Bosnia Gaza

BOSNIA: Il conflitto a Gaza riaccende le divisioni interne

Dopo lo scoppio del conflitto israelo-palestinese, si moltiplicano le tensioni e le polemiche in Bosnia Erzegovina, paese già lacerato dai nazionalismi bosgnacco, serbo e croato. Ciascuno dei tre “popoli costituenti” sostiene la propria fazione screditando le altre, colpevoli di supportare quella sbagliata. E le divisioni interne proliferano.

L’intricato panorama balcanico

Il conflitto israelo-palestinese infiamma il dibattito pubblico bosniaco, percorso da feroci polemiche e tensioni alimentate dai forti nazionalismi e dalle rispettive prese di posizione assunte dai tre popoli costituenti nei confronti dei due belligeranti in Medioriente. Una storia che si ripete, perché questo copione, qui, non è affatto nuovo: era già successo infatti che un conflitto estero accendesse in Bosnia il dibattito politico. Sicuramente l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, ma anche l’offensiva lanciata da Baku nel settembre 2023 contro la minoranza armena nel Nagorno-Karabakh, che vide serbi e bosniaci schierarsi dalla parte dell’Azerbaigian, e i croati, pur con una certa moderazione, dell’Armenia. Il conflitto a Gaza ha rimescolato ancora una volta le carte in tavola nel già intricato panorama balcanico: molti croati e serbi sostengono Israele mentre i buona parte dei bosgnacchi, pur avendo condannato l’azione terroristica di Hamas, si dichiara filo-palestinese.

Bosnia e Palestina

Il supporto bosgnacco alla Palestina è cosa nota. Il 22 ottobre scorso, lo striscione “Ieri Srebrenica, oggi Gaza” sventolato durante la grande manifestazione pro-Palestina di Sarajevo, riassume la percezione generale che domina da anni il dibattito bosniaco: l’esistenza di una comunione di destini che lega i due popoli, quello dei musulmani di Bosnia e quello palestinese. Secondo il ricercatore Valentino Grbavac il fatto che bosgnacchi e palestinesi siano musulmani sunniti “rafforza ulteriormente queste relazioni”.

Le stesse parole erano nell’aria durante le numerose manifestazioni filopalestinesi, e sono state riprese alla fine di ottobre anche da Bakir Izetbegović, leader dell’SDA, il partito etnonazionalista bosgnacco. Da canto suo Šerif Patković, anche lui membro dell’SDA, ha dichiarato durante una manifestazione a Zenica che la guerra di Hamas gli ha ricordato la lotta condotta dall’Esercito della Bosnia Erzegovina (AbiH) durante la guerra del 1992-95 (all’epoca Patković guidava la Settima brigata dell’AbiH ed era sospettato dall’ICTY di crimini di guerra commessi nei confronti di serbi e croati).

Republika Srpska e Israele

Anche il supporto serbo-bosniaco a Israele non è una novità. Nel 2022 il presidente della Republika Srpska (RS, l’entità bosniaca a maggioranza serba) Milorad Dodik, aveva addirittura assicurato al Jerusalem Post che “nessuno capisce gli ebrei come i serbi”, riferendosi ai massacri commessi durante la Seconda guerra mondiale dallo Stato indipendente di Croazia, lo stato fantoccio creato a tavolino dagli occupanti nazifascisti nel 1941. Negli anni ’90 alcuni circoli nazionalisti serbi, riprendendo le parole del politico e romanziere Vuk Drašković, si spinsero oltre, sostenendo che il loro popolo non era altro che la “tredicesima tribù di Israele”.

Ad ogni modo, secondo l’irremovibile presidente della RS, ciò che accomuna i serbi bosniaci e gli ebrei d’Israele è l’estremismo musulmano che “cerca di destabilizzare Israele” e contro il quale “i serbi hanno combattuto anche durante la guerra civile degli anni Novanta”. Sorprende quasi notare come i vari leader etno-nazionalisti, analizzino il conflitto israelo-palestineo con le stesse lenti, quelle del nazionalismo e del revisionismo storico – un revisionismo storico che la Serbia del presidente Aleksandar Vučić conosce bene.

Scontro di bandiere sulla Neretva

Da parte dei croato-bosniaci, il riavvicinamento con Israele è più recente, ma con un crescendo molto intenso. L’arrivo a Mostar dell’uomo d’affari israeliano Amir Gross Kabiri sembra aver giocato un ruolo cruciale. Nel 2020, questo giovane industriale di Tel Aviv acquistò in Bosnia la grande fabbrica di alluminio Aluminij, fallita un anno prima. Da allora l’attività riprese, con circa 300 dipendenti. Determinato a inserirsi nella vita locale, Amir Gross Kabiri diventò prima vicepresidente dell’HSK Zrinjski, la squadra di calcio simbolo del nazionalismo croato, e guida della piccola comunità ebraica di Mostar poi, nel 2022.

Dall’arrivo di Kabiri, a Mostar le bandiere israeliane vengono regolarmente esposte dai politici e dai funzionari croati. Nel maggio 2022, il sindaco ha illuminato lo Stari most, il ponte simbolo della città, con una bandiera israeliana durante lo Yom HaZikaron, il giorno del ricordo delle vittime di guerra israeliane. In risposta, i bosgnacchi hanno poi ricoperto il ponte con la bandiera palestinese.

Un anno prima era successo il contrario: i musulmani bosniaci avevano sventolato la bandiera palestinese per denunciare l’offensiva militare di Tzahal durante il Ramadan e i croati avevano risposto installando una bandiera israeliana accanto a quella dell’Erzeg-Bosnia, la Repubblica autonoma dei croati di Bosnia Erzegovina esistita de facto dal 1991 al 1994. Il 7 ottobre 2023, l’Università croata di Mostar ha proiettato la bandiera israeliana su uno dei suoi edifici a sostegno di Israele; tre giorni dopo, i bosgnacchi sventolavano una gigantesca bandiera palestinese sul ponte della città. Le stesse dinamiche si vedono anche nelle tifoserie della varie squadre di calcio, o di basket.

Vecchie e nuove divisioni

Tutto ciò rende evidente come la bandiera israeliana e quella palestinese si siano trasformate in nuovi segnali di divisione non solo a Mostar, ma in tutta la Bosnia Erzegovina. Recentemente la mancata presa di posizione del direttore dello Srebrenica Memorial Center, Emir Suljagić, sopravvissuto a Srebrenica e autore del libro-testimonianza “Cartoline dalla fossa” (Beit editore) ha scatenato feroci polemiche da parte dei bosgnacchi, che si sono confessati delusi dal comportamento di Suljagić, accusato di  essersi astenuto dal commentare il conflitto tra Israele e Hamas, limitandosi a dichiarare che il lavoro del memoriale “non subirà alcuna alterazione” legata ai piani di Hamas.

La sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, ha invece sporto denuncia nei confronti del sopracitato businessman israeliano Kabiri, reo di averle recapitato l’ennesimo messaggio con le foto delle vittime israeliane falciate da Hamas, con l’augurio che “la storia giudicherà presto” l’operato della sindaca, e che le sue opinioni “non saranno perdonate”. Tutto ciò in seguito alla volontà da parte di Karić di impedire che la targa sul municipio di Sarajevo fosse coperta per celebrare la Giornata dello Stato di Israele. In realtà le tensioni tra i due vanno avanti da settimane, da quando la sindaca ha condannato pubblicamente l’uccisione di civili innocenti (sia in Palestina che in Israele).

Trent’anni dopo la fine delle guerre jugoslave, la Bosnia e i Balcani sono ancora alle prese con manifestazioni di odio verbale, mentre in Medioriente la guerra infuria di nuovo. Questa guerra ha messo in luce, ancora una volta, la portata dei mali e delle divisioni che attraversano la società bosniaca e, quel che è peggio, contribuisce a rafforzarli.

Foto: slobodnaevropa.org

 

Chi è Paolo Garatti

Storico e filologo, classe 1983, vive in provincia di Brescia. Grande appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto per qualche periodo tra Sarajevo e Belgrado dove ha scritto le sue tesi di laurea. Viaggiatore solitario e amante dei treni, esplora l'Est principalmente su rotaia

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