A 100 anni dall’incendio fascista il Narodni Dom di Trieste restituito alla comunità slovena

A cento anni dalla “notte dei cristalli” triestina, il 13 luglio 2020 il Narodni Dom, la “casa del popolo”, viene restituito ufficialmente alla comunità slovena della città, che gestirà ora attraverso una fondazione il famoso palazzo di via Filzi. Si tratta di un atto non solo simbolico che viene ufficializzato in questa giornata dall’incontro dei presidenti della Repubblica italiano e sloveno, Sergio Mattarella e Borut Pahor, alla presenza anche dei relativi ministri degli Esteri e della ministra Luciana Lamorgese.

Oltre alla firma dell’atto di restituzione del palazzo, i presidenti rendono in questa giornata omaggio anche al cippo che ricorda gli “eroi di Basovizza”, quattro giovani antifascisti appartenenti all’organizzazione TIGR (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka) fucilati dal Tribunale Speciale fascista all’alba del 6 settembre 1930. Si tratta nello specifico di Zvonimir Miloš, Franc Marušič, Ferdo Bidovec e Alojz Valenčič, due sloveni, un croato e un italo-sloveno, considerati tra i primi morti antifascisti. Mattarella è il primo presidente italiano a rendere omaggio a questi caduti, considerati ancora oggi da parte di una certa frangia politica italiana (da Fratelli d’Italia, a CasaPound, fino a Forza Nuova) quali “terroristi”.

Discutibile tuttavia la scelta, come non ha mancato di sottolineare il centro italo sloveno “Comitato Danilo Dolci” di Trieste durante la manifestazione organizzata in Piazza Oberdan sabato 11 luglio, da parte dei due presidenti di rendere congiuntamente omaggio alla foiba di Basovizza, “discutibile perché questa visita sarebbe dovuta avvenire in un altro momento, diverso dalla giornata della solenne restituzione del Narodni Dom. Le due tragedie – continua il comunicato, firmato tra gli altri anche dallo storico Jože Pirjevec e letto nel corso della manifestazione – non sono infatti omologabili e sovrapponibili sul piano della storia”. La comunità slovena ha anche indirizzato al presidente sloveno Borut Pahor una lettera aperta, invitando a riflettere su questa “ennesima umiliazione“, “un gesto del tutto incomprensibile di fronte a un atto dovuto come la restituzione del Narodni Dom, prevista dalla legge, che non dovrebbe prevedere alcuna ‘contropartita’ da parte di chi viene risarcito di un torto subito un secolo fa”.

L’atto di restituzione non è un regalo

La firma dell’atto di restituzione del Narodni Dom alla comunità slovena di Trieste è in ogni caso un passo importante che vuole non solo riconoscere l’esistenza, il ruolo e il significato di quella che oggi continua a essere una minoranza non esigua nel capoluogo giuliano, ma anche ricordare che proprio su questa popolazione autoctona si sono accaniti tanti odi, innumerevoli persecuzioni e più e meno sottili discriminazioni che tuttora restano spesso sottaciuti, quando non del tutto omessi.

Non è un caso che in concomitanza con l’evento diverse frange della destra triestina abbiano organizzato contro-manifestazioni, alimentando polemiche che nel capoluogo giuliano si sommano ormai a molte altre: da quelle sorte attorno alla nuova statua di Gabriele D’Annunzio in piazza della Borsa, all’istituzione del 12 giugno come festa della Liberazione (!) della città, per non parlare delle diverse retoriche che connotano da tempo il Giorno del Ricordo.

La restituzione del Narodni Dom, come scrive il presidente del comitato provinciale ANPI di Trieste Fabio Vallon, “non è un regalo” alla comunità slovena, ma un atto di riconoscimento fondamentale che era stato sancito già nel 2001 e che solo oggi ha trovato una sua concretizzazione (art. 19 della legge n. 38 sulla tutela della minoranza linguistica slovena).

Il Narodni Dom (1904-1920)

Il palazzo di via Filzi, vicino alla stazione e al tram di Opicina che congiunge il centro con l’altopiano carsico, nasce come progetto nel 1900, quando l’associazione slovena Edinost, sull’onda dell’ascesa socio-economica della borghesia triestina e in risposta all’inurbamento progressivo della comunità slovena dell’area, promuove la nascita di un centro polifunzionale che diventi punto di riferimento per la comunità slovena (o più in generale slava) in città. Il progetto viene affidato all’architetto della scuola viennese Max Fabiani, allievo di Otto Wagner e autore di altri imponenti edifici in stile liberty a Trieste, e viene finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti slovena. I lavori si concludono nell’agosto del 1904.

Trieste è ormai dalla seconda metà dell’Ottocento il principale porto asburgico; la città diventa snodo fondamentale di merci, ma anche di genti, culture, lingue. Già luogo storicamente eterogeneo in quanto a demografia, Trieste si fa crogiolo fiorente a cavallo dei due secoli, anche in ambito culturale.

La presenza slovena nell’area giuliana è documentata almeno dal Medioevo. Nel 1875, come riporta il sito del Narodni Dom, il comune di Trieste conta 126.633 abitanti, di cui 24.605 sloveni, che al censimento del 1910 diventano il 25% circa della popolazione cittadina, nel frattempo quasi raddoppiata (229.510 abitanti). All’epoca era proprio Trieste la “più grande città slovena”, maggiore addirittura di Lubiana che all’epoca contava appena 40.000 abitanti.

Tra gli edifici polifunzionali dell’epoca il Narodni Dom di Trieste è ritenuto quello più all’avanguardia. Qui hanno sede una banca, un teatro (da 400 posti; tra 1904 e 1920 ospitò 274 spettacoli e 134 concerti), una sala di lettura, un cinema (il primo sloveno a Trieste), due ristoranti (uno di prima e uno di seconda classe, affacciati su due vie differenti), l’Hotel Balkan (di cui 30 stanze su 62 erano dotate di bagno privato – una vera innovazione per l’epoca), un caffè, una tipografia, la redazione del giornale Edinost, una palestra (da progetto con annessa pista da bowling) e sedici appartamenti privati.

L’incendio del 13 luglio 1920

La data del 13 luglio 1920 pone fine alle attività socio-culturali del centro polifunzionale. Benché già nei mesi precedenti ci fossero stati i primi segnali di intolleranza verso la comunità slava e slovena nello specifico della città, quel giorno segnò il vero spartiacque delle violenze: il 13 luglio  1920, due anni prima dell’ufficiale ascesa mussoliniana al potere in Italia, frange fasciste e nazionaliste, dopo un comizio in piazza Unità, prendono di mira una ventina tra locali e attività commerciali di gestione slava, il consolato jugoslavo e il Narodni Dom, che viene dato alle fiamme. L’incendio dura fino al giorno successivo, distruggendo gli interni del palazzo e il suo patrimonio culturale (libri, strumenti musicali, archivi). Ciò che non bruciò con il Narodni Dom fu spazzato via nei venticinque anni successivi, attraverso la privazione dei diritti relativi alla lingua, la chiusura delle scuole, le deportazioni, l’italianizzazione forzata. “L’Edinost brucia, brucia / il nostro popolo soffoca, soffoca”, scriverà il poeta sloveno Srečko Kosovel (1904-1926).

Come ricorda la senatrice Tatjana Rojc, intervistata da Radio Radicale, con l’incendio del Narodni Dom, “azione capitanata da Francesco Giunta, gli squadristi hanno dato il la all’ascesa del fascismo più becero. Lo stesso Giunta – continua Rojc – aveva scritto nel 1927 come Trieste finalmente fosse stata pulita con il ferro e con il fuoco, e nel decennale dell’era fascista nel 1932, nella grande mostra tenutasi a Roma, una parete era dedicata proprio alle fotografie dell’incendio dell’Hotel Balkan”.

Sin dal 1945 la comunità slovena ha invocato la restituzione del Narodni Dom, incendiato e requisito dal fascismo. Oggi al piano terra del palazzo si trova la Sezione ragazzi della Biblioteca nazionale slovena, mentre il resto dell’edificio ospita dal 1997 la sede della Scuola per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste che ora si vedrà assegnata una nuova sede.

Foto: narodnidom.eu

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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