendono parte allo svolgimento di “operazioni controterrorisriche” mirate alla distruzione delle bande armate di guerriglieri nel Nord-Caucaso. La decisione, dopo le direttive diramate dal ministero della difesa e di cui abbiamo testé parlato, è stata presa dal “Comitato nazionale antiterrorismo” e dallo “Stato maggiore operativo federale”. Oggi non si sa in quale “formato” incomincerà ad agire l’esercito, per esempio, in Daghestan, una volta ricevuto il “via libera” dalle strutture competenti, ma, osserva il “Novoe delo”, non si esclude la variante della Cecenia degli anni ’90 del secolo scorso, quando in quella repubblica, ricordiamolo, confinante a ovest col Daghestan, erano in funzione 46 comandi (komendatury) militari che, parallelamente, controllavano anche l’attività amministrativa locale.

“In pratica – scrive allarmato il giornale di Makhačkala – ciò significa un’intensificazione della componente costrittiva e repressiva, l’imposizione del coprifuoco, la totale diffidenza di tutti verso tutti, la sindrome dell’occupazione e della fortezza assediata, il completo disprezzo dei diritti civili con tutte le conseguenze catastrofiche che ne derivano per i semplici abitanti del Daghestan”. “Novoe delo” osserva che “non si esclude un’ancora maggiore destabilizzazione. Naturalmente chi ne ha la possibilità, lascerà subito la (nostra) repubblica, mentre il cittadino comune rimarrà a tu per tu con i guerriglieri e i militari venuti da fuori”. La conclusione è che “nessuno dei detentori del potere può (o vuole?) scongiurare questo scenario di sviluppo degli avvenimenti”. È possibile dunque che Vladimir Putin stia preparando una nuova “campagna nord-caucasica” (in realtà in preparazione da mesi) per conquistarsi una facile popolarità scatenando una nuova guerra nord-caucasica come già avvenne con l’attacco di Basaev e Khattab al Daghestan nel 1999, usato come pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e come facile trampolino emotivo per ottenere la maggioranza alle elezioni presidenziali del marzo 2000.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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