Iran-Saudi-Cina

IRAN: La Cina è vicina?

“La Cina e le organizzazioni multilaterali che ha istituito hanno un ruolo importante sia nel rafforzare i legami con la Cina, ma anche per consentire ai sauditi di trarre vantaggio dalle relazioni della Cina con altri paesi come l’Iran. La Cina, che dipende fortemente dal petrolio del Golfo Persico, è la potenza mondiale che ha il maggiore interesse a mantenere uno status quo stabile nel Golfo e quindi l’Arabia Saudita si è adoperata per far sì che la Cina assumesse un ruolo più attivo nel contribuire alla stabilizzazione di questa regione che stabile non è affatto”. Queste le parole di Ali al-Shihabi Newsweek, un esperto politico saudita che in passato ha guidato il think tank “Arabia Foundation” e ora fa parte del comitato consultivo del futuristico progetto della città NEOM.

Ci sono voluti sette anni e cinque round di colloqui perché l’Arabia Saudita e l’Iran raggiungessero finalmente un accordo per ristabilire le relazioni ufficiali tra i due Paesi. L’accordo si è concretizzato non solo grazie alla mediazione dell’Iraq e dell’Oman, ma soprattutto grazie all’iniziativa di Xi Jinping.

Secondo l’accordo, le due parti si sono accordate per riaprire le proprie ambasciate entro due mesi e riattivare gli accordi di cooperazione e sicurezza firmati nel 1998 e nel 2001. Questo accordo è stato raggiunto il 10 marzo, ma la questione più importante tra i due paesi resta lo Yemen. Gli analisti ritengono che i sauditi non avrebbero acconsentito a migliorare i legami con l’Iran senza concessioni sul coinvolgimento della Repubblica islamica nello Yemen, ma non è chiaro di quali concessioni si tratti, perché l‘Iran influenza gli Houthi, ma non ha un vero e proprio potere su di loro.

Ripercussioni e vantaggi

Le ripercussioni sono state profonde: le tensioni hanno contribuito a rinsaldare un sostegno totale dell’Iran al regime siriano, hanno alimentato la guerra nello Yemen e hanno accelerato la disintegrazione dello stato in Libano, per non parlare della Siria. Per l’Iran i vantaggi sono evidenti: un primo passo per uscire dall’isolamento politico ed economico. Si incolpano i media finanziati dai sauditi per aver incoraggiato le proteste antigovernative e qualcuno vuole che le trasmissioni del canale Iran International vengano frenate. Nel frattempo, la Cina si è posizionata come alternativa a un ordine guidato dagli Stati Uniti in via di estinzione come pacificatore responsabile.

Anche per i sauditi i vantaggi sono evidenti: nel 2019, un attacco a un importante impianto petrolifero ha messo fuori uso per breve tempo metà della produzione del regno Saudita intensificando i timori per la sicurezza. L’enorme costo e il danno reputazionale dell’intervento saudita nello Yemen hanno dato una pausa anche a Riad, inizialmente entusiasta. E c’è la preoccupazione che il regno non possa più contare sul sostegno incondizionato degli Stati Uniti, preoccupati per l’Ucraina e inclini all’Indo-Pacifico.

Prospettiva cinese?

CGTN facendo riferimento agli accordi tra Iran e Arabia Saudita da una parte e Arabia Saudita e Siria di Assad dall’altra, afferma che questi accordi tra paesi della zona “è in netto contrasto con la storica politica americana nella regione, che è stata caratterizzata dalla polarizzazione, dalla promozione di divisioni tra gli stati e dalla notevole assenza di una diplomazia matura. Inoltre, dall’invasione del 2003, più di 280.000 civili sono morti nella guerra in Iraq, mentre almeno 929.000 civili sono stati uccisi dalla violenza di guerra diretta in paesi come la Siria e lo Yemen.”  E poi ci sono i costi economici: “la politica statunitense di cambio di regime ha comportato costi pari a 1,2 trilioni di dollari, con danni alle sole infrastrutture per 117,7 miliardi di dollari.E tutto questo “in assenza di dialogo e diplomazia da parte delle rispettive amministrazioni statunitensi.”

D’altronde, la decisione dell’Arabia Saudita di aderire all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (OCS) stabilirebbe Riad come partner ufficiale di dialogo della OCS, un blocco economico e di sicurezza che conta come membri Cina, India, Iran e tanti altri. Teheran è stata l’ultima a vedere il suo status aggiornato da osservatore a membro a pieno titolo a settembre 2022 e la decisione di Riad è arrivata poche settimane dopo l’accordo con l’Iran.

La rappresentazione nei media iraniani

Secondo Kayhan, l’accordo iraniano-saudita è stato plasmato da Qassem Soleimani, il comandante della Forza Quds ucciso dalle forze statunitensi mentre si recava a negoziare un accordo con i sauditi a Baghdad nel gennaio 2020. Secondo quanto riferito, Soleimani si è spinto fino a proporre un accordo di 10 anni “patto di non escalation” tra Iran e Arabia Saudita nelle zone di conflitto in Medio Oriente. Ciò significava che né gli Stati Uniti né l’Occidente avevano svolto un ruolo importante nei colloqui, sebbene fossero stati informati dei negoziati in corso e di un accordo in sospeso il 10 marzo.

In un altro articolo lo stesso giornalista afferma che “il mondo arabo sembra si stia lentamente avvicinando alla Cina e prendendo le distanze dall’America e dal suo principale alleato Israele, e forse la recente azione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere il contratto militare con Israele può essere descritta come parte di questo processo. In precedenza, l’Arabia Saudita ha affrontato gli Stati Uniti sulla quantità di esportazioni di petrolio di questo paese alla fine del 2022″.

Negli ultimi sviluppi, il 6 aprile, i ministri degli Esteri di due paesi si sono incontrati a Pechino per il primo incontro formale. I funzionari hanno affermato di aver accettato di dare seguito agli accordi per riaprire le loro missioni diplomatiche nei rispettivi paesi e hanno concordato di adottare le misure necessarie per aprire le ambasciate dei due paesi a Teheran e Riad e i consolati a Gedda e Mashhad. 

foto: www.scmp.com

Chi è Emad Kangarani

Nato nel 1985 a Teheran, giornalista e scrittore, nel 2011 si trasferisce a Milano per continuare gli studi presso l'università Cattolica. Al momento è docente d'inglese in una scuola superiore a Milano. Collabora con East Journal dal settembre 2022 dove si occupa dell'Iran

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