Polonia, scioperi a Danzica (AFP PHOTO)
Polonia, scioperi a Danzica (AFP PHOTO)

POLONIA: Come iniziò la fine del comunismo

Gli anni del comunismo in Polonia furono complessi. Fu qui, prima che in altri paesi socialisti, che l’alienazione politica, sociale e culturale nei confronti del regime assunse una dimensione sempre più organizzata, di massa, segnata da alcuni eventi tragici e da specificità nazionali. Perché si arrivò all’agosto del 1980?

La “piccola stabilità” di Gomułka

Nell’ottobre 1956 le autorità polacche riescono miracolosamente a scongiurare un’invasione sovietica. Superata la crisi con Mosca, il nuovo segretario del Poup Władysław Gomułka inaugura sull’esempio jugoslavo l’esperimento della “via polacca al socialismo”, ovvero la costruzione di un sistema comunista meno dogmatico e più rispettoso delle peculiarità nazionali dei singoli paesi.

La folla lo acclama come un eroe sotto il Palazzo della cultura e della scienza, a Varsavia. La memoria collettiva è ferma alla repressione degli operai di Poznań avvenuta per mano delle forze speciali pochi mesi prima. Non è stata opera del socialismo, assicura Gomułka. La colpa è di chi, giunto al potere ed ora cacciato via, l’ha tradito. Bisogna fidarsi del partito.

Inizia un periodo di rinnovamento politico e sociale. Ben presto però le promesse di modernizzare la Polonia, di renderla sovrana e di darle prestigio internazionale si dissolvono nella così detta “piccola stabilità”: accettazione del regime in cambio di moderate concessioni economiche e sociali. Poca libertà ma quieto vivere.

La realtà polacca è però difficile da sopportare. Metà della popolazione ha meno di trent’anni, il partito è in uno stato di immobilismo, l’economia è stagnante, gli stipendi crescono a malapena, l’industria soffre di ritardi cronici. Si aspettano anche dieci anni per ottenere una casa dallo Stato.

Nel frattempo le aperture verso la società sono tutt’altro che reali. Il dialogo con la Chiesa non va avanti, mentre nel 1967, all’alba dell’invasione della Cecoslovacchia da Gomułka fortemente incoraggiata, il regime palesa il suo vecchio autoritarismo e scatena una campagna anti-intellettuale e antisemita, facendo leva su antichi pregiudizi presenti nel paese. Migliaia di persone vengono costrette al carcere o all’esilio.

Quando nel dicembre 1970, a pochi giorni dal Natale, le autorità decidono di aumentare i prezzi dei beni di prima necessità, sulle città del Baltico scoppiano le proteste operaie più massicce dal 1956 nel blocco socialista. Vi sono coinvolte migliaia di persone. I lavoratori chiedono il ritiro della misura e l’istituzione di sindacati indipendenti, mentre il regime, senza prestare ascolto, reprime gli scioperi nel sangue colpendo al cuore una popolazione sconvolta.

Il “socialismo dal volto consumista”

In seguito alla strage Gomułka si dimette, ufficialmente perché ricoverato in ospedale a causa di un lieve ictus, in realtà perché uscito perdente dalle lotte interne al partito e scaricato da Brežnev. Prende il suo posto Edward Gierek, uomo forte di Katowice e membro di spicco del Politburo, chiamato “il francese” per il suo passato di migrante impiegato per anni nelle miniere della Francia e del Belgio.

La sua nomina arriva in una fase drammatica della storia polacca. Un momento di cesura rappresentato dallo strappo profondo nelle relazioni tra partito e società. Coloro che hanno pagato il prezzo di questa rottura giacevano tra le strade di Danzica, Gdynia e Stettino. Il ruolo di Gierek, chiaro sin dal principio, è quello di ricucire la ferita.

Il “francese” si presenta come colui che darà vita ad una seconda Polonia: un paese dal socialismo realizzato, in cui vigono progresso e giustizia sociale. La propaganda non fa altro che ripeterlo, incoraggiata – oltre che dalle direttive editoriali del partito – da un boom economico formidabile.

Il regime avvia una stagione intensa di investimenti, il Pil aumenta di anno in anno, così come migliora il tenore di vita dei cittadini che si ritrovano riforniti di beni di consumo come mai era accaduto dai tempi della guerra. Si riapre il dialogo con la Chiesa, cuore dell’identità polacca, e si promette il coinvolgimento nella vita pubblica di intellettuali, operai, impiegati: tutti coloro che erano stati esclusi o, peggio, perseguitati fino ad allora.

I primi anni della segreteria Gierek sono ancora oggi ricordati come una sorta di belle époque socialista. Un progresso, questo, reso possibile dalla distensione internazionale tra i blocchi cominciata con l’Ostpolitik e sancita di lì a poco, nel 1975, dalla Conferenza di Helsinki.

Il miracolo di Gierek è di fatto reso possibile dai consistenti finanziamenti erogati dai creditori occidentali, oltre che dalle tecnologie importate dalle democrazie liberali che favoriscono lo sviluppo dell’industria leggera. Il nuovo segretario si è inoltre circondato di funzionari “pragmatici”, più attenti alla diffusione concreta di un discreto benessere che alla realizzazione, in fieri, dell’ideale socialista.

Si tratta tuttavia di un’illusione. La “seconda Polonia” è destinata a fallire. Gierek non ha riformato, se non superficialmente, il sistema istituzionale ed economico polacco, ancora fortemente centralizzato. Il coinvolgimento della società civile nei processi decisionali è rimasto una promessa. Ma soprattutto la crescita risulta artificiale, del tutto dipendente dai finanziamenti stranieri. La crisi globale provocata dalla guerra del Kippur del 1973 mette fine anche al miracolo di Gierek.

Quando il paese entra in una fase di declino, gli operai, ai quali non è stato ancora concessa una rappresentanza indipendente, restano a mani vuote: crisi economica e nessun autentico progresso sociale. I princìpi di Helsinki vengono così traditi sul nascere quando, nel 1976 – in seguito ad un nuovo aumento dei prezzi – gli operai in sciopero a Radom e Ursus vengono arrestati e perseguitati da una giustizia al servizio del potere, mentre il paese precipita nel baratro del debito.

La nascita dell’opposizione

Dirà il critico letterario e dissidente Józef Lipski che quella volta gli intellettuali avrebbero «fatto di tutto per risvegliare l’intelligentsia dal suo dormire mentre gli operai venivano picchiati». I manifestanti subiscono arresti arbitrari, vengono licenziati e sottoposti a processi farsa da cui escono condannati anche a dieci anni di prigione.

In Polonia sono attivi da anni intellettuali dissidenti che hanno già vissuto l’esperienza del licenziamento, dell’arresto, dell’esclusione. Tra loro ci sono il già citato Lipski, oltre che Adam Michnik, Jacek Kuroń e altri. Insieme danno vita al Kor, il comitato di difesa operaia, mettendo su un gruppo di professionisti di ogni tipo (storici, economisti, sociologi) che offre sostegno economico e legale agli operai puniti dal regime e abbandonati a loro stessi.

Il suo metodo è semplice. Alcuni attivisti assistono alle udienze, altri intercettano i lavoratori tra i corridoi dei tribunali proponendo aiuto. Se non vengono acciuffati prima dalla polizia, riescono ad entrare in contatto con molte vittime di ingiustizia che a loro volta propongono tale sostegno ai colleghi caduti in barba allo stesso destino.

Nasce un sodalizio tra chi è stato perseguitato nel 1968, gli intellettuali, e chi lo è stato  nel 1970 e nel 1976, gli operai. Insieme danno vita ad un bollettino illegale, Robotnik, con cui fanno controinformazione, denunciano gli abusi del regime, cercano di infrangere il monopolio del partito sul discorso pubblico. Democratizzare la Polonia dal basso è il loro unico interesse: libertà di parola, autogestione, sindacati indipendenti.

Nel vuoto di legittimità lasciato dallo Stato si inserisce, al fianco di operai e intellettuali, anche l’Episcopato. Mantiene un ruolo delicato, quello di mediatore tra il regime e una società civile che – al di là delle sue ampie zone grigie – si sta opponendo alla violenza intesa come metodo di governo. Quando nel 1978 Karol Wojtyła sale al soglio pontificio, e soprattutto in seguito alla sua visita in Polonia del 1979, questo sodalizio si fortifica e il paese ritrova una fiducia in sé stesso che non credeva di avere.

Non stupisce che gli scioperi dell’estate 1980 scoppino di nuovo, come accaduto dieci anni prima, sul Baltico. Qui è presente un’intensa attività sindacale clandestina, qui è nato il laboratorio delle proteste in cui gli operai hanno imparato ad occupare le fabbriche e ad elaborare richieste invece di disperdersi per le strade cittadine, vulnerabili alla repressione. Qui ci sono i cantieri “Lenin” da cui, l’8 agosto – a cinque mesi dal pensionamento – viene licenziata l’operaia Anna Walentynowicz, la “madre di Solidarność”.

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