SERBIA: La comunità musulmana perde il suo leader

Il 6 novembre scorso è morto Muamer Zukorlic, ex muftì della comunità islamica in Serbia – carica ricoperta tra il 2007 e il 2016 – e attuale vicepresidente del parlamento serbo.

Zukorlic è stato colto da un infarto mentre si stava apprestando a tenere una lezione all’università internazionale di Novi Pazar, ateneo di cui era stato fondatore nel 2002, nonché primo rettore. Aveva solo 51 anni. Personaggio controverso ed eccentrico (due mogli, otto figli, girava “nascosto” dietro a grossi occhiali scuri a bordo di un fuoristrada scortato da diverse guardie del corpo, tra le quali alcuni presunti pregiudicati), Zukorlic è stato comunque un protagonista della vita religiosa e politica del paese.

Sull’altalena delle sue opinioni

Nel 2010, Zukorlic è stato eletto membro del Consiglio nazionale bosgnacco, l’organo che rappresenta la minoranza bosgnacca in Serbia e che ha giurisdizione sull’uso della lingua bosniaca nonché sull’istruzione e sulla cultura. Ma il salto a livello nazionale è del 2012 quando si presenta alle elezioni presidenziali accompagnando la propria candidatura con l’intendimento di voler salvare “lo stato dall’orlo del collasso” e paragonandola a quella, contestuale, di Barak Obama negli Stati Uniti.

È un programma conciliante, il suo, all’insegna dell’agognata pacificazione tra serbi, albanesi e bosgnacchi, sorprendentemente lontano dalle precedenti rivendicazioni autonomiste del Sangiaccato – la regione a maggioranza bosgnacca a cavallo tra Serbia e Montenegro  – con le quali esprimeva, al contrario, l’intendimento di farne un “territorio libero, mai più schiavo [della Serbia]”. Un cambio radicale che lo avevano portato, anche recentemente, a porsi in netta contrapposizione a qualsivoglia forma di nazionalismo estremo che “trae profitto dall’odio degli altri”, riconoscendo – coraggiosamente – che anche nel Sangiaccato “ci sono stati esempi di comportamenti estremi sotto le spoglie dell’Islam negli ultimi vent’anni”, pur in un contesto in cui, di contro, “molte organizzazioni radicali di destra diffondono l’islamofobia in modo violento”.

Il medesimo atteggiamento ondivago che l’ex muftì terrà anche su tematiche più prettamente sociali. Nel suo programma “presidenziale”, per esempio, si pone decisamente in campo progressista auspicando pari opportunità per le donne “sia nell’istruzione che nel mondo del lavoro”. Salvo poi rivedere, in tempi più recenti, la propria posizione per arrivare a schierarsi apertamente contro la proposta di legge per l’uguaglianza di genere, contraria, a suo dire, “al nostro modello culturale ed etico” e non congruente “ai valori tradizionali secondo cui i cittadini serbi vivono da centinaia di anni”. Una posizione che lo porrà in piena contrapposizione anche con l‘associazionismo LGBT.

L’abbraccio politico con Vucic

Fallita la carta presidenziale (poco più dell’1% di voti raggranellati), Zukorlic riesce, però, a entrare nel parlamento serbo. È il 2016 e la sua trasformazione da guida religiosa a uomo politico è ormai completata: lasciata la carica di muftì, Zukorlic si pone alla testa dell’Unione Democratica Bosgnacca del Sangiaccato (BDZS) – ribattezzata poi Partito per la Giustizia e la Riconciliazione (SPP) – facendo leva, pur nell’alveo accomodante anzidetto, su tematiche identitarie per i bosgnacchi di Serbia “attualmente minacciati dalla politica” e per i quali dichiara di sentire “l’obbligo morale” di mettere a fattor comune “la [mia] esperienza e conoscenza”. Per Zukorlic è un successo: al di là dei due seggi ottenuti nell’assemblea nazionale, il suo movimento supera per consenso lo storico rivale nella comunità bosgnacca, il Partito d’Azione Democratica del Sangiaccato (SDA-Sandzak).

In questo senso l’unione politica con il presidente serbo Aleksandar Vucic sembra configurarsi come un matrimonio di convenienza, utile a Vucic per accattivarsi il consenso in una regione storicamente complicata accreditandosi al contempo come guida unificante; e, ancor di più, utile a Zukorlic, così come testimoniato dall’endorsement a Vucic per le elezioni presidenziali del 2017 quando, dietro a dichiarazioni di facciata come “a Vucic interessa il dialogo con i bosgnacchi”, ammise assai più pragmanticamente che “qualunque altra scelta sarebbe [stata] inutile perché nessun altro candidato ha alcuna possibilità di successo”. Un sodalizio incrollabile – che ha portato Zukorlic a diventare vicepresidente del parlamento nel 2020 – ulteriormente dimostrato dal fatto che lui e il suo movimento hanno sempre votato in accordo con il governo in carica.

E non è un caso che le dichiarazioni di Vucic all’indomani della morte del leader bosgnacco e quel voler riconoscere in lui “uno dei politici più istruiti, colti e onesti, la cui personalità ho profondamente rispettato” sembrano andare oltre il commiato rituale.

Il futuro del Sangiaccato

Con Zukorlic la comunità islamica perde il proprio punto di riferimento e la Serbia, pur con le sue tante contraddizioni, una figura dialogante tra le etnie del paese. Amatissimo dai suoi ammiratori – che in queste ore hanno inondato Twitter con le foto del suo gatto accovacciato accanto alla tomba – trattato con sospetto, se non addirittura con disprezzo, dai suoi detrattori, che leggevano nella sua presunta moderazione solo la strategia per rimanere aggrappato al potere (oggi rappresentato da Vucic) e al denaro.

Difficile prevedere cosa sarà, ora, del Sangiaccato: difficile dire, cioè, se prevarranno antiche pulsioni secessioniste dell’ala dura di quel mondo musulmano che ancora auspica un Sangiaccato autonomo e magari unificato alla Bosnia Erzegovina o se, viceversa, si saprà rinnovare il dialogo con la leadership serba seguendo il solco tracciato da Zukorlic.

Foto: profilo Facebook di Zukorlic

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

Leggi anche

SERBIA: Una petizione per l’assassino di Djindjic

Una petizione popolare chiede la liberazione di Zvezdan Jovanovic, l'assassino dell'ex premier serbo, Zoran Djindjic. Dietro l'iniziativa crescono i sospetti che vi sia la regia occulta del presidente Aleksandar Vucic

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Privacy Preference Center