Slovacchia

SLOVACCHIA: L’eterno ritorno dei decreti Benes

In Slovacchia, la nuova legge penale del governo Fico ha riaperto una cicatrice storica, che da otto decenni condiziona i rapporti tra slovacchi e ungheresi.

Lo scorso 23 dicembre il Presidente della repubblica Peter Pellegrini ha firmato un emendamento al codice penale che prevede, nei casi più estremi, fino a sei mesi di detenzione per chi nega o contesta i decreti Benes, dal nome dell’uomo che ha guidato la Cecoslovacchia durante la Seconda guerra mondiale. La norma, contestatissima in patria e non solo, porta con sè delicate implicazioni politiche, storiche e di nazionalità.

La nuova legge in un mare di polemiche

Alla fine di novembre una delegazione di Slovacchia Progressista (Progresívne SlovenskoPS), la principale forza di opposizione al Premier Robert Fico, aveva lanciato dal luogo simbolico di Komarno, cittadina a maggioranza ungherese in riva al Danubio, una campagna di sensibilizzazione sulla legittimità e sugli abusi connessi ai decreti Benes. Concepiti nel 1945 contro le minoranze legate ai paesi dell’Asse e mai ufficialmente abrogati, essi vengono tuttora applicati per attuare espropri di beni e terreni a danno della comunità magiara, che costituisce l’8% della popolazione del paese (circa 450.000 persone).

Come ampiamente riportato dai media internazionali, l’iniziativa di PS ha scatenato un terremoto politico che ha scosso Bratislava così come Budapest, e le cui onde si sono avvertite fino a Bruxelles. In Slovacchia le forze di governo hanno denunciato l’utilizzo strumentale di un tema ancora molto delicato, e hanno ribadito a gran voce che i decreti di Edvard Benes rimangono fondativi sia della ricostruzione dello Stato cecoslovacco dopo il suo smembramento, sia delle relazioni post-belliche con gli ex-nemici. Da qui la decisione forte di criminalizzare chi si esprime pubblicamente in senso contrario.

In Ungheria, come accaduto più volte nel recente passato, Viktor Orban ha preferito mantenere una posizione conciliante per preservare la simbiosi con il suo omologo Fico. Un patriottismo a corrente alternata quello del Primo ministro, che lo ha esposto all’accusa dell’oppositore Peter Magyar di aver abbandonato migliaia di connazionali al loro destino. Un’altra importante manifestazione di solidarietà è arrivata poi dall’eurodeputato Lorant Vincze, rappresentante dei magiari di Transilvania secondo il quale dalla contestazione del nuovo emendamento slovacco passa la credibilità dell’Unione Europea nella difesa dei diritti di proprietà, della libertà di espressione e della memoria storica.

I decreti Benes tra passato e presente

Sacrificati in nome dell’appeasement con il Reich hitleriano, durante la Seconda guerra mondiale i cecoslovacchi vissero anni durissimi segnati da occupazione, violenze e lavori forzati. Nonostante tutto, dal suo esilio londinese il presidente Benes teneva viva la causa nazionale: dialogando con i vertici alleati e con la resistenza in patria, lavorava alla rifondazione dello Stato su base etnica per motivi di sicurezza e di rivalsa.

Nella fase finale del conflitto, a vittoria ormai certa, il principio della colpa collettiva prese il sopravvento. Benes emanò una serie di leggi anti-tedesche e anti-ungheresi che passarono al vaglio delle grandi potenze alla Conferenza di Potsdam (luglio 1945). Nel primo caso le gravissime responsabilità della Germania fecero sì che tutti i paesi dell’Europa centro-orientale avessero mano libera; dalla Cecoslovacchia circa tre milioni di tedeschi vennero espulsi con metodi brutali (oltre 20.000 morirono in quella fase), e i loro beni confiscati come risarcimento di guerra. Nel secondo caso invece gli alleati, nonostante i numeri sbilanciati ai due lati del confine, spinsero per un più moderato scambio di popolazioni, concordato poi tra le parti nel febbraio 1946.

I decreti Benes quindi da un lato risolsero (pur con gravi eccessi) la questione tedesca, dall’altro lasciarono incompiuta quella magiara. La sovietizzazione forzata congelò a lungo lo status quo, ma centinaia di migliaia di persone e altrettante proprietà ungheresi erano rimaste sul territorio nazionale. Proprio su queste ultime la nuova Slovacchia indipendente è tornata ad applicare le norme della discordia, in particolare per l’esproprio di terreni appartenenti agli eredi dei proprietari sgraditi.

Il braccio operativo dello Stato è il Fondo per la terra slovacca; il metodo consiste nella riapertura di vecchie procedure amministrative incompiute o scorrette, che spesso si concludono senza indennizzo; gli scopi sono molteplici, dalla produzione agricola alla realizzazione di strade e grandi infrastrutture. In un appello pubblico la FUEN (Unione federale delle nazionalità europee) ha riportato che oltre 1000 ettari di terreno sono stati confiscati con questo sistema tra il 2019 e il 2025, e non sono rare le contestazioni delle vittime in sede legale.

I futuri voti in palio

Riavvolto il lungo nastro della storia, tra le righe delle polemiche, dei commenti e delle analisi delle ultime settimane emergono anche gli obiettivi elettorali degli attori in campo. Tra i prossimi appuntamenti sul calendario politico slovacco figurano le consultazioni comunali del 2026, ma soprattutto le parlamentari del 2027. I voti in palio, neanche a dirlo, sono quelli della minoranza ungherese, scottata dal recente flop del suo partito di riferimento (Alleanza – Magyar Szövetség), incapace di raggiungere la soglia d’ingresso alla camera nella tornata del 2023.

Il nuovo leader di Alleanza László Gubík si è espresso in modo molto critico sull’emendamento Benes, valutando persino azioni di protesta e di disobbedienza civile, ma per il momento ha preferito non rompere definitivamente con il tandem Fico-Orban, a cui la comunità magiaro-slovacca si è legata in massa negli ultimi anni. In ogni caso questa quota di consenso rimessa in gioco peserà sugli equilibri politici del futuro, e forse anche sull’elaborazione del passato.

Foto: Radio Prague International

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Chi è Enrico Brutti

Si è laureato in Storia all'Università degli studi di Padova

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