ALBANIA: Diritti LGBT, a un’attivista albanese il premio di Civil Right Defenders

Diritti LGBT, a un’attivista albanese il premio di Civil Right Defenders. A riceverlo è stata Xheni Karaj che da anni si batte nel suo paese per il riconoscimento di pari diritti

L’organizzazione internazionale con sede a Stoccolma, Civil Rights Defenders (CRD), ha assegnato il premio per la Protezione dei Diritti Umani all’attivista albanese Xheni Karaj, in compartecipazione con l’ugandese Frank Mugisha. Nel comunicato con cui ne dà notizia, l’organizzazione giustifica questa scelta osservando che “nonostante lavorino in contesti dove l’omofobia è diffusa, continuano a combattere con forza per sostenere il diritto di ogni individuo al proprio orientamento sessuale e identità di genere”.

Chi è Xheni Karaj

Nonostante la giovane età, Xheni Karaj si batte da anni per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT e ha avuto un ruolo fondamentale non solo perché si è fatta promotrice del movimento LGBT in Albania ma, anche, perché rappresenta il volto noto di chi sostiene tali istanze, stimolando e favorendo il dibattito nel paese su questo tema. Oggi LGBT Aleanca – l’associazione fondata da Karaj – propone attività artistiche e di intrattenimento ma, soprattutto, offre servizi di supporto ai membri della comunità, psicologici e pratici, come quelli di accompagnamento presso le istituzioni giudiziarie e sanitarie per coloro che rimangono vittime di atti di odio.

La transizione verso la modernità

Un servizio quanto mai indispensabile dato che stupro, violenza fisica e ricatto, sono crimini ancora piuttosto frequenti nella società albanese. Questo stando ai risultati pubblicati nell’ultimo rapporto – datato 2021 – dalla ILGA Europe (una ONG che riunisce 600 associazioni di 54 paesi che si occupano di questioni di genere) secondo i quali la metà degli LGBT albanesi avrebbe subito molestie e atti di bullismo nella propria vita – tra di essi la stessa Karaj – e ben l’80% avrebbe preso in considerazione l’idea di trasferirsi altrove, in paesi dove è più consolidato il loro stato di diritto.

Una situazione, peraltro, non dissimile da quella lamentata dalle donne, a rafforzare l’idea di una società ancora fortemente patriarcale e, in qualche misura, machista: una condizione spesso apertamente manifestata persino nel linguaggio pubblico e politico (situazione non tanto dissimile, per la verità, da quella vissuta in molte altre società europee, Italia inclusa).

Uno stereotipo, per certi versi, un’idea solo parzialmente aderente alla realtà dei fatti. È sicuramente vero, infatti, che rimangono ancora tantissime cosa da fare, così come indirettamente riconosciuto dal rapporto annuale della Commissione europea sull’Albania che rileva l’esistenza di un’evidente discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender – conclusione peraltro corroborata dal fallimento con cui, nel 2020, si è concluso il tentativo di promuovere una legge che riconoscesse la legittimità dei matrimoni omossessuali e quello della genitorialità delle coppie dello stesso sesso. Ma è altresì vero, d’altro canto, che diversi progressi sono stati fatti, per lo meno nella percezione pubblica della questione.

Senza voler ricordare, in tale senso, la depenalizzazione del reato di omosessualità risalente ormai a quasi vent’anni fa, o la legge con cui – nel 2010 – si adottava una legislazione che proibiva ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, si potrebbe invece menzionare, in tempi più recenti, la legge votata dal parlamento che vieta la pratica della cosiddetta terapia di “conversione”, ovvero di quella prassi che si proponeva di “correggere” l’orientamento sessuale di gay e bisessuali e, addirittura, di “curare” le persone transgender. Un pronunciamento che aveva posto l’Albania all’avanguardia in Europa visto che, prima di lei, solo Germania e Malta si erano dotati di un provvedimento analogo.

La volontà di proseguire il cammino

Sono le dichiarazioni di Karaj all’indomani del ricevimento del premio a riconoscere, tuttavia, la “mancanza di volontà politica” e a considerare amaramente che “non è giusto che nel 2022 siamo visti come cittadini che non meritano uguali diritti”.

Ma è a un post pubblicato sul suo profilo Facebook che l’attivista affida i suoi sentimenti più profondi e tutto il suo ringraziamento ai componenti di quella comunità che ha contribuito così coraggiosamente a far emergere dall’isolamento e dal silenzio: “l’amore, l’empatia e l’impegno che avete per ogni persona della nostra comunità sono stati e continuano a essere per me una lezione e un’ispirazione”. Come a dire: siamo solo all’inizio.

Foto: Labirinth.net

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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