I destini d'Europa. Francia, se' vedemo al ballottaggio

di Kaspar Hauser

In Francia si è votato per il primo turno delle presidenziali, i risultati li sappiamo: il socialista banchiere avanti di poco sul presidente uscente, la sinistra che non fa il botto, la destra fiammeggiante che invece esplode. Ora, la questione è un’altra. Le elezioni francesi possono diventare la cartina tornasole della situazione politica del vecchio continente. Nel bene o nel male.

Il galletto vallespluga che risponde al nome di Nicolas Sarkozy, presidente uscente, non ha molte scelte: o cerca i voti dei moderati centristi, perdendo quelli della destra fiammeggiante. Oppure vira a tutta destra e saluti alla moderazione, di cui in effetti non è un campione. In questo caso assisteremmo a una deriva populista della destra repubblicana, costretta a scendere a patti con il diavolo. E davvero di diavolo si tratta: occorre ricordare che fin qui la destra repubblicana ha evitato in ogni modo accordi con il Front National e quando, in piccole municipalità, esponenti del partito hanno stretto mani e patti con omologhi del Front National, sono stati espulsi. Inoltre c’è la possibilità che la destra fiammeggiante ottenga, con il beneplacito di Sarkozy, una legittimazione politica che la faccia uscire dal ghetto rendendola “presentabile”.

Ma il galletto sulla fiamma tricolore rischia di fare un arrosto di proporzioni continentali mandando in fumo un bel pezzo di tradizione democratica europea. Si tratterebbe infatti di una svolta storica per la Francia mai tenera con la destra radicale: nel 1973 venne sciolto “Ordine nuovo” reo di avere organizzato un convegno a tinte razziste sull’immigrazione clandestina (robe che adesso si fanno tutti i giorni in Europa, come cambiano i tempi!). Dall’esperienza di “Ordine nuovo” nacque il Front National e buona parte della destra antiliberista e nazional-popolare europea.

Non solo: il fondatore del Front National, Jean-Marie Le Pen, si formò curando la campagna elettorale di Jean-Louis Tixier-Vignancour, uno che si schierò con Pétain e fu eletto deputato della Repubblica di Vichy, lo stato fantoccio dei collaborazionisti con il terzo Reich. Accanto a questa “lezione” Le Pen sviluppa i canoni della destra antiliberista schierandosi contro l’Unione Europea, contro l’immigrazione, contro la religione islamica, sempre cavalcando il tema “caldo” del periodo storico in cui si trovava. Insomma, il Front National ha un pedigree ideologico che ne fa il partito di destra radicale per eccellenza in Europa.

Sarkozy, dicevamo, ha due scelte: verso il centro o verso destra. Ma verso destra può andarci in due modi: facendo proprie le istanze populiste del Front National o, peggio, legittimando il Front National che forte di questo 19% si presenta alle prossime elezioni politiche come un partito con cui la destra repubblicana deve fare i conti. Una legittimazione in vista di un’alleanza alle politiche sarebbe un “rompete le righe” per la destra europea. Questo sarebbe l’arrosto di cui si diceva sopra con metafora avicola. Già, arrosto, poiché a quel punto chi potrebbe dir nulla a Viktor Orban, o nei confronti dello Jobbik ungherese? chi avrebbe modo di biasimare il nazionalismo del Sns slovacco o il radicalismo religioso di Kaczinsky in Polonia? Da quale scranno l’Europa potrebbe parlare di tolleranza e diritti delle minoranze senza farsi ridere in faccia dai nazionalisti serbi o croati? Se la Francia cede all’estremismo di destra, è l’Europa che cede.

Viceversa, ed è quanto auspicano i partiti socialisti europei, la vittoria di Francois Hollande – il socialista banchiere – potrebbe innescare un effetto domino. E il leader del Partito Democratico italiano ha già dato il suo entusistico placet al leader socialista francese che – vista la tradizione di successi della sinistra italica – non sa più dove metter le mani. Certo, un ritorno dei socialisti in Europa potrebbe aprire una stagione di riforme per l’Unione, oggi troppo economica e poco politica, facendone finalmente un motore di sviluppo e non un tafazzi continentale schiavo di Berlino. Almeno questo è quanto, in sostanza, ha dichiarato di voler fare il socialista banchiere. C’è da credergli? Chissà, certo la Merkel non dorme sonni tranquilli, la kulona (titolo conferito dalla presidenza del consiglio italiana, ndr) ha pure fatto campagna per Sarkozy. Tutto è credibile, anche il nostro rigor Montis sembra un padreterno se stiamo a sentire i tedeschi. Ma questa è un’altra storia.

Certo, un cambiamento l’Europa ce l’avrebbe di sicuro con il galletto alla fiamma e tutto il resto del pollaio europeo ad apprendere passi dall’oca in  camicia plumbea. E se è il cambiamento che vogliamo… Goethe diceva che per liberarsi di un male bisogna portarlo alle estreme conseguenze. Tutti pronti per l’Europa dello svastica camuno? Intanto, dopo questo discorso inutile, romanamente saluto: se’ vedemo.

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Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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