UZBEKISTAN: Dagli Usa un possibile sostegno al regime di Karimov

# PARTE QUARTA: Uzbekistan

L’Asia Centrale si sta posizionando in attesa dalla fine della missione ISAF in Afghanistan nel 2014. Il ritiro delle truppe occidentali promette a questi paesi, soprattutto Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan determinati vantaggi, sia di carattere economico che strategico. I tre paesi indicati sperano di beneficiare delle armi e della tecnica militare americana che gli USA lasceranno sulla regione e di poter affittare basi o punti d’appoggio a quelle truppe USA che certamente non abbandoneranno la regione. Nello stesso tempo i tre paesi pensano anche di “ricattare” la Russia, sfruttando la minaccia di passare con gli americani per ottenere condizioni migliori di affitto per le basi che Mosca possiede in Asia Centrale.

Abbiamo già parlato del Kirghisistan e del Tagikistan. La terza repubblica dell’Asia Centrale che potrebbe accogliere i militari americani in partenza dall’Afghanistan è l’Uzbekistan, il più popoloso degli stati della regione. Dal 2001 al 2005 il Pentagono era già stato presente su questo territorio dopo che, praticamente, aveva ricostruito dalle fondamenta nella regione di Kaška-Dar’ja l’aeroporto militare di Khanabad. Gli americani pagarono per l’utilizzazione di questa base 10 milioni di dollari l’anno, ma dopo che le autorità uzbeke, agli ordini di Islam Karimov, ebbero perpetrato il massacro di Andižan e l’opinione pubblica internazionale incominciò a premere sulla Taškent ufficiale, i rapporti degli USA con Karimov si guastarono e gli Stati Uniti furono costretti a ritirare i propri militari.

Dopo questi fatti l’Uzbekistan ritornò nel CSTO (ODKB) per uscirne nuovamente nel 2012, dando così ai media l’occasione di parlare di un nuovo voltafaccia della politica estera uzbeka. Secondo la maggioranza degli osservatori, gli USA chiuderebbero volentieri entrambi gli occhi su tutte le violazioni dei diritti dell’uomo che avvengono in Uzbekistan, se riuscissero a mettersi d’accordo con Karimov sulla propria presenza militare nella repubblica, se non altro almeno di nuovo a Khanabad. In questo caso le autorità uzbeke avrebbero non solo un vantaggio finanziario, ma anche qualcosa di molto più importante: una garanzia di stabilità dell’attuale regime. Nello stesso tempo gli americani conquisterebbero un alleato che dispone dell’esercito meglio organizzato in Asia Centrale. Ottenuto l’appoggio degli USA, Taškent potrebbe senz’altro cercare di ristabilire la sua posizione dominante nella regione che negli ultimi anni si era non poco offuscata.

Comunque sia, la fine dell’operazione NATO in Afghanistan e l’interesse degli USA a rafforzare le proprie retrovie, nei prossimi anni possono trasformare l’Asia Centrale in un’arena di aperto conflitto fra Mosca e Washington. Nella storia della regione una situazione del genere c’è già stata, nel XIX sec., quando in quell’area si contrapponevano gli imperi russo e britannico. Allora la Russia seppe difendere le sue posizioni. Vedremo se e come ci riuscirà oggi.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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