Adriatico Egidio Ivetic

Una sola civiltà, quella adriatica. Recensione croata (e scettica) a un libro di Egidio Ivetic

recensione della traduzione croata del libro di Egidio Ivetic, Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà…

di Jurica Pavičić
Tratto da Jutarnji list, 5 febbraio 2023
Tradotto da Natka Badurina*

La scoperta della Mitteleuropa
Circa a metà degli anni ottanta molti paesi comunisti, tra cui anche la Croazia come repubblica federativa della Jugoslavia, hanno iniziato all’improvviso a scoprire l’Europa centrale. Questa scoperta avvenne quasi simultaneamente all’interno di un immaginario triangolo geografico tra Leopoli, Praga e Fiume. L’Europa centrale a quei tempi era un concetto culturologico molto attraente. Era attraente per i paesi del blocco sovietico che nella Mitteleuropa vedevano un fattore di differenziazione rispetto alla Russia e all’URSS. Era attraente per la Slovenia e la Croazia per la loro differenziazione nei confronti della Serbia e dei Balcani. Letterati e professori, saggisti e gastronomi, attivisti politici e agenzie turistiche hanno improvvisamente scoperto un sostrato comune che univa noi escludendo loro. La torta Sacher e le operette, i caffè e gli ascensori Stigler, vecchi mobili, valzer e cotolette impanate erano diventati delle bandiere di questa offensiva culturale.

L’identità adriatica
All’epoca avevo poco più di vent’anni ed ero uno studente che aspirava di entrare nel mondo della cultura. Da spalatino e dalmata, osservavo questa scoperta della Mitteleuropa e mi sentivo escluso dal suo entusiasmo collettivo. Graz, Cracovia e Bratislava sono delle città splendide e meritano tutto rispetto, ma per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vederle altrimenti se non come dei magnifici paesi vicini. Il mondo delle torte Sacher e dei valzer non era il mio mondo. Contemporaneamente ero consapevole (e ogni giorno lo diventavo sempre di più) dell’esistenza di un mio mondo di vicinanza transfrontaliera. Cosapevole di avere anch’io una mia regione (all’epoca la parola non aveva il significato che ha oggi). Sentivo di appartenere a un mondo transfrontaliero nel quale i fattori di integrazione erano il nero di seppia e il gotico fiorito, le confraternite e le fave triestine che a Spalato si chiamano bobici, i campanili di pietra e il dialetto impregnato di lingua veneta, il presnitz e il baccalà in bianco. Sentivo all’incirca anche dove fossero i confini di questo mondo. Li sento anche oggi, e sono rimasti gli stessi. L’area che posso unire con l’idea di casa e di patria per me inizia a Budva nel Montenegro e finisce a nord di Trieste, laddove sopra Duino l’autostrada A4 gira verso l’occidente e abbandona le Dinaridi. Questo è lo spazio che intimamente sento come patria. Se ho un’identità, questa è l’identità adriatica.

Un abile saggista
In quegli anni e in quella stessa Jugoslavia socialista cresceva anche il polesano Egidio Ivetic. Della mia generazione, negli stessi anni (1984/1985) abbiamo fatto il servizio militare. Presumo che dovesse provare le identiche cose che provavo io. Intuiva una vaga appartenenza identitaria allo spazio adriatico, un’identità che all’epoca della riscoperta della Mitteleuropa lo distingueva dal mainstream croato. Non posso sapere se sia stata proprio questa sensazione a spingerlo a studiare storia, e a farlo in Italia. Ad ogni modo, a Padova ha costruito con successo la carriera accademica di storico. Ha pubblicato numerosi libri, tra l’altro sulle guerre balcaniche e sulle ideologie dello jugoslavismo. Può essere che per tutti questi decenni continuassero a tormentarlo le domande sul mare, sulle coste, sull’identità di questa regione. Può essere che queste domande lo abbiano spinto a scriverci un libro.

Lo ha scritto e pubblicato nel 2019. Il titolo è “Storia dell’Adriatico. Un mare e la sua civiltà”. Ora lo possiamo leggere anche in croato, nella traduzione di Anita Buhin, storica di Pola, è stato pubblicato a fine 2022 dall’editore Srednja Europa. Il volume racconta la storia del mare Adriatico. Ripercorre le vicende delle sue due coste, dalla Puglia all’Albania, dall’epoca preistorica fino all’entrata della Croazia nell’UE. L’idea portante del libro è contenuta già nel suo titolo, dove la parola chiave sta al singolare. Per Ivetic, l’Adriatico non ha “le civiltà”. Ne ha una sola, e il libro di Ivetic propone una sua mappatura.

Diciamo subito che il libro è scritto molto bene. L’autore è un abile saggista. Nello stile e nella cadenza ha qualcosa di Predrag Matvejević, che tra l’altro cita frequentemente e con rispetto. Il libro è un ricco repositorio di numeri e statistiche interessanti, e credo che per molti anni lo utilizzerò come fonte di dati. Ivetic è anche un po’ uno scrittore di viaggio. Offre descrizioni vivaci degli spazi di cui scrive, che si tratti delle paludi di Ravenna, del porto di Brindisi o della zona industriale di Spalato sotto la quale giace nascosta l’antica Salona. Ha inoltre una virtù che caratterizza gli storiografi che si ispirano a Braudel: la sua riflessione sulla storia inizia sempre con la geografia. Così il libro parte dalla geologia, la climatologia e la topografia. Inizia con la descrizione di un mare che, dal punto di vista geografico, è assimetrico. La sua costa orientale, piena di isole e insenature, era stata sempre adatta alla navigazione, ma non all’agricoltura. La costa più meridionale, quella albanese, è senza insenature e poco profonda, difficile per la navigazione e per il popolamento. Quella nord-occidentale, da Pescara a Senigallia, è anch’essa dritta e poco profonda, impossibile per la navigazione, sicchè fino all’età moderna quasi non vi troviamo insediamenti. Ma nella parte sud-occidentale c’è la Puglia, piana e fertile, adatta all’agricoltura e punto di connessione con il Levante.

Nonostante queste evidenti assimetrie, nel corso di due millenni nella regione adriatica si è creata, secondo Ivetic, un’unica civiltà: un’amalgama che ha integrato le due coste ispirandogli un’identità comune e trasformandole in una cosa sola. Questa civiltà per Ivetic ha una logica spiccatamente top-down. E’ nata per volere di tre generosi imperi che hanno agito come fattori di integrazione. Il primo fu quello romano, il secondo quello veneziano, il terzo quello austriaco.

A immagine di Venezia
Il primo è quindi quello romano. Grazie alle conquiste romane fu raggiunta “unificazione politica e istituzionale, unificazione culturale, se pensiamo prima all’ellenismo, poi alla civiltà imperiale“, scrive l’autore. “Non era solo la diffusione del diritto e delle istituzioni, del latino e degli stili di vita romani; si trattava di agricoltura, trasformazione del territorio, attività artigianali e commerciali, una geografia romana (…) I topoi sono noti: coltivazione del grano, dell’ulivo e dei vigneti; paesaggi che gradualmente erano diventati romani con cipressi e pini marittimi“. Roma ha stimolato l’integrazione e la comunicazione, per la prima volta sconfitto la pirateria, coperto le due sponde con una rete di strade percorse da eserciti, commercianti e merce.

La successiva grande civiltà con il ruolo di integrazione è stata Bisanzio, che collegava sotto lo stesso ombrello la Dalmazia, le isole nord-adriatiche e la giovane Venezia che stava per entrare in scena. “Il veneziano in Dalmazia non era un forestiero, era anzi protetto dalle stesse leggi dei nativi, che erano anche le sue leggi”, afferma Ivetic riprendendo le parole dello storico Ernesto Sestan.

Quello è il momento in cui emerge la città che per i successivi ottocento anni segnerà il destino politico dell’Adriatico. “Poco si è ragionato di come Venezia sia stata parte vitale dell’Adriatico, e di come l’Adriatico sia inconcepibile senza Venezia“, scrive Ivetic. Non a caso lungo tutta l’era moderna il mare porta il nome del Golfo di Venezia. Per Venezia, l’Adriatico è solo un’altra estensione acquatica, uno dei gusci esterni della sua laguna. “Tramite navi, milizie marittime, condotte e commerci [Venezia] dominò l’acqua; tramite il diritto proprio, gli statuti, consuetudini, riforme e privilegi dominò gli approdi, le città suddite; tramite accordi e patti gestì le città amiche e alleate“. La costa orientale dell’Adriatico è stata plasmata a immagine di Venezia non solo nei suoi statuti, ordinamento giuridico e politico, ma anche nelle forme di vita sociale come le fraternite, nello stile artistico e nell’urbanistica – con una catena delle “città bianche“, come le chiama Ivetic, fatte di pietra istriana e dalmata.

Implicitamente Ivetic polemizza con l’immagine di Venezia come forza colonizzatrice che hanno gli slavi del sud. Per lui si tratta invece di un rapporto simile al “commonwealth“. “La costruzione della legittimità politica, della sovranità, fu un processo bidirezionale, nell’ambito del quale non è da escludere una convergenza di interessi non solo politici, ma anche economici e di sicurezza, fra chi deteneva il potere sul mare e chi da quel mare dipendeva. Di sicuro, vanno rivisti gli schematismi centro-periferia e dominio del più forte sul più debole“ scrive l’autore, lanciando la sfida all’idea stereotipata dei veneziani che abbattono i nostri boschi e rendono schiavo Veli Jože.

Il terzo egemone, benevole e generoso, nella narrazione di Ivetic è l’Austria, che diventa padrona dell’Adriatico dopo la caduta della Serenissima e con l’ascesa di Trieste. La città di Trieste è il centro di un nuovo “modernismo adriatico“ oppure della “globalizzazione adriatica“, portata avanti dalle società assicurative e imprese ferroviarie e navali. I triestini sono azionisti del canale di Suez e il numero delle navi austriache che navigano nel canale supera tre volte quello delle navi italiane. Questa è l’epoca – scrive Ivetic – “di mobilità sincronizzata, basata sulla navigazione di linea e sulle interconnessioni tra piroscafo, treno e telegrafo“. Allo stesso tempo però è anche l’epoca in cui per la prima volta appare il fenomeno che corroderà l’unità della civiltà adriatica: l’ascesa delle nazioni. Quest’ascesa trasformerà l’Adriatico in un campo di battaglia tra l’Italia e l’Austria, fino a quando verso la metà del ventesimo secolo non arriverà ciò che Ivetic vede come l’avvento dei tempi oscuri: i tempi di furore nazionalistico in cui i fratelli (culturali) di ieri si scanneranno uno contro l’alto.

Questi tempi oscuri per Ivetic si collocano tra l’incendio del Narodni dom a Trieste e l’inizio dell’esodo degli Italiani dall’Istria e da Fiume. Questo periodo – dal 1920 al 1947 – ha visto il fascismo di Mussolini, le persecuzioni delle popolazioni slave, l’occupazione italiana, la resistenza partigiana, le foibe e l’esilio. Ciò che fino a quel momento era stato un’unica civiltà, è stato dilaniato da una guerra fratricida.

L’oggetto dell’identificazione
Durante le tre epoche citate, scrive Ivetic, cambiavano i punti di riferimento con i quali si identificavano gli abitanti dell’Adriatico. Fino all’Ottocento il loro principale riferimento fu la città: difficilmente si potevano immaginare come membri di qualche entità più vasta e astratta di quella che fu Traù, Cattaro o Ancona. Durante il secolo austriaco il luogo dell’identificazione è la regione ed è allora che nascono i concetti politici di Istria, Dalmazia, Puglia o Veneto. Infine, l’ultimo oggetto dell’identificazione diventa la nazione, e ciò avvenne molto più tardi di quello che comunemente si pensa. Questo processo – secondo Ivetic – in alcune zone, per esempio in Istria, in verità finisce solo nel 1945.

In tutto ciò cambia il ruolo e l’importanza del mare. Esso è prima il canale di comunicazione, poi diventa il territorio su cui avanzare pretese, finisce infine come risorsa, soprattutto nel turismo. Con una certa commozione nostalgica Ivetic descrive il microcosmo del trasporto adriatico, delle decine di piccole imbarcazioni che trasportano fieno, vino, frutta, cera, lana o pelle dalla Puglia a Spalato oppure da Fano a Rovigno. Gli stati nazionali hanno cancellato quest’idea del mare trasformandolo in un’estensione della terraferma: in un territorio che va conquistato e sul quale bisogna tracciare la linea del confine.

Lungo tutto il libro Ivetic coltiva una visione romantica dell’unità. È significativo come l’unico personaggio letterario croato menzionato nel libro fosse proprio il “dotur Luigi“ di Miljenko Smoje: uno che si è laureato a Padova, legge Dante in originale e parla un dialetto pieno di espressioni venete. Il “dotur Luigi“ è per Ivetic il paradigma dell’homo adriaticus.

Il desiderio di delineare una certa “fratellanza e unità“ adriatica nella storia di Ivetic ha però anche un suo prezzo. Il professore padovano tende a trascurare eventi traumatici di cui le comunità conservano ricordi profondi e dolorosi. Inoltre, il suo libro polemizza implicitamente con la storiografia croata e jugoslava e il suo discorso della propria subalternità coloniale. Ivetic polemizza indirettamente anche con i miti storici che da questa parte dell’Adriatico rappresentano dei luoghi comuni. Le imprese di Domagoj e dei pirati narentani riduce a irrilevanti scaramucce, cosa che in effetti molto probabilmente furono. Annota solo di passaggio la distruzione di Zara da parte dei crociati. Non dedica una parola alla rivolta popolare di Lesina. Descrive gli uscocchi come dei brutali briganti, e forse effettivamente non furono altro. Non menziona la battaglia di Lepanto – l’orrore che si è impresso nella memoria collettiva dalmata come strage di dimensioni mitiche e rimase unica di questo genere fino alla battaglia di Sutjeska.

Il fatto che Ivetic minimizza con leggerezza certi miti nazionali croati farà scappare qualche sorriso maligno fra i lettori di sinistra. Ma qui c’è spazio anche per qualche sorriso maligno tra i lettori di destra. La repressione e i crimini commessi durante l’occupazione italiana nel libro di Ivetic occupano, letteralmente, una frase, mentre si dedica molto di più ai crimini commessi dai partigiani e alle foibe. Tutto il movimento di resistenza e la guerra partigiana fino al 1943 nel libro di Ivetic meritano tre frasi. Per lui quella resistenza fu “disperata, poi descritta come eroica “.

Ivetic racconta la storia dell’Adriatico fino all’inizio del secondo decennio degli anni Duemila, quando la Slovenia e la Croazia sono entrate nell’UE, e quasi tutto l’Adriatico, almeno a nord da Molunat, diventa nuovamente un mare interno: il mare dell’Unione Europea. Si può intuire che Ivetic veda nell’Unione Europea il quarto generoso e benevolo impero che sistemerà di nuovo la coperta, riunirà i fratelli che avevano litigato e integrerà politicamente l’Adriatico. Un’altra volta, si tratta di un processo top-down: una forza generosa e illuminata da fuori, gli allunni discoli che vanno accompagnati alla civiltà.

Ivetic rimpiange il fatto che gli “alunni bravi“ (la Croazia e la Slovenia) abbiano girato le spalle all’Adriatico e si siano legati alla Mitteleuropa. Questa insoddisfazione è la stessa che Ivetic doveva provare in Croazia nel 1990, quando la provavo anch’io. Ma Ivetic non si è accorto che da allora le cose sono cambiate. È successo ciò che gli etnologi croati chiamano “la svolta mediterranea“. La monocultura del turismo nell’economia nazionale e la concentrazione della popolazione sul litorale hanno portato a un capovolgimento. Le aziende turistiche e le brochure gastronomiche, Trip Advisor e festival di musica hanno ridotto tutta la Croazia alla Croazia adriatica. La provincia continentale è sprofondata in una totale invisibilità, e il mondo di Ivetic fatto di brodetto e savor, oli d’oliva istriani e vini di Sabioncello si è trasformato in pars pro toto di tutta la nazione. Il paradosso sta nel fatto che quest’immagine – con la quale si vende al mondo l’affare turistico croato – è sorprendentemente simile a quella di Ivetic.

Il passato glorioso
L’Adriatico di Ivetic, come quello dell’Azienda turistica croata, è l’Adriatico delle civiltà antiche nel cuore dell’Europa, l’Adriatico delle città bianche, del passato glorioso, parte integrante dell’Occidente che, casualmente, solo nella breve e sfortunata parentesi novecentesca smise di esserlo. In questa immagine non ci sono periodi di peste e di fillossera, povertà e fame, miseria e fatica, analfabetismo fino a praticamente ieri, non ci sono villaggi abbandonati, fabbriche dismesse, città decadute. In questa immagine dell’Adriatico non c’è la spaventosa arretratezza e bigotteria, il Medioevo prolungato che da qualche parte durò fino a metà del Novecento. Non ci sono periodi alterni di sviluppo e di decadenza, riforme agrarie inutili, non ci sono muretti a secco coperti dalla macchia, cave di pietra fallite, non ci sono gli aiducchi, le rivolte, i ribelli e i partigiani, non ci sono vani slanci di modernizzazione che ciclicamente implodono e sprofondano nel disastro. Nell’immagine dell’Adriatico offerta da Ivetic – come in quella turistica fortemente ritoccata – non esistono ricchi e poveri, non esistono le classi.

In questa immagine dell’Adriatico io – devo dire – non mi riconosco. Non mi ci riconosco io, non ci riconosco la mia famiglia e nemmeno la mia regione. E mentre lo scrivo, mi sento profondamente ed essenzialmente un homo adriaticus, molto più di quanto mi senta croato.
La storia dell’Adriatico. Il mare e la sua civiltà è un libro con molti pregi, sul quale varrà la pena di tornare. Pieno di dati, scritto con abilità narrativa e saggistica. È il libro di una persona che sa tante cose, che è interessata e curiosa e che ha visto molto. Ma in questo libro sono state incorporate, in forma più sottile, ossessioni mitologiche appartenenti a due ideologie nazionali. Una è quella italiana, con il mito dell’impero egemone che permette ai barbari di dissetarsi dal calice di civiltà e prosperità. L’altra è l’ideologia nazionale croata con quel suo insopportabile e patetico “noi-siamo-sempre-stati-l’Occidente“. La storia dell’Adriatico coltiva e lusinga ambedue queste mitologie nazionali, facendo in modo che i loro sostenitori si sentano bene mentre leggono il libro. Motivo sufficiente perchè io, mentre lo leggo, non mi senta affatto a mio agio.

*Natka Badurina è professoressa associata presso l’Università di Udine, dove insegna letteratura croata, bosniaca e serba

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