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Tbilisi, Yerevan, Baku: la nuova faccia delle capitali del Caucaso

I tre decenni d’indipendenza degli stati del Caucaso hanno portato a radicali trasformazioni nel panorama urbano delle tre capitali. Ne hanno parlato alla conferenza ASIAC a Bergamo il 1° dicembre i professori Vincenzo Zenobi e Laura Pogliani.

Secondo Zenobi, tali progetti di trasformazione urbana sono da intendersi come parte di una narrazione sull’identità nazionale, promossa dalle élite al potere. E tuttavia tali cambiamenti hanno elementi di ben diversi.

Guardare al passato, guardare al futuro

La differenza è particolarmente evidente tra Yerevan, caratterizzata da un’architettura “porosa” e di forme neo-tradizionaliste, e Tbilisi, dove invece spicca un’architettura “liscia” di forma futuristica e ultramoderna.

A Yerevan, spiega Zenobi, si assiste a una narrativa della continuità, in cui i nuovi grandi progetti architettonici si presentano come realizzazione del non-realizzato. In contrapposizione all’architettura cosmopolita, si tratta di progetti basati su forme tradizionali (le arcate) e materiali locali (la pietra di Sushi, in Karabakh) dalle evidenti connotazioni simboliche, come nel caso della Northern Avenue. Si può addirittura parlare di trasformazione della città in un simulacro di sé stessa, come nel caso della città vecchia, demolita e ricostruita a nuovo, più vera del vero.

Ben diverso è il caso di Tbilisi, dove il governo Saakashvili nei primi anni Duemila promuove una narrativa della discontinuità, quasi una cosmogonia: un nuovo paese emerge, con un’architettura completamente nuova, come nei progetti di Rhike Park (Ponte della Libertà, Auditorium), affidati direttamente da Saakashvili agli italiani Fuksas e De Lucchi. Emerge una pluralità di linguaggi architettonici, connessi da una generale idea di modernità.

I due casi, secondo Zenobi, illustrano come la narrativa nazionale impatta le trasformazioni urbane. Attraverso un processo di separazione e semplificazione, le capitali divengono più omogenee e meno complesse, poiché vengono rimossi quegli elementi storici di complessità che risultano di disturbo rispetto alla narrativa nazionale.

Pensarsi capitale mondiale

Nel caso di Baku, come spiega Laura Pogliani, professore del Politecnico di Milano, ci troviamo davanti a una storia di progetti molto impattanti. La capitale dell’Azerbaigian, da sempre fulcro economico del paese (tanto da produrne fino all’80% del PIL), aveva avuto un forte sviluppo dell’architettura residenziale nel periodo sovietico. Dall’indipendenza in poi, il settore edilizio ha affiancato quello petrolifero come traino dell’economia, fino ad arrivare a megaprogetti urbanistici come quelli di Zira Island e Khazar Islands, entrambi sul modello Dubai, poi falliti.

Secondo Aihwa Ong, professore di antropologia all’Università della California a Berkeley, questo “periodo di iper-sviluppo edilizio non è solo legato all’attrazione di investimenti diretti esteri, ma soprattutto a una intensa volontà politica di riconoscimento internazionale”.[1] L’élite al potere ha in mente Baku come capitale mondiale.

Altri progetti realizzati – come le Flame Towers e il Heydar Aliyev Centre di Zaha Hadid, o il progetto revivalista Baku White City –mostrano una mancanza di attenzione per l’eredità architettonica locale. Il progetto White City porta alla demolizione di aree edificate sul lungomare, dove l’architettura tradizionale lascia posto a una riproduzione, anche a livello decorativo, della Parigi haussmaniana – una sorta di neoconservatorismo che ricalca il modello delle vecchie capitali europee.

Secondo Pogliani, tali progetti non sono tuttavia privi di conseguenze negative. Oltre ai problemi ambientali e di mancanza di partecipazione dei residenti, la demolizione degli edifici più vecchi (almeno 3.930 nel solo triennio 2009-2012 costringe a sfratti forzati, a cui segue un processo di gentrificazione, con la sostituzione della classe lavoratrice da parte della classe media. Non solo l’immagine della città ne esce trasformata, ma anche il suo tessuto sociale.

C’è tuttavia ancora speranza. Nel nuovo piano regolatore di Baku 2020-2040, preparato con l’aiuto di esperti tedeschi, si inizia a pensare a un approccio più cosciente alla pianificazione e alle trasformazioni urbane, che indichi chiare priorità tra cui lo sviluppo sostenibile urbano, la cura per il patrimonio architettonico e storico, e la rigenerazione urbana e ambientale. Bisognerà vedere se le autorità sapranno avere il coraggio di mettere fine allo sviluppo edilizio predatorio che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

[1] Ong, Aihwa, “Hyperbuilding: Spectacle, Speculation, and Hyperspace of Sovereignty,” in Roy, Ananya and Ong, Aihwa (eds.), Worlding Cities: Asian Experiments and the Art of Being Global (Malden, MA: Wiley-Blackwell, 2011), pp. 205–226 

Per approfondire:

Foto: Tbilisi, pixabay

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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