Regioni russe

Se le regioni russe saranno il nuovo centro delle proteste contro il Cremlino

Le regioni russe possono rappresentare un nuovo fronte nella lotta contro il potere del Cremlino? Le proteste di gennaio nella repubblica del Bashkortostan e i recenti provvedimenti presi dal ministero della giustizia sembrano suggerire una risposta positiva. Ma non tutto è così semplice. Ne abbiamo parlato con Vadim Shtepa, filosofo e giornalista russo che dal 2015 vive in Estonia. Oltre ad essere autore di numerosi articoli e libri, Vadim è caporedattore di Region.Expert, un portale dedicato alla questione del regionalismo russo.

Brevissima storia politica di repubbliche e regioni russe

L’attuale suddivisione amministrativa della Federazione Russa è nata dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Approfittando della confusione politica che ha caratterizzato il paese negli anni ’90, molte repubbliche (i soggetti federali più rilevanti, sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista della popolazione) hanno ratificato costituzioni proprie, più o meno radicali. Nel 1992 il regime di Eltsin, preoccupato per la portata del fenomeno, ha firmato un accordo di federazione che sanciva le conquiste rappresentate dalle nuove costituzioni: in particolare le “repubbliche etniche”, cioè quei territori nati come stati nazionali e con una nazionalità titolare, hanno trovato nell’asimmetricità dell’accordo maggiori possibilità di autogoverno, specie rispetto alle repubbliche e alle regioni “russe”. Ma tutto ciò fu vanificato dall’adozione di una nuova costituzione nel 1993, dopo un colpo di mano con cui l’allora presidente sciolse il parlamento.

La nuova costituzione eliminava di fatto le garanzie concesse dall’accordo del 1992, dando ampi poteri a Mosca. Solo per fare qualche esempio, l’articolo 71 della costituzione del 1993 garantiva al governo federale poteri esclusivi sull’economia nazionale, sulle tasse federali, sul budget, sugli affari esteri, sulla difesa e su altre aree strategiche; secondo l’articolo 15.1: “La Costituzione ha forza legale suprema e si applica su tutto il territorio della Federazione Russa. Le leggi e gli altri provvedimenti legali adottati sul territorio della Federazione non devono contraddire la Costituzione”; per l’articolo 76.4: “In caso di conflitto tra una legge federale e un altro provvedimento promulgato sul territorio della Federazione Russa, prevale la legge federale”.

Non tutti i soggetti federali ratificarono la Costituzione: per sopperire alla mancata firma, Eltsin stipulò accordi bilaterali negoziati con repubbliche e territori. Solo la Repubblica Cecena non firmò l’accordo del 1992 e si rifiutò di tenere referendum per l’approvazione della Costituzione del 1993. Per prevenire la secessione della repubblica, il Cremlino inviò le sue truppe in Cecenia, dando il via alle due sanguinose guerre del 1994 e del 1999.

I 20 e più anni di presidenza di Vladimir Putin sono proseguiti nel solco della centralizzazione già tracciato dal suo predecessore, per esempio accorpando più soggetti federali o utilizzando il suo partito, Russia Unita, per impedire a candidati ostili di insediarsi al governo delle regioni.

Nonostante il nome di Federazione Russa, dal punto di vista economico e politico il paese somiglia sempre più ad uno stato unitario.

Approcci imperiali e proteste

“La Russia non può essere intesa come uno stato nazionale – dice Vadim Shtepa – ma rimane un impero”. E degli imperi condivide alcune caratteristiche “come la presenza di una metropoli – Mosca – verso cui vengo dirottate tutte le risorse delle regioni; ed è lo stesso centro a designare i propri governatori in questi luoghi”. E ancora “una politica aggressiva – che sia votata all’espansionismo, a livello internazionale, o alla soppressione del dissenso, internamente”. “La Russia si descrive ora come stato multinazionale, ora enfatizza la sua componente nazionalista, ma questi sono solo fantasmi della propaganda”.

Le regioni russe versano in una situazione semicoloniale, che si tratti di territori “etnicamente russi” o meno. Sebbene sia “impossibile de-imperializzare la Russia di oggi facendo affidamento soltanto sui movimenti nazionali – afferma Vadim Shtepa – una soluzione più efficace può essere trovata nella collaborazione tra questi stessi movimenti in lotta contro l’ipercentralismo di Mosca”. E nonostante la rodatissima macchina della repressione del Cremlino, quando i movimenti regionalisti hanno trovato punti comuni per le loro battaglie, alcuni risultati sono stati raggiunti. È il caso – emblematico – della discarica di Shiyes, come ricorda Vadim facendo riferimento agli avvenimenti del dicembre 2019 nell’estremo nord della Russia, quando i cittadini dell’oblast’ di Arkhangel’sk e della Repubblica di Komi diedero vita ad una comune autogestita per impedire la costruzione di un gigantesco impianto di smaltimento. Non solo si trattò di una vittoria per i manifestanti (la discarica, infine, non si costruì), ma le proteste, dall’evidente stampo localista, videro la partecipazione di abitanti provenienti da gran parte del nord della Russia e sollevarono la questione dell’approccio “coloniale” di Mosca, che fu discusso nei parlamenti locali.

È altrettanto importante notare come le proteste spontanee limitate ad una singola regione si siano concluse essenzialmente in un nulla di fatto, “come quelle di gennaio in Bashkortostan o quelle di Khabarovsk del 2020”, quando l’allora governatore dell’omonima regione, Sergei Furgal, fu arrestato – arresto che sin da subito sembrò politicamente motivato.

Strategie per il futuro

È difficile prevedere cosa riserverà il futuro, ma sembra certo che, nell’eventualità di una crisi del regime del Cremlino, “nascerà in Russia una nuova ondata di movimenti regionalisti” – conclude Vadim. E se “un singolo partito, o organizzazione, rimane un’opzione poco praticabile dati i diversi obiettivi dei movimenti regionalisti”, un’opposizione coordinata, capace di sviluppare programmi realistici che possano essere ben accolti dalla popolazione “sarà molto più efficace di un’opposizione liberale che vorrebbe sostituire lo zar cattivo con uno zar buono, ma mantenere il principio imperialista”, così come di “un governo virtuale in esilio, che nessuno ha mai eletto e che non avrà nessuna occasione di arrivare al potere”.

Chi è Davide Cavallini

Laureando in Storia. Cuore diviso tra la provincia est di Milano e l'Est Europa. Dopo svariati viaggi in Romania tra turismo e volontariato incomincia a scrivere per East Journal. Appassionato di movimenti giovanili, politiche migratorie e ambientali.

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