Persone scomparse nel nulla. Cosa fanno i russi nei territori occupati?

Una mattina di gennaio Zelimkhan Murdalov saluta ed esce di casa per andare all’università. Ma non è una mattina qualunque, è il 2 gennaio 2001, a Grozny, Cecenia. La città, conquistata pochi mesi prima, è in mano ai russi. Quel che resta, almeno. Zelimkhan Murdalov si chiude la porta alle spalle per l’ultima volta. Non tornerà mai più. I genitori verranno a sapere che è stato arrestato. Alla stazione di polizia di Oktyabrsky, dov’è detenuto, li rassicurano. Lo rilasceranno presto. Una menzogna. Il ragazzo è stato bastonato a colpi di manganello, poi torturato con scariche elettriche. Il corpo verrà restituito alla famiglia con un braccio rotto, un orecchio strappato, la testa spaccata. Il caso di Murdalov sarà poi raccontato in un articolo, “Lo scomparso“, pubblicato su Novaya Gazeta a firma di Anna Politkovskaja. Il clamore costringerà le autorità ad aprire un’inchiesta e, nel 2005, il suo assassino – un agente russo dell’OMON – verrà condannato.

La guerra sporca

Il suo non fu un caso isolato. Già nel 2001, a guerra in corso, Human Rights Watch aveva documentato 113 casi di persone scomparse nel nulla. Alla fine della guerra il numero delle persone scomparse si aggirerà tra le tremila e le cinquemila. La gran parte di loro è rimasta senza giustizia e, in molti casi, il corpo non è stato ritrovato. La detenzione di migliaia di persone con il pretesto di avere informazioni su sospetti membri di gruppi armati ceceni e sui loro parenti era diventata una pratica ordinaria in Cecenia, condotta su larga scala dall’esercito russo, dalle forze di polizia e – in misura minore – dalle milizie cecene filorusse. Venne chiamata “la guerra sporca“. Le forze armate russe circondavano villaggi o quartieri allo scopo dichiarato di trovare armi, perquisivano case e luoghi di lavoro, e portavano via persone a caso. Detenute senza accusa, non potevano avvalersi di assistenza legale. I racconti di chi è sopravvissuto parlano di pestaggi, torture con scariche elettriche che facevano perdere i sensi, violenze psicologiche, mutilazioni fisiche.

L’arbitrio eretto a legge

Nei territori occupati, i russi agivano nel più totale arbitrio. Il 26 novembre 2001 le forze russe circondarono il mercato centrale di Grozny, scesero dai mezzi blindati sparando sulla folla, distruggendo le bancarelle, rubando la merce e uccidendo i negozianti che protestavano. Alcune persone vennero portate via, allungando l’elenco degli scomparsi. Si trattò di una rappresaglia per l’uccisione di due soldati russi che ebbe luogo pochi giorni prima nello stesso mercato. Un mese prima, truppe russe avevano accerchiato l’ospedale di Urus-Martan, arrestando medici e pazienti. L’università di Grozny venne circondata in dicembre, circa un centinaio di uomini fecero irruzione nell’edificio. Dopo aver raggruppato nell’atrio docenti e studenti, ne rapirono una ventina. Alcuni di loro furono ritrovati, cadaveri, in primavera, lungo le sponde del Sunzha. Liberati dal disgelo del fiume, scendevano lungo il suo corso a chilometri da Grozny.

La Russia responsabile

Tutto era concesso in quella guerra, che guerra non era ma “operazione speciale anti-terrorismo“, come l’avevano battezzata al Cremlino. Per questo, accanto alle truppe regolari, c’erano agenti dell’OMON – unità spetznas impiegate come polizia anti-sommossa – e uomini del FSB (il servizio segreto russo) a condurre una guerra al di sopra di ogni legge. La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha emesso più di 580 sentenze in relazione al conflitto in Cecenia. Circa il 60% dei procedimenti giudiziari riguarda le sparizioni forzate. In quasi tutti i casi, il tribunale ha ritenuto la Russia responsabile di non aver indagato adeguatamente e non aver reso giustizia per i crimini commessi dai suoi soldati.

Cherson, la storia si ripete

«Accade ogni giorno che qualcuno qui sparisca, in molti sono alla ricerca di persone scomparse». Qualcuno torna, con le ossa rotte e i segni delle torture sul corpo, altri non si rivedono più. Presi dai russi, detenuti senza accusa, rilasciati solo a condizione che collaborino con gli occupanti.

Sono le storie che emergono da Cherson, città dell’Ucraina meridionale, occupata dalle forze russe il 2 marzo scorso. La città, che per metà è russofona, non si è mai piegata agli occupanti i quali, da settimane, stanno dando vita a una nuova amministrazione locale allo scopo di simulare il consenso della popolazione locale verso l’annessione alla Russia. Ma non sembra funzionare. Dmytro Savluchenko, assessore della nuova giunta filorussa, è stato ucciso con un’autobomba lo scorso 24 giugno.

I russi intanto continuano a entrare in casa dei giornalisti – come Oleh Baturin – per rapirli e torturarli, e continuano a fermare i civili in checkpoint improvvisati, rapinandoli o arrestandoli. Quanti stanno scomparendo in queste ore non è possibile saperlo, ma le voci si fanno sempre più insistenti, rompendo il muro di silenzio e paura eretto dall’occupante. Un copione giù visto, in Cecenia, vent’anni fa. Non dimentichiamolo.

L’immagine, tratta da Wikipedia, mostra soldati russi che seppelliscono corpi di civili in una fossa comune durante la Seconda guerra cecena

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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