Lettonia a passo dell'oca

 

Da questo 2010, il primo luglio di ogni anno in Lettonia ci si appresta a commemorare l’invasione delle truppe naziste del piccolo paese baltico avvenuta nel 1941. Una conquista salutata come una liberazione dal giogo sovietico. Una ricorrenza che nelle intenzioni degli organizzatori dovrà contrastare quella del 9 maggio, deputata ogni anno a ricordare la vittoria dell’Urss nella seconda guerra mondiale e celebrata dalla maggioranza dei lettoni di origine russa.

Due feste per le due anime che compongono un Paese tornato ad autogovernarsi solo nel 1991, e che dal 2004 è membro della Nato e dell’Unione Europea: quella lettone, nazionalista e che parla l’idioma locale, e quella russa, trovatasi improvvisamente straniera in casa quando l’Unione Sovietica crollò miseramente. Sono circa un terzo della popolazione, quasi 2,3 milioni di persone, che parlano (anche) il russo e che non sono proprio inseriti e tollerati.

Il permesso per la manifestazione filo-nazista, organizzata nella capitale Riga, è stato dato da un tribunale locale dopo che le autorità cittadine si erano opposte. Ed ha messo in difficoltà il governo lettone dettosi prontamente turbato e disorientato. Il primo ministro Valdis Dombrovskis e il ministro degli esteri Aivars Ronis hanno parlato di rispetto della costituzione e dell’indipendenza dei tribunali, ma anche di una libertà di espressione che non può portare alla propaganda hitleriana.

Eppure, da un decennio, la Lettonia autorizza ogni 16 di marzo il raduno e la marcia dei veterani delle Waffen SS. Una manifestazione, anche questa, che paradossalmente si svolge di fronte al capitolino Monumento per la Libertà, dove insieme ad anziani combattenti sfilano giovani e meno giovani di fede hitleriana.

Figli e pronipoti di quei circa 150mila lettoni che costituirono il maggior contingente straniero dell’esercito nazista. Pur non considerati da Hitler dei veri e propri ariani, molti degli abitanti del piccolo paese baltico, sia per forza che come volontari, andarono ad ingrossare le fila delle SS, distinguendosi per coraggio e lealtà, anche nell’ultima disperata difesa di Berlino.

I legionari che a marzo ricordano la partecipazione lettone a fianco della Germania nazista non sono particolarmente scoraggiati dalle autorità locali. La manifestazione viene spesso vietata, ma alla fine tollerata e protetta dalle forze dell’ordine, preoccupate di non farla entrare in collisione con quella antifascista che puntualmente scende in piazza per protesta.

A protestare invece contro la manifestazione di inizio luglio è stato il cacciatore di nazisti Efraim Zuroff, profondamente indignato da una ricorrenza che è un schiaffo alle migliaia di vittime dei nazisti in Lettonia. Soprattutto ebrei, rinchiusi e uccisi anche nel locale campo di concentramento di Salaspils, tristemente noto per le 90mila persone che vi trovarono la morte e per gli esperimenti fatti dai nazisti su cavie umane. Ma anche perché lo stesso lager è stato descritto in un testo scolastico del 2004 come un semplice “campo di rieducazione”, suscitando lo sdegno della comunità ebraica e non solo, e l’imbarazzo delle autorità locali. Autorità pronte a ricevere, lo scorso 4 luglio, la visita del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, e che sono state salvate in calcio d’angolo dalla polizia di Riga, pronta a bloccare la manifestazione e rispedire tutti a casa.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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2 commenti

  1. Non bisogna dimenticare però che di “quei circa 150mila lettoni che costituirono il maggior contingente straniero dell’esercito” una parte consistente lo fece per difendere il proprio paese dall’avanzata sovietica, che abbiamo visto nei successivi 40 anni quanti danni ha fatto alla povera Lettonia, tentando di cancellarne completamente la cultura! In una situazione di guerra del genere sono sicuro che tante persone farebbero di tutto per difendere il proprio Stato e la propria identità, anche passare nelle fila di un regime brutale!

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