Ereditare l’URSS: i problemi di memoria nella Russia di oggi

Speciale dedicato al trentennale della dissoluzione dell’Unione Sovietica in collaborazione con Q Code

La Federazione russa è di fatto lo stato successore dell’Unione Sovietica e quindi erede dell’allora super potenza comunista. Il passato sovietico deve inserirsi all’interno di una narrazione storica positiva, concepita dalle autorità per rafforzare l’identità nazionale russa e basata fortemente su una serie di vittorie e conquiste da celebrare. La Russia, nel tramandare gli eventi del periodo sovietico, si trova a operare una selezione: le vittorie fanno parte di un comune bagaglio storico, mentre le pagine più controverse di settant’anni di regime sovietico vengono trattate in maniera ambigua.

Il mito della Grande Guerra Patriottica

Il 9 maggio, giorno della vittoria dei sovietici sulla Germania nazista, è uno dei giorni più importanti dell’anno nel calendario russo, se non il più importante in assoluto. La vittoria nella cosiddetta “Grande Guerra Patriottica”, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale, gioca infatti un ruolo unico nella definizione dell’identità nazionale, sempre più centrale anche nell’ideologia promossa dal presidente Vladimir Putin.

L’attuale regime usa questa storica vittoria per rendersi immune da critiche su altre questioni, specialmente dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Le autorità e le organizzazioni para-statali hanno tutto l’interesse a creare una continuità tra la storia passata e il presente. L’orgoglio per i veterani e per le loro imprese contro i nazisti deve diventare orgoglio per l’esercito russo o per l’assetto odierno più in generale. Questo viene fatto in svariati modi, che risultano più o meno efficaci.

Sulla collina di Volgograd, l’allora Stalingrado, si trova una monumentale statua dal titolo “La madrepatria chiama”, eretta nel 1967 per festeggiare la vittoria sul nazifascismo. In questo luogo dall’alto valore simbolico si tengono oggi numerose iniziative a sfondo nazional-patriottico: bambini che cantano con in mano i ritratti dei veterani sovietici; o ancora un videoclip, pubblicato in rete, in cui gruppi di lavoratori accorrono in massa sulla collina, con fare trionfale e con tanto di lanterne. Tutto lascerebbe suggerire che si tratti di commemorazioni per la vittoria della battaglia di Stalingrado: i bambini, invece, cantano in onore del “comandante Putin”, mentre nell’altro caso la scritta “Siamo con te, Vladimir Vladimirovič!” spunta a sorpresa alla fine del video. Si tratta di collegamenti oltremodo forzati, ma che hanno il chiaro proposito di unire le glorie del passato con il presente, sfruttando l’orgoglio per le conquiste di ieri per giustificare le azioni di oggi.

A onor del vero, il regime non ha bisogno di imporre la memoria del Giorno della Vittoria. Questo giorno veniva ampiamente celebrato ai tempi dell’URSS ed è senza dubbio tra i più sentiti per i cittadini russi.

Non c’è spazio, tuttavia, per troppa soggettività. L’iniziativa del “reggimento immortale”, in cui ogni partecipante al corteo del 9 maggio porta con sé il ritratto di un parente che prese parte alla Seconda Guerra Mondiale, era inizialmente nata da un gruppo di cittadini. Un anno dopo il suo esordio, avvenuto nel 2012 a Tomsk, l’iniziativa si era diffusa non solo in numerose città del Paese, ma anche in alcuni stati limitrofi, come Ucraina, Kazakistan e Kirghizistan. Nel 2015, la sfilata del reggimento immortale è stata inclusa nel programma ufficiale dei festeggiamenti del 9 maggio a Mosca, passando sotto l’amministrazione delle autorità municipali e dell’associazione “Reggimento immortale russo”, creata con il supporto del governo. Si è trattato di una vera e propria appropriazione da parte delle autorità. La memoria collettiva può essere sfruttata ai fini della propaganda e il governo non può permettersi che iniziative cittadine rischino di distaccarsi dalla narrativa ufficiale.

Il Gulag e le repressioni politiche

Se la vittoria sul nazifascismo gioca un ruolo fondamentale nella narrazione odierna, le pagine più buie della storia sovietica vengono largamente taciute. D’altronde, il nuovo testo della costituzione recita che “la Federazione Russa onora la memoria dei difensori della Patria e protegge la verità storica. Non è permesso sminuire il significato dell’eroismo del popolo nella difesa della Patria”. Così, eventi come il patto Ribbentrop-Molotov o il massacro di Katyn, entrambi contemporanei alla Seconda Guerra Mondiale, vengono largamente taciuti, per non intaccare l’immagine di una patria eroica e vittoriosa.

Il Terrore staliniano e la storia delle repressioni politiche nel periodo sovietico sono invece affrontati con estrema cautela e la discussione va mantenuta entro margini molto stretti. Se gli eventi in questione rimangono inconfutabili, le autorità si preoccupano piuttosto di ostacolare chi promuove una memoria attiva e contribuisce a mantenere viva una conversazione sulle repressioni, siano esse passate o contemporanee. In questo caso, infatti, la discussione non deve essere attualizzata, tutto deve rimanere nella cornice di una commemorazione di qualcosa di passato, concluso. Non c’è continuità tra i due periodi storici, non c’è affinità tra le repressioni sovietiche e quelle attuali. Anche se alla Lubjanka, storico edificio del KGB, lavorano ancora i servizi segreti russi, che tutt’oggi non sembrano essersi differenziati troppo dalla loro versione sovietica e continuano a perseguitare le voci dissidenti.

Il 30 ottobre, in Russia, è la giornata in ricordo delle vittime delle repressioni politiche. In questo giorno, o alla sua vigilia, vengono organizzati eventi pubblici per commemorare soprattutto le repressioni di epoca sovietica. Si tratta solitamente di veglie e letture in diverse città, in cui vengono ricordati, uno per uno, i nomi delle vittime. Una di queste manifestazioni è “La restituzione dei nomi”, lettura organizzata ogni anno dall’associazione Memorial e diventata un appuntamento fisso per diversi gruppi della società civile. Nel 2018, le autorità hanno provato, senza successo, a trasferire l’evento presso il “muro del pianto”, un monumento alle vittime dello stalinismo inaugurato ufficialmente dalle autorità un anno prima. In modo simile a quanto fatto con l’iniziativa del “reggimento immortale”, le autorità cercano di appropriarsi della memoria collettiva, di tenerla sotto controllo e non dare spazio a narrazioni alternative e indipendenti, come quelle che cercano di attualizzare la conversazione.

Chi osa uscire dalla narrazione semplicistica governativa, che offre alla questione uno spazio fortemente controllato e limitato, è spesso nel mirino delle autorità e viene tacciato di condurre attività antigovernative. È quello che succede da anni a Memorial, storica organizzazione fondata a fine anni Ottanta da un gruppo di dissidenti sovietici, con l’obiettivo di commemorare i prigionieri politici e le vittime del Gulag. Oltre a tenere viva la memoria delle vittime, Memorial redige ogni anno la lista dei prigionieri politici in Russia; si tratta di un elenco che continua ad allungarsi e che nel 2021 conta 420 nomi. Proprio in queste settimane, le autorità stanno cercando di sbarazzarsi definitivamente dell’organizzazione, vittima di una legge pensata ad hoc per silenziare le voci scomode.

A trent’anni dalla dissoluzione dell’URSS, l’eredità sovietica rimane complessa da gestire per il suo stato successore. Come tutti i paesi che devono ricostruire un’identità dopo eventi traumatici, la Russia di oggi si barcamena con il proprio passato, in un girotondo tra retorica, narrazioni distorte e oblii consapevoli.

Foto: Wikimedia commons

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, laureata in lingue e in studi sull’Est Europa. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma si interessa anche di tematiche transnazionali, come politiche di memoria e questioni di genere. È co-autrice del programma radiofonico "Kiosk" di Radio Beckwith e socia di "Memorial Italia".

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