Giorno del Ricordo. Sì, ma quale? Intervista allo storico Raoul Pupo

Come ogni anno, e il presente non fa eccezione, le commemorazioni legate al Giorno del Ricordo creano dissapori e divergenze. La ricorrenza del 10 febbraio, istituita nel 2004 in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata, e i fatti che essa rappresenta da anni sono oggetto di contrapposizioni politiche e ideologiche, che hanno svilito la complessità di una vicenda impossibile da interpretare in maniera dicotomica. Nel voler astenerci, come sempre, dall’assumere posizioni nette nello stucchevole dibattito, evitando con ciò di prestare il fianco a facili strumentalizzazioni, abbiamo scelto di intervistare quest’anno Raoul Pupo, professore di storia contemporanea dell’università di Trieste che da anni si occupa delle vicende legate al tormentato confine orientale. Consci dell’impossibilità di risolvere tutte le ambiguità della vicenda, ci concentreremo dunque sugli aspetti prettamente storici del fenomeno in esame, e sul rapporto tra storia e memoria.

Il principale nervo scoperto sul quale da anni si consuma la diatriba riguarda in primo luogo l’identificazione delle vittime: a morire nelle foibe furono soltanto fascisti, rei di discriminazioni nei confronti delle popolazioni slave durante il Ventennio, o si trattò di un’indiscriminata ‘pulizia etnica’ anti-italiana? È la domanda stessa, tuttavia, a esser posta nel modo sbagliato. L’obiettivo principale dei partigiani erano infatti i cosiddetti “nemici del popolo”, una categoria che, come spiega Raoul Pupo, era piuttosto elastica.

“Nell’esperienza della guerra di liberazione/guerra civile/guerra rivoluzionaria jugoslava [tale categoria] indicava in genere tutti coloro che si opponevano al movimento partigiano a guida comunista. Nella Venezia Giulia comprendeva tutti quelli che in qualche modo rappresentavano il potere italiano, nelle istituzioni, nella politica e nella società: quel potere infatti doveva venire distrutto e sostituito da uno nuovo. Ovviamente, nella maggior parte erano fascisti, perché tale prevalentemente era la classe dirigente italiana del tempo, il che non significa automaticamente che si fossero macchiati di particolari colpe: alcuni certamente sì (squadristi, agenti dell’Ovra e delle altre forze di polizia, torturatori, spie, ecc.), altri no, ma comunque rappresentavano un regime oppressivo, uno stato che – a prescindere dal fascismo – veniva percepito come imperialista, perché amministrava territori considerati etnicamente sloveni e croati, ed una condizione di egemonia nazionale italiana che si voleva abbattere. Oltre ai fascisti in senso lato, vennero colpiti anche altri che fascisti non erano affatto, o addirittura antifascisti, ma che rifiutavano la subordinazione al movimento di liberazione jugoslavo e l’annessione alla Jugoslavia. I due casi esemplari sono quelli degli autonomisti fiumani – che dal fascismo erano stati perseguitati – degli aderenti ai CLN di Trieste e Gorizia e dei combattenti del CVL di Trieste. Infine, come spesso accade in occasioni del genere, dentro la violenza politicamente mirata si inserirono motivazioni a cavallo fra criminalità politica e comune.”

Dalla primavera del 1945, a muovere le azioni degli jugoslavi fu dunque, essenzialmente, un progetto politico, e non etnico. Non a caso Raoul Pupo cita le parole di Edvard Kardelj, braccio destro di Tito e futuro ministro degli esteri della Repubblica Jugoslava, che aveva insistito sulla necessità di colpire “non sulla base della nazionalità, ma del fascismo”. Tuttavia, se per la leadership jugoslava la distinzione tra “fascista” e “italiano” era chiara, sul campo regnava l’ambiguità.

“Naturalmente, le distinzioni erano più chiare a chi emanava gli ordini, ad alto livello […]. Nei quadri locali invece le differenze spesso sfumavano, per varie ragioni. In primo luogo, per vent’anni il fascismo aveva cercato di inculcare a tutti i residenti nelle province giuliane che Italia e fascismo erano la stessa cosa. In secondo luogo, per i partigiani gli italiani erano tutti un blocco di oppressori nazionali e sociali, con cui chiudere una volta per sempre la partita. Per questo si erano arruolati e per questo combattevano. È ovvio che questa loro carica antagonista la riversassero poi nella repressione, così come fecero nel dopoguerra, quando sabotarono la politica ufficiale della “fratellanza italo-slava”.

Alla luce di questa ambiguità di fondo, l’idea secondo cui “gli italiani vennero colpiti solo perché italiani” per Raoul Pupo è giusta e sbagliata nello stesso tempo:

È sbagliata se intendiamo il termine “italiani” in senso etnico, perché gli ordini dicevano esattamente il contrario. È giusta se per “italiani” intendiamo quelli che volevano l’Italia perché questa, a prescindere dall’origine etnica (in terra di confine spesso difficile da determinare), era considerata colpa gravissima, che poteva condurre alla morte. 

Il professore insiste sulla complessità di una vicenda in cui questioni politico-ideologiche e territoriali si erano intrecciate a doppio filo, dove le distinzioni spesso si erano annebbiate. Una confusione che non contraddistinse solo il confine nord-orientale italiano, ma l’intera Europa stremata da anni di conflitto. Basti pensare ai trasferimenti coatti dei tedeschi di Cecoslovacchia e Polonia, dove l’ostilità etnica e il ricordo nazista si erano ormai inestricabilmente fusi. Contestualizzare le foibe e inserirle nella più generale vicenda europea potrebbe, sottolinea Pupo, potrebbe “disincagliare eventi circoscritti dalla loro dimensione puramente locale, per farne delle significative chiavi di accesso alla “grande storia” europea del Novecento”. Si tratta tuttavia di un’operazione che è difficile nello spazio pubblico, dove “confronti selettivi e battaglie sui numeri sono stati adoperati come strumenti contundenti all’interno di fierissime polemiche, che però molto spesso vedono confrontarsi non situazioni reali, così come descritte dalle analisi critiche, ma miti e contromiti, categorie interpretative svincolate dal loro significato effettivo”.

Nonostante le strumentalizzazioni e la propaganda, Raoul Pupo continua a ritenere l’istituzione del Giorno del Ricordo una scelta corretta:

“L’istituzione del Giorno del Ricordo è stata opportuna per diverse ragioni. Finalmente, con decenni di ritardo, ha permesso di suturare la ferita della memoria degli esuli, la cui tragedia era stata dimenticata dalla comunità nazionale. Essi stessi, in molti casi, avevano preferito non parlarne più, fino a raccomandare ai loro figli di non di mai di provenire da famiglie di profughi, per evitare situazioni spiacevoli.

In secondo luogo, l’interesse riacceso dalla politica ha favorito una più ampia attenzione alla storia generale della frontiera adriatica sul piano degli studi: la memoria degli italiani d’Istria, Fiume e Zara, che alla fine degli anni ’80 del ‘900 stava scomparendo, è stata salvata; è partita una nuova stagione di ricerche, che ha potuto utilizzare anche le fonti ex jugoslave, consentendo un notevole progresso delle conoscenze.

Infine, l’approvazione della legge istitutiva del Giorno del Ricordo quasi all’unanimità da parte del Parlamento ha segnato il superamento di una contrapposizione tutta politica, che vedeva infoibati ed esuli riconosciuti come vittime dalle forze di centro (nella prima Repubblica i profughi erano quasi democristiani) e di destra, ma rifiutati a sinistra. Dopo il 2004 la loro è stata riconosciuta come una tragedia di tutta la nazione italiana.

Naturalmente, istituire una giornata memoriale riferita alle vicende di terre plurinazionali come quelle giuliane, portava in sé il rischio di mettere in tensione le altre memorie, quelle non italiane. Questo è puntualmente avvenuto. In altri contesti europei similari – penso alla Germania, alla Polonia ed all’ex Cecoslovacchia – i vertici delle istituzioni hanno fin da subito avviato iniziative di riconciliazione in grado di controbilanciare lo squilibrio strutturale legato alla riscoperta/valorizzazione delle memorie divise. In Italia un simile impegno è arrivato più tardi e inoltre le forze di destra hanno più volte tentato di “ricolonizzare” la celebrazione, contrapponendo anche le memorie alle analisi storiche”.

Le voci che oggi spingono per un’analisi degli eventi scevra da nazionalismi e interessi partitici sono sempre più frequenti. Ciononostante, la vittoria della storia sulla memoria sembra ancora una chimera.

Fonte foto: Istituto per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata

Chi è Francesco Magno

Aspirante storico, nato a Messina nell'anno di grazia 1992, è stato adottato da Padova, ma col cuore rimane a Bucarest. Si occupa soprattutto di Romania e Moldavia, con qualche sporadica incursione in Bulgaria. Non ha ancora capito se è di destra o di sinistra, pensa di essere per le cose giuste. Sogna di fuggire con un grande amore nella campagna transilvana.

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