giudeo-persiane
Tappeto di seta giudeo-persiano

IRAN: Il cammino delle comunità giudeo-persiane (2)

L’impero Timuride (1370-1500) instaurato dopo l’invasione di Tamerlano non ci ha lasciato informazioni dettagliate sulle comunità giudeo-persiane, ma con l’instaurazione della dinastia safavide, si riesce ad avere qualche testimonianza in più.

L’impero safavide (1501-1736)

Sappiamo, ad esempio, che ci fu un peggioramento nel trattamento degli ebrei iraniani durante il regno dei Safavidi, che proclamarono l’Islam sciita religione di Stato. Lo sciismo assegnava grande importanza alla questione della purezza rituale (Ṭahāra) e i non musulmani, compresi gli ebrei, erano considerati ritualmente impuri (Najis), cosicché il contatto fisico con loro avrebbe richiesto agli sciiti di intraprendere la purificazione rituale prima di compiere le preghiere regolari. I governanti iraniani e la popolazione cercarono quindi di limitare il contatto fisico tra musulmani ed ebrei. Agli ebrei non era permesso frequentare i bagni pubblici con i musulmani e nemmeno uscire all’aperto in caso di pioggia o neve, apparentemente perché una certa impurità poteva essere trasmessa da loro ai musulmani. Scià Ismail I, il fondatore della dinastia che costrinse l’Iran a diventare sciita, aveva certamente altre priorità rispetto agli ebrei (gli ottomani a ovest e gli uzbeki a nordest),  ma almeno due viaggiatori menzionano che avesse poco amore per gli ebrei. Tomé Pires, l’ambasciatore portoghese in Cina, visitò l’Iran nel 1511-12 e scrisse: “Egli riforma le nostre chiese, distrugge le case di tutti i Mori [sunniti], e non risparmia mai la vita di nessun ebreo”.

Raphaël du Mans, un altro viaggiatore, aggiunse: “Scià Ismail ha un così grande rispetto per gli ebrei che ovunque li trovi, li fa cavare gli occhi e poi li lascia andare.

Durante il regno di Scià Abbas I (1581-1629), al culmine del dominio safavide, la storiografia ebraica iraniana, finalmente, inizia con il “Ketāb-e anusi” di Bābāʾi ben Loṭf (scritto in persiano con caratteri ebraici). Questa cronaca tratta della periodica persecuzione degli ebrei iraniani tra il 1617 e il 1662. Bābāʾi ben Loṭf, può essere considerato un affidabile registratore di eventi, molti dei quali sembra essere stato testimone. Egli racconta una serie di incidenti contro gli ebrei che ebbero luogo durante il regno di Scià Abbas I, primo fra tutti la violenta reazione dello scià alle accuse di magia contro la sua persona fatte da due fazioni litigiose della comunità ebraica di Isfahan. L’episodio, corroborato dal viaggiatore romano Pietro della Valle (1586-1652), narra che lo scià puniva la comunità con l’opzione di convertirsi all’Islam o di essere divorato da feroci segugi. Alcuni ebrei preferirono il martirio, ma la maggior parte degli essi si convertì temporaneamente. È interessante notare che, invece di scandalizzarsi per i metodi di scià Abbas, Della Valle sosteneva che i lettori avrebbero dovuto riconoscere che la forma di disciplina religiosa di scià Abbas era una forma di “disciplina religiosa sana“. Della Valle notò che gli stessi cattolici italiani allontanavano i bambini ebrei battezzati dai loro genitori, e che procedevano “allo stesso modo” con gli altri infedeli. E in seguito aggiunse:

“Noi altri ancora alle volte facciamo quasi il medesimo con Ebrei, e con simili infedeli, e non si riprende: perché se bene in quel, che manco importa, cioè del godere una certa libertà civile, e non patir tali molestie, veniamo a far loro un non so che d’ingiuria, tuttavia in quello, che più importa, ch’è il procurar la salute delle loro anime, con quella poca ingiuria, facciamo loro maggior bene.”

Le sporadiche persecuzioni che iniziarono durante il regno di Scià Abbas I si intensificarono considerevolmente durante il regno di Scià Abbas II, il cui gran visir, Moḥammad Beg, fece uno sforzo concertato durante gli anni 1656-62 per convertire tutti gli ebrei del regno. La maggior parte delle principali comunità ebraiche sembra essersi convertita all’Islam agli occhi del pubblico, ma in pratica continuava a praticare segretamente l’ebraismo. Vivevano una doppia vita, una da musulmani pienamente praticanti nella vita pubblica, l’altra da ebrei altrettanto praticanti a casa (pratica detta Anusim, non dissimile da quella della taqiyya – dissimulazione – praticata dagli sciiti per molti secoli). Anche se Scià Abbas II invertì molte delle politiche di Mohammad Beg, le cui macchinazioni portarono alla sua caduta, le persecuzioni durante il suo regno stabilirono un pericoloso precedente che segnò profondamente le comunità ebraiche iraniane, sia spiritualmente che materialmente.

Durante i regni di Scià Soleiman (1666-94) e Scià Soltan-Hossein (1694-1722), il potere della ierocrazia sciita continuò ad aumentare. I sufi (mistici) e le minoranze religiose, come i cristiani armeni e gli zoroastriani, erano sempre più bersaglio dell’intolleranza religiosa. Sempre durante il regno di Scià Soleiman, il movimento messianico di Sabbatai Zevi (m. 1676 circa) si diffuse in Iran. Secondo il viaggiatore francese Jean Chardin, gli ebrei di Gorgan erano così sicuri dell’imminente apparizione del Messia che rifiutarono il pagamento della jazia. Un altro episodio inquietante e a dir poco grottesco, viene raccontato dalla Cronaca dei Carmelitani, accaduto nel 1678, quando una forte siccità causò un forte aumento del prezzo dei cereali e uomini di tutte le religioni pregarono per la pioggia. A quanto pare alcuni teologi, temendo la potenza delle preghiere non sciite, si lamentarono con Scià Soleiman che ebrei e cristiani armeni avevano cospirato per annullare le preghiere dei musulmani. Di conseguenza, lo Scià ordinò l’esecuzione del rabbino di Isfahan. Molti ebrei fuggirono da Isfahan e la restante comunità fu pesantemente multata, mentre gli armeni, probabilmente a causa della loro maggiore importanza economica, subirono minori conseguenze.

Il XVIII secolo e la guerra civile

Dopo la caduta dei Safavidi e durante la guerra civile del XVII secolo, nessun gruppo sociale o religioso avrebbe potuto prosperare in tempi così difficili, e non sorprende apprendere che gli ebrei iraniani furono profondamente colpiti. Sotto Nadir Scià (1688-1747), un leader apparentemente sunnita, e la sua effimera dinastia degli Afshar, gli ebrei vissero un periodo di relativa tolleranza quando fu loro permesso di stabilirsi nella città santa sciita di Mashhad.

Gli ebrei divennero importanti nel commercio di Mashhad e stabilirono relazioni commerciali con gli inglesi, che li preferivano ai musulmani. Nadir assunse persino molti ebrei in posizioni sensibili e fece venire dall’India amministratori ebrei come protettori dei suoi tesori. Nadir scià ordinò anche di tradurre in persiano i libri sacri ebraici. Al termine della traduzione, Nadir presentò ai saggi di Israele abiti d’onore e doni. Di notte, nell’assemblea reale, il capo Rabbino del regno [Mulla-Bashi] leggeva e interpretava per il re, a volte dalla Torah e a volte dai Salmi, cosa che il re apprezzava molto: “Prenderò la Russia, ricostruirò Gerusalemme e riunirò tutti i figli di Israele“. Tuttavia, la sua uccisione non gli permise di realizzare il suo folle piano.

La dinastia Zand (1751-1794) ebbe un rapporto più complesso con la comunità ebraica. Essi godevano della protezione dello Scià a capitale Shiraz, ma quando le forze di Karim Khan Zand presero Bassora nel 1773 nella guerra contro gli Ottomani, molti ebrei furono uccisi, le loro proprietà saccheggiate e le loro donne violentate. Carsten Niebuhr viaggiatore olandese a Shiraz all’epoca di Karim Khan afferma che: “Gli ebrei di Shiraz abitano in un loro quartiere separato e vivono, almeno esteriormente, in grande povertà“. E qualche anno dopo, l’ufficiale britannico William Francklin, che visitò Shiraz dopo la morte di Karim Khan nei mesi di marzo-aprile del 1787, descrisse così la situazione degli ebrei: “Agli ebrei di Shiraz viene assegnato un quarto della città, per il quale pagano una tassa considerevole al governo e sono obbligati a fare frequenti regali: queste persone sono più odiose agli iraniani di quelle di qualsiasi altra fede; e si coglie ogni occasione per opprimerli ed estorcere loro denaro; i ragazzi di strada sono abituati a picchiarli e ad insultarli, trattamento di cui non osano lamentarsi“.

foto: nazmiyalantiquerugs.com

Chi è Emad Kangarani

Nato nel 1985 a Teheran, giornalista e scrittore, nel 2011 si trasferisce a Milano per continuare gli studi presso l'università Cattolica. Al momento è docente d'inglese in una scuola superiore a Milano. Collabora con East Journal dal settembre 2022 dove si occupa dell'Iran

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