Il Sarajevo Film Festival e l’importanza della riconciliazione

La 28° edizione del Sarajevo Film Festival (SFF) ha chiuso i battenti lo scorso 19 agosto dopo la consueta e sempre più prestigiosa proiezione di film internazionali, che rendono questo evento il più glamour della capitale bosniaca. Dopo quasi tre decenni e con oltre 100.000 visitatori l’anno, il festival è ora annoverato come uno degli eventi più importanti dell’industria cinematografica in Europa. Dal 2007, in collaborazione con il Berlino Film Festival e la Berlinale, è stato aggiunta al festival anche una sezione per registi emergenti, ribattezzata dal 2014 Talents Sarajevo, vero e proprio trampolino di lancio per gli aspiranti registi. Nell’agenda della manifestazione si annovera anche CineLink, un programma di co-produzione per i progetti regionali più promettenti. Insomma, la manifestazione ha guadagnato nel corso degli anni un’eco e una risonanza sempre crescenti.

Il programma

Dopo due anni di restrizioni dovute alla pandemia, il SFF è finalmente tornato ai vecchi fasti, ospitando decine di migliaia di visitatori, oltre ovviamente alla lunga lista di film, documentari, corto e lungometraggi da tutto il mondo – alcuni presentati anche in una sezione non competitiva. Il festival ha preso il via con il film del regista svedese Ruben Östlund “Triangle of Sadness”, già vincitore della Palma d’oro a Cannes e che ha ricevuto un Honorary Heart of Sarajevo Award durante la cerimonia di apertura. Tra i 51 film in lizza per i Heart of Sarajevo Awards – gli ormai famosi premi dell’evento – sono state proiettate venti premières mondiali e otto internazionali. L’edizione di quest’anno si è conclusa con la prima mondiale del film “May labor day” del regista bosniaco Pjer Žalica.

Le origini

Feste e red carpet a parte, la manifestazione, inaugurata venerdì 12 agosto, ha voluto ricordare da subito al pubblico le sue stesse origini, da dove cioè questo progetto, a suo tempo, prese vita, andando dritto a quel cuore che ne è diventato il premio: la città assediata e i suoi abitanti che, nonostante le bombe, cercarono di conservare lo spirito cosmopolita che da secoli anima la cittadina balcanica. La prima edizione risale infatti al 1995, in pieno assedio. L’appuntamento annuale che nacque dalle macerie non ha solo contribuito alla vita culturale della città, ma ha dato il proprio contributo anche in senso strettamente fisico: nei primi giorni dopo l’assedio, gli organizzatori e gli addetti ai lavori del SFF si misero infatti al lavoro ristrutturando gli edifici distrutti dai bombardamenti così da renderli dei palcoscenici adatti per l’evento. Il direttore del SFF Jovan Marjanović ha dichiarato: “Tutte le persone coinvolte sentivano di contribuire alla ricostruzione. La città fu quasi completamente distrutta, e il festival fu il luogo, come ai giorni nostri lo è in estate, in cui la città si anima”.

Dealing with the past & In your eyes

E’ proprio dal ricordo dell’orrore di quell’assedio che il SFF resta – e desidera fortemente restare – un monito costante del doloroso passato di Sarajevo. E lo fa attraverso il progetto Dealing with the past, grazie al quale spettatori e visitatori hanno la possibilità di conoscere le tragedie che vi sono accadute e i successivi tentativi di riconciliazione, ma anche, più generalmente, come le società affrontano i conflitti e le drammatiche conseguenze che ne derivano. Secondo gli organizzatori e le autorità competenti, per affrontare le numerose e irrisolte questioni legate alla guerra – che sono ancora così brucianti – è necessario un confronto chiaro e sincero su quel tragico passato. In termini pratici, l’intento del progetto è avviare un dialogo su questo argomento attraverso proiezioni ad hoc, storie, documenti e ricordi che raccontano il passato da diversi punti di vista. Con questo in mente, la speranza è che Dealing with the Past possa condurre il cinema verso il suo traguardo più nobile: l’apertura all’empatia e alla costruzione della pace nel suo senso più vero.

Anche quest’anno il programma di Dealing with the past ha presentato il progetto In your eyes, attraverso il quale una trentina di giovani provenienti da sette paesi dei Balcani occidentali hanno potuto confrontarsi e parlare delle rispettive storie legate alla guerra. Maša Marković, direttrice del programma Dealing with the past, ha affermato che “il progetto nasce dalla necessità di dialogare con la seconda generazione, la quale si confessa estranea alle guerre, scatenate invece dalla generazione precedenti, dei genitori. Ma non appena si raschia la superficie è evidente come questi ragazzi non siano consapevoli di quanto i traumi delle generazioni precedenti abbiano influenzato le loro vite”.

Imparare la riconciliazione

Per questi ragazzi, e più in generale per tutta la generazione che rappresentano, partecipare al SFF è un’opportunità unica di incontrare gli autori e gli addetti ai lavori, ma soprattutto i propri coetanei di altre nazionalità, portando alla ribalta le più diverse e disparate prospettive ed esperienze di vita. E se la diversità è sempre ricchezza, qui, dove tutto questo è nato da un cumulo di macerie, sembra esserlo un po’ di più.

Foto: CoE

Chi è Paolo Garatti

Storico e filologo, classe 1983, vive in provincia di Brescia. Grande appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto per qualche periodo tra Sarajevo e Belgrado dove ha scritto le sue tesi di laurea. Viaggiatore solitario e amante dei treni, esplora l'Est principalmente su rotaia

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