Bakhmut

UCRAINA: Dopo Bakhmut, l’ultima offensiva?

Bakhmut, carne da cannone?

L’offensiva russa consuma uomini a Bakhmut, ma la città non cade. Sebbene molti analisti ed esperti militari avessero previsto il contrario, la difesa continua. L’esercito ucraino resiste e, giorno dopo giorno, logora le truppe russe. Solo le milizie paramilitari della Wagner hanno ottenuto risultati di qualche rilievo, prendendo la città sui fianchi ma trovando ancora impossibile chiuderla in una morsa. Tuttavia, le linee di rifornimento ucraine sarebbero ora sotto il tiro nemico. Perché ostinarsi a tenere Bakhmut anche di fronte a una sconfitta annunciata? Perché non risparmiare soldati – sempre meno, per gli ucraini – ripiegando su posizioni più salde? Domande cui molti rispondono con il solito refrain, ovvero che Zelens’kyj non avrebbe a cuore i propri uomini, trattandoli come carne da cannone. Una spiegazione che, ovviamente, non spiega niente.

Impegnare i russi a Bakhmut significa distoglierli da altri fronti, e si tratta di un obiettivo tutt’altro che simbolico. Significa evitare che i civili di Slov’jans’k o Kramatorsk si trovino sulla linea del fronte, costretti a lasciare le proprie case per non finire sotto il tiro dell’artiglieria russa. Significa che posizioni più salde, alle spalle, saranno comunque difficili da mantenere. Significa guadagnare tempo, addestrare soldati. Si tratta della terza leva o, meglio, del terzo arruolamento di riservisti dell’esercito ucraino, obbligato a riorganizzarsi dopo le ingenti perdite – fonti americane parlano di almeno centomila uomini su un esercito di circa 250mila – subite in larga misura all’indomani dell’aggressione, tra marzo e aprile 2002, e poi nelle successive battaglie di Mariupol’ e del Donbass in generale. Secondo quanto riportato dal sito russo Meduza, l’Ucraina sta mantenendo nelle retrovie riserve che non intende gettare a Bakhmut o in altri settori del fronte poiché la priorità per l’esercito ucraino è adesso la formazione e l’addestramento di nuove unità per la sua offensiva di primavera. Allo stesso tempo, cerca di mantenere la prima linea. Un compito arduo.

Offensiva di primavera

A partire dal mese di febbraio i russi hanno lanciato la loro nuova offensiva in Donbass, sortendo finora risultati limitati. Tuttavia, la superiorità numerica di cui dispongono gioca a loro favore unitamente al calo della produzione bellica occidentale. L’analista americano Rob Lee, citato da Meduza, sottolinea come la fornitura di armi occidentali raggiungerà il picco tra la primavera e l’estate di quest’anno. Dopo, spiega l’analista, ci vorranno mesi per un aumento della produzione di armamenti da destinare al fronte ucraino. D’altronde, l’Europa si è trovata a misurarsi con questa guerra trovandosi largamente disarmata, fiduciosa che l’ombrello NATO avrebbe evitato conflitti di grande intensità. L’aumento della spesa militare deciso da alcuni paesi europei non porterà a un incremento della produzione di armamenti in breve tempo. Resta tutto nelle mani di Washington, il cui sostegno all’Ucraina appare solido ma potrebbe avere una scadenza.

Ne consegue che gli ucraini dovranno condurre una nuova controffensiva in tempi stretti, tra la primavera e l’estate di quest’anno e che sarà forse l’ultima possibile. Alla luce della carenza di uomini, l’esercito ucraino dovrà prediligere una strategia che minimizzi le perdite, indebolendo le truppe russe senza compromettere in modo significativo il suo potenziale.

Quali esiti possibili?

Data la mancanza di superiorità aerea, e alla luce della maggiore forza dell’esercito russo rispetto al 2022, è difficile che l’esercito ucraino possa assestare un colpo tale da costringere il nemico al ritiro, né questo è mai parso un orizzonte possibile.  I russi non verranno ricacciati indietro, come certa propaganda afferma, ma potrebbero perdere la supremazia regionale trovandosi – in sostanza – in quelli che erano i confini delle due repubbliche separatiste del Donbass.

Questo, in fondo, è sempre stato l’obiettivo di Zelens’kyj, riportare la situazione a prima del 24 febbraio, e da quella posizione aprire un negoziato. Lo dichiarò lui stesso il 28 maggio scorso: “Vogliamo combattere fino all’ultimo respiro, ma non fino all’ultimo uomo. Loro [il Cremlino, ndr] possono conviverci, ma io no. Se torniamo alla situazione del 24 febbraio so che la Russia parteciperà ai negoziati” . Allora, e solo allora, si decideranno i destini dei territori occupati, anche se “non siamo disposti a consegnare la Crimea o il Donbass alla Russia. Non lo accetteremmo mai” ha dichiarato Zelens’kyj nella stessa intervista. Ma tra il dire e il fare, c’è di mezzo una guerra che l’Ucraina non sembra poter vincere nel senso pieno del termine – anche se fare previsioni in questo momento è difficile. Certamente, affinché l’offensiva di primavera abbia le migliori possibilità di successo, Kiev deve conservare adesso le sue risorse e la difesa di Bakhmut, contrariamente a quanto dicono le sirene del Cremlino, è un modo per farlo.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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