CINEMA: Cannes – Pamfir, l’eroe senza tempo

Su Pamfir si può affermare immediatamente che è uno dei più incredibili e sorprendenti film dell’intero Festival di Cannes, un debutto alla regia di un’eccellenza che raramente si riscontra, nonché un film tremendamente godibile.

Fin dalla prima inquadratura, il film di debutto del regista ucraino Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk  ipnotizza, presentandoci un’ambiente ancestrale, medievale: una capanna di legno con una maschera tradizionale che si mimetizza nell’ambiente. Eppure, si tratta di un film ambientato nella contemporaneità, nella zona di Černivci, vicino al confine rumeno dell’Ucraina, zona in cui è radicata una tradizione legata al contrabbando transfrontaliero. Leonid “Pamfir” torna da un periodo di lavoro all’estero in Polonia per i festeggiamenti del Malanka, una festa carnevalesca di origine pagana, ma una serie di eventi lo porta a compiere scelte estreme per proteggere il suo figlio adolescente.

Collocare Pamfir in un genere specifico non solo è superfluo ma impossibile: può essere descritto in egual misura come un film crime, un dramma familiare, una tragedia greca, una commedia nera. La commistione è particolarmente evidente nella sincresia tra presente e passato: Leonid stesso sembra quasi un vero e proprio cosacco primordiale intrappolato nell’epoca moderna, in cui si incarna un’anima a tratti animalesca, pagana, il suo alter-ego Pamfir, per l’appunto.

Gli episodi di criminalità da lui compiuti racchiudono un sottotesto quasi ritualistico, codificato: la partenza di una banda di contrabbandieri e l’assunzione di pastiglie rafforzanti ricorda quasi la preparazione prima di una razzia. La forza bruta che Leonid manifesta è degna dell’eroismo di un guerriero pagano, così come la sua concezione di morale esula da quella cristiana tradizionale. La compresenza di elementi pagani e di comunità cristiane compone un ulteriore sistema di opposti tematici all’interno del film che coesistono e si personificano in Leonid e in sua moglie Olena, devota cristiana.

A ciò va aggiunto il fatalismo intrinseco della vicenda: Leonid come eroe tragico sofocleo che cerca di opporsi con hubris al proprio destino e che ne rimane schiacciato. Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk aggiunge che «è un tipico ucraino che combatte per un futuro migliore pur avendo un passato difficile», suggerendo che in lui si racchiude l’essenza dell’identità ucraina, ma vi si può osservare per estensione anche il fatalismo est-europeo kafkiano più radicato. Così, l’epopea di Pamfir non può che essere fallimentare, privo di una risoluzione eroica tradizionale.

Visivamente, l’illuminotecnica crea un’estetica dai colori vivaci molto variabile ma mai incoerente, che pur con echi ad altri cineasti rimane originale e unico. Quasi l’intero film è costruito per piani sequenze, tecnica molto amata anche da altri cineasti ucraini più noti come Sergei Loznitsa o Valentyn Vasyanovich. Ma se questi ultimi preferiscono mantenere la cinepresa ad una certa distanza e principalmente in posizione statica, la fotografia di Nikita Kuzmenko si posiziona tra il primo piano ed il piano medio, segue l’azione degli attori da vicino e permette di assaporare le performance in dettaglio, senza che diventi un elemento di distrazione quanto più uno strumento immersivo, che ulteriormente coinvolge nella pellicola.

La preparazione degli attori, per loro stessa ammissione, è stata molto immersiva: era previsto che vivessero la quotidianità nella stessa situazione familiare dei loro ruoli per svariati mesi anche al di fuori delle riprese. Il risultato è una serie di performance impeccabili da parte di Oleksandr Yatsentyuk (Leonid) e Solomiya Kyrylova (Olena) ma anche di Stanislav Potiak (che interpreta il figlio Nemar), quest’ultimo attore non professionista. Sukholytkyy-Sobchuk è convinto della forza espressiva di un attore a prescindere dalla sua formazione, e la sua direzione agevole in Pamfir ne è la prova definitiva.

Alla prima della Quinzaine des realisateurs (il festival collaterale di Cannes), i titoli di coda di Pamfir di Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk sono stati subito coperti dal boato imponente del pubblico, entusiasta come in poche altre proiezioni, e giustamente: si stenta a credere che questo sia un lungometraggio di debutto e la sua complessità lo rende un’opera davvero unica, che merita a tutti gli effetti di ottenere il premio Camera d’or al miglior debutto.

Chi è Viktor Toth

Cinefilo focalizzato in particolare sul cinema dell'est, di cui scrive per East Journal, prima testata a cui collabora, aspirante regista. Recentemente laureato in Lingue e Letterature Straniere all'Università di Trieste, ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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