UNGHERIA: "Non siamo la Grecia": l'austerity secondo Viktor Orban

Mai un confronto fu più infelice di quello evocato la settimana scorsa da Lajos Kósa, vicepresidente della Fidesz, al governo da fine maggio: questi ha, infatti, paragonato la situazione dell’economia ungherese al caso della Grecia, contribuendo così all’atmosfera isterica della Borsa che ha scosso duramente anche il fiorino ungherese. Il weekend, in Ungheria, è trascorso tra angosce e parole tranquillizzanti in seguito ad una scoperta in realtà poco sorprendente: nella legge fiscale lasciata in eredità dal governo precedente c’è un buco di qualche centinaio di miliardi di fiorini che renderà ben difficile il mantenimento della promessa di un deficit pari al 3,8% del Pil alla fine di quest’anno. Secondo il bilancio pubblicato nei primi di giugno, pare che l’Ungheria sia già arrivata a oltre l’87% del deficit previsto per l’anno intero. In seguito a tale scoperta e ai commenti drammatici – secondo alcuni decisamente esagerati – di alcuni politici del nuovo governo, la fiducia dei mercati sembrava venir meno e l’Ue si è imposta con determinazione per il mantenimento della cifra più importante, ossia quel deficit al 3,8% promesso dal vecchio esecutivo Bajnai.

A questo punto molti commentatori pronosticavano un “pacchetto di rigore”, simile a quello varato in Grecia un mese fa o in Romania. L’Ungheria però non è la Grecia, e non soltanto perché il debito pubblico magiaro resta sempre meno schiacciante di quello greco o perché l’Ungheria si trova al di fuori della zona euro. La differenza fondamentale è che in Ungheria le “misure di rigore” non sono mancate neanche nei quattro anni scorsi. La difficile situazione finanziaria si è creata non in assenza ma nonostante la forte presenza di una politica economica restrittiva, la quale ha già prodotto condizioni sociali critiche nel Paese. In Ungheria una situazione “alla greca” si è verificata già, se vogliamo, quattro anni fa, quando il governo di Ferenc Gyurcsány ha dovuto riconoscere, all’indomani della sua conferma al potere, di aver mascherato un simile “buco” fiscale mediante la manipolazione dei dati. Ammise, poi, di non avere altra scelta che quella dei “sacrifici”, cioè dell’aumento degli oneri e il taglio delle spese pubbliche, a detrimento del tenore di vita della popolazione. Oggi, quattro anni più tardi, l’economia ungherese è in recessione, il debito dello stato è aumentato drammaticamente, arrivando a oltre 80% del Pil. La ripresa sembra ostacolata anche da un tasso di disoccupazione record, di oltre 11%. Anche se ci fosse un’ampia disponibilità da parte della società di “fare sacrifici”, sarebbe evidente che si tratta di una strada già percorsa e visibilmente senza successo.

Si capiscono così i motivi che hanno portato il nuovo esecutivo ungherese ad una scelta completamente diversa. Il piano di azione comprende 29 punti e viene presentato da Orbán come la garanzia di una svolta radicale di tutto il sistema economico ungherese, “finora corrispondente ad un capitalismo essenzialmente speculativo e che ora dovrà trasformarsi in un capitalismo basato sul lavoro”. Ecco alcuni punti cruciali del programma:

– introduzione di una sola chiave di tassazione sul lavoro, corrispondente al 16%: è una riduzione davvero radicale, combinata con un sistema tassativo che prende in considerazione anche il numero di figli a carica del lavoratore; al contempo la tassa sarà estesa anche allo stipendio minimo, finora non sottoposto a tassazione. Il governo Orbán si aspetta, da queste modifiche, la riduzione radicale dell’economia nera e il ritorno di circa un milione di lavoratori al mercato legale;

riduzione radicale delle spese pubbliche nel settore delle compagnie statali, dove il reddito massimo dei dirigenti sarà limitato a 2 milioni di fiorini al mese. Si tratta di enti come la compagnia ferroviaria o anche la stessa Banca Nazionale, dove i sommi dirigenti attualmente hanno diritto di stipendi di ben 4, 6 o 8 milioni, cioè a redditi uguali o superiori a quelli dei loro corrispondenti statunitensi (8 milioni di fiorini ungheresi sono poco più di 28.000 euro; il reddito medio ungherese oggi oscilla, anche nel settore pubblico fra i 400 e i 500 euro mensili).

– l’elemento del programma che suscita il più grande stupore è senz’altro l’aumento radicale delle imposte sui profitti delle banche che nei tre anni successivi dovranno contribuire al fisco pubblico con 200 miliardi di fiorini invece dei 13 miliardi previsti. La spiegazione è chiara: il credito fornito dal Fmi, che tra il 2008 e il 2009 ha contribuito all’indebitamento profondo del Paese, è stato adoperato quasi interamente per il consolidamento del settore bancario, in difficoltà dopo la crisi globale. Mentre società ed economia locali ne hanno pagato un prezzo caro, il settore bancario ha continuato a produrre profitti. Perché non chiedere allora un contributo ai beneficiari dei sacrifici finora fatti?

– infine, una serie di punti stabilisce garanzie per l’uso dei fondi pubblici, riduce il finanziamento dei partiti, propone una tutela stabilita in legge per le famiglie indebitate in valuta estera che rischiano le proprie abitazioni, e negoziazioni con lo scopo di normalizzare i costi dell’energia, attualmente sproporzionati non solo rispetto ai redditi medi, ma anche alla media europea.

Alla Borsa di Budapest si è registrata una immediata reazione positiva al programma: il fiorino ha riacquisito il valore precedente al panico della settimana scorsa. La maggior parte degli analisti si dichiara ottimista per quanto riguarda il successo della politica economica appena annunciata a lungo termine. I soli dubbi espressi riguardano solo la sostenibilità del target di 3,8% del deficit.

 

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