Armon

Armon: l’Asia Centrale riscrive la sua storia

Armon in uzbeko significa sogno, ma è anche il titolo di un documentario che nel 2023 ha confermato una tendenza in atto da tempo in Uzbekistan, ossia la rivalutazione del movimento jadidista. Una corrente di pensiero modernista islamica di lingua turca sviluppatasi nell’impero russo alla fine del XIX secolo. L’Asia Centrale sembra vivere un periodo di schizofrenia identitaria, se da un lato una nuova generazione di leader parla di “nuovo Uzbekistan”, “nuovo Kazakistan” ed ora anche “nuovo Kirghizistan”, dall’altro si ricorre sempre più al passato. Armon, sogno, tra le cui definizioni c’è anche quella di speranza o desiderio vano e inconsistente, non un buon presagio per i nuovi -stan.

Armon, appunto

L’Uzbekistan sembra vivere un vero e proprio ritorno di fiamma per il jadidismo, tanto che alcuni analisti stanno parlando di una terza onda di rinascita culturale uzbeka. Lo stesso presidente Shavkat Mirziyoyev non perde occasione per ricordar come il jadidismo sia un pilastro dell’identità uzbeka, anche se a dire la verità l’uso politico di questo tema era caro anche all’ex presidente Islam Karimov. L’11 ed il 12 dicembre 2023 si è tenuto a Tashkent un convegno internazionale dedicato all’influenza dei jadidi sulle concezioni di indipendenza, identità nazionale e stato. E, sempre nel 2023, è uscito Armon, appunto, documentario del regista Ruslan Saliyev, elogiativo del movimento jadidista.

Dalla pellicola di Saliyev emerge la figura di un gruppo di sognatori che tentò di cambiare il mondo, diventato un punto di riferimento per tutta l’Asia Centrale. I temi di Armon si conciliano alla perfezione con le tesi alla base del “nuovo Uzbekistan” del presidente Mirziyoyev, che poi alcuni ricercatori abbiano visto nel genero del Presidente uno dei maggiori finanziatori del film potrebbe essere giusto un dettaglio. A cementare questa idea di internazionalismo centro asiatico anche la partecipazione al documentario di numerosi artisti non uzbeki, tra cui diversi kazaki. Proprio il Kazakistan è il secondo grande paese della regione che sembra essere avvolto da un revival modernista del passato.

Una lama a doppio taglio

Se l’Uzbekistan ha avuto Armon, il Kazakistan troviamo Mirzhaqyp, Oyan, Qazaq! Si tratta di un film che ripercorre le vicende del movimento Alash, anch’esso intriso di modernizzazione e progresso, ma dai tratti più nazionalisti rispetto al jadidismo. Se in Uzbekistan Armon sembra essere una pellicola bel allineate alle posizioni ufficiali, in Kazakistan le autorità sono state colte di sorpresa dal successo popolare di Mirzhaqyp, Oyan, Qazaq! Tanto da ritirarlo dalle sale nonostante fosse sostenuto dall’emittente pubblica Qazaqstan, con conseguente rabbia popolare. Sebbene ufficialmente la scomparsa del film sia dovuta a ragioni di palinsesto, sembra che un ruolo sia giocato proprio dalla rabbia popolare.

La fine delle proiezioni pubbliche è infatti avvenuta quando nella città di Semey, nel nordest del paese, al riaccendersi delle luci in sala un attivista ha improvvisato un discorso. Eldos Dosanov, questo il suo nome, ha infatti arringato gli spettatori facendo un parallelo tra i militanti di Alash e gli attivisti moderni, augurandosi che la storia non debba ripetersi. In effetti proprio quello che è accaduto, nell’arco di un mese Dosanov è stato arrestato e condannato ad una settimana di carcere per avere di fatto messo in atto una manifestazione non autorizzata. L’episodio di Semey è un segno di come possa essere diventare controproducente per un regime autoritario celebrare dei movimenti riformisti.

Non solo applausi

Questo ritorno ad un passato riformatore, segna anche un tentativo di allontanarsi dal passato sovietico. Sia il jadidismo che Alash furono infatti repressi in epoca sovietica e nella loro ideologia era presenta anche una buona dose di opposizione al colonialismo russo. Vale qui la pena sottolineare come i jadidisti fossero almeno inizialmente più bendisposti al collaborazionismo rispetto ai riformatori kazaki, un aspetto tra quelli meno ricordati del movimento riformatore. Le critiche ad Armon, per esempio, sono state fatte dagli stessi neo-jadidisti che lamentano la messa in ombra del lato religioso del movimento a cui si rifanno, un movimento sì riformatore, ma anche musulmano.

Anzi, profondamente musulmano. Tanto che la collaborazione con il potere russo non escludeva, almeno teoricamente, una deriva autonomista magari con la costruzione di un proprio stato islamico. Un carattere quindi potenzialmente “rivoluzionario”, come dimostra l’influenza avuta in successivi movimenti anticomunisti come quello dei basmaci. I regimi autoritari centro asiatici cercando di dare vita ai propri sogni, rischiano di vedere realizzati i propri incubi. In fondo anche la jihad islamica usa le tecniche più moderne, fino a quando in Asia Centrale non cambierà la gestione del potere, difficilmente manipolazioni identitarie come quelle in corso potranno avere un qualche effetto duraturo.

Fonte immagine: Eurasianet.org

Chi è Pietro Acquistapace

Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Da sempre controcorrente, durante la pandemia è diventato accompagnatore turistico. Viaggia da anni tra Europa ed Asia alla ricerca di storie e contatti locali. Scrive contenuti per un'infinità di siti e per il suo blog Farfalle e Trincee. Costantemente in fuga, lo fregano i sentimenti.

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