BOSNIA: Nuove centrali idroelettriche, accordo tra Rep. Srpska e Croazia. Tra rischi ambientali e tensioni etniche

Il 2 ottobre il premier della Republika Srpska e il vice-primo ministro croato hanno firmato a Trebinje un memorandum d’intesa per la costruzione della centrale idroelettrica “Dubrovnik II”, assieme alle società di distribuzione dell’energia elettrica dell’entità serba (EPRS – Elektroprivreda Republike Srpske) e della Croazia (Hrvatska Elektroprivreda – HEP).

La controversa e contestata “Dubrovnik II” fa parte del progetto denominato Gornji Horizonti che mira alla costruzione di centrali idroelettriche nei territori di Bosnia Erzegovina e Croazia, cofinanziato dalla compagnia britannica ETF. In base a quanto stabilito dal progetto, per la realizzazione del sistema di dighe e bacini artificiali necessari alla produzione di energia le acque del bacino del fiume Neretva subiranno una deviazione verso il bacino del fiume Trebišnjica. Secondo quanto affermato dalle autorità competenti, il progetto è particolarmente importante perché contribuirebbe alla stabilità energetica di entrambi i paesi coinvolti. Alla “Dubrovnik II” dovrebbero poi far seguito altre centrali come “Dabar”, nel territorio della Republika Srpska e “Ombla”, in Croazia.

Le reazioni della società civile

Il progetto non ha mancato di destare polemiche tra la società civile e la popolazione locale preoccupata per l’impatto negativo derivante dalla costruzione delle centrali e delle dighe. La principale critica che le ONG ambientaliste bosniache e croate avanzano, sostenute dal Progetto Mediterraneo del WWF che è presente nella zona con il programma DASHI (Dinaric Arc Sustainable Hydropower Initiative), è l’obsolescenza del progetto. Le centrali, infatti, erano state pianificate negli anni cinquanta e da allora il piano originale non ha subito modifiche sostanziali. Inoltre a quel tempo non era stata prevista alcuna valutazione di impatto ambientale sul territorio circostante. Impatto che, stando a quando riferiscono le ONG e associazioni coinvolte, sarebbe molto negativo. Infine il sistema Gornji Horizonti, oltre a non essere al passo coi tempi, non lo è nemmeno con gli attuali standard europei.

Le società di distribuzione dell’energia elettrica non si sono fatte fermare dalle critiche avanzate dalla società civile né dalle richieste di revisione del progetto, ma hanno continuato sulla loro strada incuranti del fatto che la deviazione delle acque della Neretva comporterebbe l’inaridimento delle sue zone umide, con conseguenze come la sparizione di piante e specie animali protette. Ciò che viene quindi richiesto a gran voce è che venga avviata una nuova valutazione strategica di impatto ambientale congiunta tra Bosnia Erzegovina e Croazia e che, prima di avviare i lavori, le infrastrutture esistenti vengano adeguate agli standard europei.

Conseguenze negative per l’ecosistema e l’agricoltura

Una zona che verrebbe particolarmente colpita dalla diversione delle acque è il parco naturale di Hutovo Blato: il parco, incluso nella lista delle zone umide di importanza internazionale tutelate dalla convenzione Ramsar, di cui anche lo stato di Bosnia Erzegovina è firmatario, ha già risentito dell’impatto della diga di Čapljina, costruita nel 1979 sul fiume Trebišnjica. La deviazione dell’acqua verso i laghi artificiali della diga di Čapljina ha inaridito la zona di Hutovo Blato, dimezzando di conseguenza la fauna ornitologica presente nel parco e la scomparsa di alcune rare specie di uccelli.

Ma le centrali idroelettriche previste dal sistema Gornji Horizonti non avrebbero conseguenze negative solo sull’ecosistema, ma anche sull’agricoltura, attività che in Bosnia Erzegovina costituisce un mezzo di sostentamento per gran parte della popolazione. La centrale “Dubrovnik II” infatti, sorgerebbe in territorio croato, ma causerebbe i danni maggiori nel territorio dell’Erzegovina orientale da dove l’acqua proviene. Questa regione, già particolarmente povera, sarebbe la più colpita dall’inaridimento causato dalla deviazione delle acque, con conseguenze particolarmente pesanti anche sull’agricoltura per la mancata affluenza di acqua nel territorio e alla salinizzazione del delta della Neretva.

Nuovi attriti tra le due entità

In base a quanto riferito dagli ambientalisti locali, la situazione è ancora più complicata in quanto i problemi tra le tre compagnie elettriche coinvolte nel progetto – le già citate Elektroprivreda RS e HEP, alle quali si deve aggiungere la compagnia britannica investitrice ETF – continuano dai tempi dell’implementazione della prima fase del progetto e non sembrano destinati a placarsi. Ma il problema maggiore, come in questi casi in Bosnia Erzegovina, è quello politico. Innanzitutto l’accordo bilaterale firmato con Croazia sulla gestione congiunta delle acque non è stato rispettato. Infatti la Republika Srpska ha scavalcato di fatto il governo centrale stipulando un accordo direttamente con la Croazia, comportandosi come uno stato a sé. Inoltre le assemblee pubbliche previste nel quadro della valutazione di impatto ambientale sono state svolte solamente nel territorio dell’entità serba, escludendo di fatto i cittadini della Federazione croato-musulmana.

La società civile bosniaca e croata si è fatta sentire tramite ONG come WWF, Save Neretva e Eko Most, che hanno fatto pervenire al ministro dell’ecologia della Republika Srpska commenti al progetto e proposte alternative. Il ministro, dal canto suo, ha però ritenuto che non ci fosse nessun ostacolo effettivo ad impedire la realizzazione del progetto Gornji Horizonti.

Il governo della Federazione croato-musulmana sembra ora intenzionato ad avviare un’azione legale nei confronti dell’entità serba, se questa continuerà a non prendere in considerazione i pareri della società civile e dell’agenzia di gestione delle acque della Federazione sulla questione delle centrali idroelettriche.

Dayton: quale futuro?

Ancora una volta diatribe di questo genere alimentano le tensioni in Bosnia Erzegovina, dimostrando quanto sia fragile e precario il suo equilibrio interno. Gli accordi di Dayton, infatti, congelando la situazione del 1995 sembrano non aver fatto altro che aumentare la divisione del paese ed esasperare le differenze tra le due entità, che agiscono come due stati a parte spesso in conflitto tra di loro. Quel che è certo è che, nuovamente, la Bosnia Erzegovina rischia di perdere una parte importante del suo ricco patrimonio naturale per l’impossibilità di trovare un accordo tra le due entità e le innumerevoli autorità competenti.

 Foto: TMNews

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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