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L’OPINIONE: Gli ucraini non decideranno della pace

L’aggressione russa all’Ucraina, iniziata il 24 febbraio scorso, ha spinto i governi occidentali a inviare armi per sostenere la resistenza ucraina, contribuendo in modo decisivo a rallentare l’avanzata russa. L’Ucraina combatte per la propria autodifesa, ma l’Occidente ha altre motivazioni. I governi occidentali non sostengono Kiev per ragioni etiche o umanitarie – altrimenti perché non sostenere altri popoli aggrediti? o perché aggredirli? – ma perseguono strategie militari tese ad accrescere l’influenza politica ed economica nello spazio post-sovietico. L’invasione russa ha offerto un’occasione insperata per indebolire un competitor, limitandone l’espansione e la capacità di proiezione globale.

Al momento gli interessi della NATO e quelli di Kiev sembrano coincidere, ma è lecito attendersi che a un certo punto gli alleati occidentali cercheranno un appeasement con il Cremlino, un cessate il fuoco che congeli il conflitto anche lasciando il controllo de facto di ampie regioni del paese alla Russia. Già da Parigi e Berlino arrivano chiari segnali in tal senso. Ma il governo ucraino, benché sembri pronto a qualche rinuncia territoriale, non può che guardare con angoscia a questa eventualità. Il paese si troverebbe sospeso in un limbo, privo di reale sovranità, occupato per metà, costretto a piegarsi alla volontà delle potenze. L’avanzata russa nel Donbass, lenta ma costante, rende sempre meno realistica la prospettiva di ricacciare il nemico al di là dei confini a meno che l’Alleanza Atlantica non decida un improbabile – e suicida – impegno diretto nel conflitto.

L’impressione è che non saranno gli ucraini a decidere il proprio futuro. Le sorti del conflitto non sono in mano a Kiev e le continue rassicurazioni che nessuna cessione territoriale o trattato di pace verrà imposto senza il consenso ucraino, appaiono meno credibili tanto più insistentemente vengono garantite. La guerra, avviata dalla Russia, finirà quando NATO troverà una conveniente pacificazione, e gli ucraini dovranno piegarsi perché le armi sono occidentali, lo sono il sostegno diplomatico ed economico, senza il quale Kiev avrebbe già dovuto arrendersi da tempo. A poco serviranno i cri de douleur di Varsavia o Vilnius, il pragmatismo avrà la meglio.

È già successo in passato: quando nel 2014 la Russia invase la Crimea e il Donbass, nessuno mosse un dito. Anzi, gli accordi di Minsk – che nel 2015 portarono al cessate il fuoco e al congelamento del conflitto – furono accettati da Kiev su pressione occidentale malgrado fossero sfavorevoli all’Ucraina (che, infatti, non li implementò mai del tutto). Già una volta l’Occidente è stato pronto a sacrificare l’Ucraina sull’altare della pace con Mosca, perché non dovrebbe ripetersi lo stesso copione?

Tanto più che molti governi europei vorrebbero porre termine al conflitto il prima possibili e ristabilire relazioni commerciali con Mosca, tra questi l’Italia e soprattutto la Germania che vede nel prosieguo del conflitto un danno alla propria economia. Le divisioni nel campo occidentale sono il sintomo di una guerra interna che vede tedeschi e anglo-americani su fronti opposti. Se i primi hanno nell’Europa orientale il necessario sfogo per la propria economia, i secondi guardano con sospetto alla primazia tedesca sull’Europa (e sull’UE). Berlino si trova però alla testa di una serie di paesi, tra cui Francia, Italia, Austria e Olanda, che spingono per una rapida soluzione del conflitto.

Il timore è che gli ucraini – dopo aver sacrificato migliaia di vite, aver subito la distruzione di intere città, ed essersi sacrificati nello sforzo di una resistenza impari – si trovino cornuti e mazziati, con un paese spezzato a metà, servi di due padroni, ingannati e umiliati da quelli che oggi promettono improbabili adesioni alla NATO e all’Unione Europea. Si può sperare che non sia così, che queste righe vengano confutate dai fatti, che il pessimismo che le domina sia motivo di future irrisioni. Si può sperare.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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