Il tempo sovietico in “Presto tornerà la neve”, di Yaryna Grusha Possamai

Speciale dedicato al trentennale della dissoluzione dell’Unione Sovietica in collaborazione con Q Code

Una traduttrice si mette in viaggio verso l’entroterra ligure per concentrarsi sulla traduzione di un manoscritto, ma a ogni giorno che passa tra le montagne spoglie e riscaldate dal sole estivo, le sembra sempre di più di essere già stata in quel posto. Un incontro insolito con un vecchio soldato italiano la spinge a partire per un altro viaggio, questa volta attraverso il tempo, nel quale le sagome delle montagne e la calma del Mar Ligure assumono nuovi aspetti e diventano molto più di luoghi familiari. Questa è la trama del romanzo, ancora inedito, “Presto tornerà la neve” di Yaryna Grusha Possamai che pubblichiamo in esclusiva per questo speciale.

 {…}

Uno

Due

Tre

Quattro

Erano sempre in nove.

Nove tovaglioli ricamati dalla nonna. Nove bicchieri che si usavano solo per le feste e che non erano mai dello stesso servizio, ma un misto di superstiti dai servizi diversi. Nove posate di rame che da Natale a Natale diventano sempre più opache. Mamma dice che li opacizza il tempo e ogni Natale continua a strofinarli con forza. Il tempo potrebbe essere anche un po’ più clemente. 

Don Uno

Don Due

Don Tre

La campana dietro la finestra si chiede se ci sei ancora.

Don Nove

Don Dieci

Il vento passa leggero sulle pagine malapena sfogliate del manoscritto.

Don Undici

Don Dodici

Profumano dietro le finestre i pranzi liguri e tu invece senti il profumo di paljanytsi, il pane casereccio piegato in una specie di busta quadrata con i ripieni vari.

La nonna salta in padella il pane raffermo ammollato con l’aneto essiccato l’estate scorsa per mischiare tutto dopo con l’uovo sodo tagliuzzato. Il forno, acceso la mattina ancora prima dell’alba, è rovente come il vecchio ferro da stiro a carbone. Una volta sopra il forno, in quella specie di nicchia quadrata, si poteva dormire al caldo, ma adesso la nonna l’ha trasformata in un ripostiglio dei cappotti dai gomiti bucati. Le paljanytsia cominciano a farsi sentire con il profumo dalla pancia ardente del forno. Eccole appena sfornate, calde e abbrustolite. Il nonno porta in casa il didukh, il fieno, per sistemarlo sotto la tovaglia sul tavolo, perché Gesù bambino era nato in un ovile. Quattro spicchi d’aglio ai lati per scacciare i demoni e una candela accesa per ricordare le anime dei morti che non sono più tra voi. Sul tavolo si mettono i dodici piatti magri, per il numero di apostoli. Secondo la tradizione dovrebbe esserci l’uzvar, la bevanda di frutta essiccata e la kut’ja, la miscela dolce di cereali cotti, uvetta, noci, miele e semi di papavero. A tavola ci si metteva solo dopo che cielo spuntava la prima stella, il simbolo del Gesù bambino nato. Chi vedeva la prima stella, sarebbe stato felice per tutto l’anno. Ma fa troppo freddo ad aspettarla fuori, per questo ogni anno è la nonna la prima a beccarla con la scusa che deve dare da mangiare alle bestie o portare dalla dispensa, la nostra stanza dei tesori, i barattoli gelati delle conserve preparate durante estate scorsa: pomodori, cetrioli, funghi, mele, fagioli, ciliegie.

Insieme alle stelle in cielo saliva la luna. Sulla luna della vigilia di Natale la nonna riusciva a vedere la sagoma di due fratelli, dei quali uno tiene sul forcone l’altro. La parabola dice, che il giorno di Natale è un peccato mettersi a tavola per mangiare o dare da mangiare alle bestie, finché non finiva la messa in chiesa. La parabola intende i tempi quando ancora c’erano le chiese. Un uomo non aveva ascoltato le parole di Dio ed era andato a dare un po’ di fieno alle bestie. Ha infilato il forcone nella montagnetta di fieno e al posto di fieno ha perforato suo fratello minore che dormiva sul fieno. Il fratello maggiore ha visto il minore ucciso solo quando ha alzato il forcone in alto. Dio li ha presi e li ha messi sulla luna come un promemoria a tutti del grande peccato di chi non ascolta le parole di Dio.

Cu-cu Uno…

Cu-cu Due…

… esce dal suo nido un cuculo di legno sulla molla triangolata.

Cu-cu Tre…

Cu-cu Quattro…

Dalla stanza di fianco la bambina sente le sue due cugine declamare e ripete dietro di loro la frase: “Buona sera! Che Dio vi benedica con la Santa Vigilia di Natale! Lo chiedono i miei genitori e lo chiedo anche io di accettare la mia cena”.

Cu-cu Cinque…

Ora tocca a lei.

Stringe tra le mani un piccolo fagotto e con la voce poco sicura borbotta: “Buona sera! Che Dio vi benedica con la Santa Vigilia di Natale! Lo chiedono i miei genitori e lo chiedo anche io di accettare la mia cena” e poi passa al nonno, che è il più anziano della famiglia, il suo fagotto, dentro il quale i suoi genitori hanno messo i regali comprati nel negozio chiamato UniverMag, mentre lei stava insieme al nonno in macchina ad aspettarli. Tanto non c’era niente di che da vedere. Tra gli scaffali semivuoti hanno recuperato uno shampoo, una saponetta, un calendario per l’anno appena arrivato e la crema per le mani che si chiamava “Crema per le mani” e la barretta del cioccolato che si chiamava “Barretta”. I nonni sicuramente la ringrazieranno con gli stessi regali presi nello stesso UniverMag. Però quest’anno c’è qualcosa in più. Nonno porge in avanti i due pugni e chiede alla bambina di indicarne uno: nella mano calda e rugosa del nonno stanno due orecchini d’oro con delle pietre rosse. La nonna dice che nonno era partito la mattina presto per mettersi in fila, perché c’è una certa inflazione, e comprare l’oro conveniva.

A cosa servono gli orecchini d’oro con delle pietre rosse alla bambina? Lei voleva una bambola. Con la bambola ci si può giocare, costruirle le case, farle dei vestiti, portarla in giro. E con gli orecchini d’oro come si fa a giocare? Non ha nemmeno i buchi nelle orecchie. “Quando diventerai grande, capirai”, — dice la mamma. La mamma è già grande ma non l’ha vista giocare con i suoi orecchini d’oro. Non li toglie nemmeno, ha solo quelli. 

Poi ci si mette a tavola. Il primo cucchiaio di kut’ja si mette in bocca, il secondo cucchiaio si mette sul piatto per i morti e lo si lascia lì fino alla fine della cena. La bambina non conosce i suoi morti, perché quando erano morti lei o non c’era ancora, o era troppo piccola per ricordare. Per lei sono stati sempre loro nove alla tavola natalizia. La nonna le raccontava che una volta si preparavano ben tre kut’ja durante le feste natalizie, una per il giorno di San Basilio, una il 13 di gennaio e una per la festa della benedizione d’acqua. Era il tempo in cui ancora c’erano le chiese. Papà una volta ha raccontato la storia di un’altra bambina che tanto tanto tempo fa era andata ad assistere alla benedizione dell’acqua sul fiume, ma il ghiaccio, per la tanta gente che era venuta, era sprofondato e tutti intorno, anche la bambina, seguirono la messa con i piedi nell’acqua gelata. Poi quella bambina si era ammalata di una grave malattia ed era diventata una poetessa famosa e si faceva chiamare Lesja Ukrajinka. Forse per questo non si fanno più le feste della benedizione dell’acqua, così nessuno possa più bagnarsi i piedi ed ammalarsi di brutto. Anche se alla bambina piacciono le feste invernali, soprattutto il Natale con tutte quelle tradizioni, che la nonna continua a tramandare, anche se non lo fa più nessuno, perché Dio l’hanno abolito dall’alto. Ma chi può essere al di sopra di Dio, se lui sta al di sopra di tutti nel cielo, nel punto più alto del mondo? Papà dice che il Dio dei nostri tempi è il Partito, ma nella Bibbia nascosta in casa, non c’erano i santi con quel nome. Nonno dice che siamo dei rivoluzionari a festeggiare il Natale e una volta potevano mandarci tutti in Siberia per questo, ma il nonno non è certo che quei tempi siano passati, per questo era sempre meglio tacere su ciò che facevamo la sera della Vigilia e il giorno dopo.

Siberia nella testa della bambina era un punto molto lontano e molto bianco. Un bianco immenso fermo e piatto, dove non fiatava neanche il vento. Siberia era da qualche parte in là, sicuramente oltre Kyiv e oltre Mosca, la città dove andavano tutti per diventare famosi. Anche le più grandi notizie arrivavano da Mosca, sembra che i capi più importanti stiano lì. Era meglio non raccontare in giro su cosa si discuteva a tavola tutti insieme e la mamma te lo aveva sempre detto più volte di non parlare mai il giorno dopo con nessuno all’asilo nido su ciò che avevano discusso la sera in cucina. Non raccontare di quel poeta molto bravo che piaceva a papà di nome Stus, morto da poco in qualche Siberia, di non parlare mai del cugino del padre della bambina, tornato dall’Afghanistan, dove è stato spedito a scontare i suoi due anni della chiamata alla leva. Si diceva che i giovani chiamati alla leva speravano di non ritrovare come destinazione del servizio la parola “Afghanistan”. A pensare alla parola Afghanistan, non le veniva nient’altro in mente, che la polvere. Un’enorme nube di polvere rossa. Questo cugino era afflitto da qualche malattia, chiamata sindrome, o era la sindrome che era una malattia? La bambina non lo capiva, sapeva solo che lo zio continuava ad urlare la notte e chiamare il nome di qualcuno. Hanno smesso di invitarlo alle feste, perché raccontava delle cose, che non era permesso di sapere a nessuno, ma gli era difficile tenere tutto dentro una volta in compagnia dopo qualche bicchierino di acqua santa. Chissà che segreti erano quelli, che lui non poteva raccontare e chissà perché tutti avevano cosi paura di andarci.

E di cosa si parlava a tavola con tutti gli argomenti che non si potevano nominare? Delle bestie? Di come era andato l’orto quest’estate? Di cucina così povera che i discorsi finivano subito dopo due battute? Di lavoro? Parlare di lavoro significava parlare di scuola anche perché …

perché a parte il nonno, che curava i cuori delle macchine e autobus, tutti gli altri facevano gli insegnanti scolastici. Anche la cugina più grande si stava preparando per diventare un’insegnante nel futuro. Anche la bambina sarebbe diventata una di loro, una volta finita la scuola? Per ora ciò che voleva fare è scambiare i libri letti con quei giudizi: questo è bello, questo è a dir poco noioso, questo è esilarante, come fanno tutti gli adulti della sua famiglia, e fare insieme a loro le parole crociate. Ma quello lo fa già, mentre tutti sono a cena, lei scarabocchia dentro le caselle così ben ordinate:

Una casella

Due caselle

Tre caselle

Per far arrabbiare suo padre, che dovrà cancellare i suoi scarabocchi con l’unica gomma presente in casa, sperando che la bambina l’avesse messa al suo posto quando l’aveva usata l’ultima volta.

Dopo cena la famiglia si metterà a giocare a carte, anche se la nonna ogni volta dice, che è un peccato giocare a carte alla vigilia di Natale, soprattutto giocare a Strega, un gioco sicuramente giocato dal Diavolo. Ma poi anche la nonna cede alla donna di picche. Dopo che la donna di picche è stata baciata un po’ da tutti, perché quello che perde e rimane con la Strega in mano la deve baciare e prendere la sua sfortuna, finché non la passa a qualcun altro. E dopo qualche giro a Strega le donne di famiglia guarderanno il film “La notte prima di Natale”, che prima era un libro di Gogol’, che ormai, sia il libro che il film, tutti conoscono a memoria: “Riuscirai a portarmi le scarpette della zarina, diventerò tua moglie!”. I maschi, il nonno con tuo papà e tuo zio, invece, fumeranno fino alla mattina nel corridoio giocando a carte seriamente. Anche questa volta vincerà il nonno.                 

Cu-cu Uno –

Cu-cu Due…

… esce dal suo nido un cuculo di legno su una molla triangolare.

Cu-cu Otto…

Cu-cu Nove…

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Immagine: Pixabay

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East Journal nasce il 15 marzo 2010, dal 2011 è testata registrata. La redazione è composta da giovani ricercatori e giornalisti, coadiuvati da reporter d'esperienza, storici e accademici. Gli articoli a firma di "redazione" sono pubblicati e curati dalla redazione, scritti a più mani o da collaboratori esterni (in tal caso il nome dell'autore è indicato nel corpo del testo), oppure da autori che hanno scelto l'anonimato.

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