Tutto iniziò col populismo alpino

In Europa la destra populista sembra avere sempre più successo. A est non è certo una novità: in Ungheria, in Slovacchia e in Romania veri e propri partiti fascisti godono da sempre di un certo seguito. Sulla scia delle ideologie nazionaliste degli anni trenta, queste formazioni si battono per un’identità nazionale etnico-religiosa e alimentano vecchi contenziosi territoriali e la questione delle minoranze fuori frontiera. “A ovest invece l’estrema destra assume forme meno evidenti. Si assiste a un grande rinnovamento della destra legato all’identità, con la creazione di una nuova generazione di partiti di destra radicale” spiega Marion Van Renterghem, giornalista di Le Monde.

Questa nuova destra radicale riassume in sé i caratteri del nazionalismo tradizionale ma, in un certo senso, li supera affermando etno-nazionalismi a base regionale che si contrappongono ai tradizionali stati nazionali, minacciandone l’integrità territoriale. Secessionismi e indipendentismi si legano così a etnocentrismi esclusivi per i quali l’altro è un intruso, un diverso non assimilabile quando non un pericolo per l’identità. Il concetto di identità è quindi interpretato come rigido e immutabile, astorico e metafisico. In nome di questa identità impossibile (sappiamo tutti quanto nei secoli gli scambi di popolazioni abbiano reso impossibile qualsiasi purismo razziale) si re-inventa una tradizione fatta, perlopiù, di folclore riesumato dal romanticismo ottocentesco ma attribuito ad atavismi medievali.

Lo sviluppo, in Europa occidentale, di questa nuova destra etno-nazionalista si deve alle leggi contro il negazionismo, l’antisemitismo o il razzismo, che hanno reso la continuità col fascismo un vicolo cieco. Nella parte orientale, invece, il fiorire di partiti neofascisti è favorito proprio dall’assenza di veti e anzi in certi casi, come quello ungherese o lettone, il retaggio fascista si associa a quella libertà perduta a causa dell’invasore sovietico.

In principio fu il populismo alpino

“In Europa occidentale”, osserva ancora Marion Van Renterghem, “l’estrema destra di oggi si allontana dall’abituale riferimento al fascismoe ai regimi autoritari del periodo tra le due guerre. L’estrema destra tradizionale è una cultura marginale, un elemento della società più che una realtà politica, come il partito neonazista (Npd) in Germania”.

Alla fine degli anni novanta si era affermato il concetto di “populismo alpino“. Allora, infatti, il Partito austriaco della libertà (Fpö) di Jorg Haider si alleava con i conservatori in Austria, l’Unione democratica del centro (Udc) di Christoph Blocher si rafforzava in Svizzera e la Lega Nord entrava nel governo di Berlusconi in Italia. “Nei loro discorsi”, spiega la Van Renterghem, “i tre partiti si assomigliano: ai margini della Mitteleuropa, questo cuore alpino veicola i ricordi della minaccia ottomana, l’ossessione dell’islam e lo spettro della guerra jugoslava, all’origine dei vari flussi migratori“. Il populismo alpino è il prototipo delle nuove destre dell’Europa occidentale. Poi si è aggiunto un elemento facilmente strumentalizzabile: gli attentati dell’11 settembre 2001 e la fobia dell’islam. Di recente la Svizzera si è espressa per referendum contro la costruzione dei minareti, ispirandosi alle leggi analoghe di due Länder austriaci, il Vorarlberg e la Carinzia. Proprio la Svizzera è patria della Lega dei Ticinesi, partito etno-nazionalista della minoranza italiana che vede negli italiani dello stivale un nemico da stroncare: una testimonianza del cortocircuito politico della nuova destra estrema.

L’Europa è la bestia nera

I leader di questi partiti fanno di tutto per non farsi attribuire l’etichetta di “estremista” e per rimanere all’interno del gioco democratico. Questi “populisti di destra” preferiscono, come i loro colleghi di estrema sinistra, la democrazia diretta a quella rappresentativa, e denunciano la distanza delle élite dalla realtà, la loro chiusura, e la loro corruzione a opera del cosmopolitismo e della globalizzazione. Questi movimenti raccomandano una democrazia di opinione che trasformi in legge le pulsioni del momento: il popolo, affermano, sa quello che le élite non hanno né vissuto né capito. Bruxelles è la loro bestia nera, a cui aggiungono la xenofobia, la ricostituzione di un’identità etnica, la denuncia della società multiculturale e, soprattutto, l’islam.

Nei Paesi Bassi, storica patria tolleranza, il cambiamento si traduce con l’affermazione dell’anti-islamico Partito della libertà (Pvv) di Geert Wilders. In Italia la Lega Nord di Umberto Bossi fa campagna sul rifiuto dell’altro, prima degli italiani del sud e adesso gli immigrati. In Gran Bretagna lo xenofobo British national party (Bnp) si è radicato a livello locale e ha ottenuto due deputati europei. In Grecia, Allarme popolare ortodosso (Laos) sfrutta il voto di protesta e Alba Dorata, partito neonazista, capitalizza il malcontento dovuto alla crisi economica. In Scandinavia i discorsi sul pericolo dell’islam e degli immigrati musulmani è molto efficace: il Partito del popolo danese (Df) è dal 2001 un alleato indispensabile del governo liberal-conservatore; il Partito del progresso (FrP) è il secondo partito in Norvegia, mentre i Democratici della Svezia (Sd) stanno guadagnando consensi in un paese tradizionalmente aperto e tollerante.

E se, come nel caso francese, ancora si mette un argine ai partiti dichiaratamente fascisti evitando alleanze di governo, i partiti populisti di destra, xenofobi e nazionalisti, sono invece al governo in molti Paesi. Segno, anche questo, della crisi europea che non è solo economica ma anche morale.

Foto: Il raduno della Lega Nord a Pontida nel 2008. Maxalari/Flickr – Presseurop

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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3 commenti

  1. Il lavoro svolto dal Ministro Maroni in cifre: http://bit.ly/c21TKB

    • Gent. Luca

      non si è messo in discussione, non in questo articolo, l’operato del Ministro Maroni. Si è cercato di illustrare un fenomeno (in questo articolo come in altri) che investe la politica europea a est come a ovest. L’ho definito “populismo” poiché coniuga l’aspetto popolare (il saper stare vicino alla gente, come lei sottolinea nella sua biografia) alla demagogia, alla villanità dei modi, allo slogan in luogo del contenuto. E vale per la Lega quanto per l’Sns slovacco, ad esempio. In questo secondo caso il leader Jan Slota dichiarò pubblicamente di voler “sputare sulle checche” che manifestavano al gay pride di Bratislava. Non discuto qui del favore o della contrarietà verso il mondo omosessuale, valuto i termini: “checca” non è parola degna d’un uomo che esercita il potere in modo rispettoso dell’altrui opinione (ed è pur questo uno dei principi della democrazia). “Sputare” è un azione che significa dispregio, che alimenta scontro, è violenza verbale, mentre la coesione sociale e l’armonia stanno alla base di una società civile. Cito la Slovacchia ma la Lega Nord non è dissimile. E lei lo sa bene. Che poi in altra sede quella politica abbia anche (sottolineo “anche”) esiti positivi non mi stupisce. Il prefetto Mori in Sicilia quasi sconfisse la mafia. Uccideva in piazza i mafiosi e i loro parenti. Era un ministro del governo Mussolini. I risultati sono importanti ma la via per la quale si raggiungono non lo è meno. Il fine non sempre giustifica i mezzi. Cordialmente

      Matteo Zola

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