SLOVENIA: L’autunno caldo delle piazze

La battaglia intorno al Green Pass non riguarda solo l’Italia. In Slovenia, l’introduzione di una certificazione obbligatoria per lo svolgimento di numerose attività ha provocato proteste di piazza nella capitale Lubiana, concluse spesso con duri scontri con la polizia ed egemonizzate da esponenti e partiti di destra. Ad animare le piazze del paese, però, non ci sono solo le manifestazioni contro il PCT (il Green Pass in salsa slovena) ma anche quelle organizzate, ormai da più di un anno, dalla sinistra per le dimissioni del primo ministro Janez Janša.

La Slovenia, che attualmente ricopre la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, si trova così ad affrontare una stagione di aspre tensioni sociali che potrebbero fortemente influenzare le elezioni previste per il 2022.

Le piazze contro il PCT

Il 15 maggio 2020 il governo sloveno, con eccessivo entusiasmo e fretta, dichiarava ufficialmente conclusa la pandemia da Covid-19 salvo poi tornare sui propri passi nel mese di ottobre. Da allora lo “stato di pandemia”, equivalente del nostro stato di emergenza, è rimasto in vigore fino allo scorso 15 giugno. Nonostante ciò, così come avvenuto in Italia, il governo di destra di Janša ha introdotto una certificazione, denominata PCT (P-guariti, C-vaccinati, T-testati), che condiziona lo svolgimento di molte attività all’avvenuta vaccinazione, alla guarigione o ancora al risultato negativo di un tampone effettuato entro 72 ore. Il 15 settembre il PCT è stato allargato a tutti i dipendenti ed è previsto anche per lo svolgimento di manifestazioni pubbliche all’aperto compresi i cortei, vietati a chi non è in possesso del certificato. Attualmente circa il 50% della popolazione ha ricevuto due dosi di vaccino, un dato decisamente più basso rispetto a quelli registrati dagli altri paesi europei.

L’introduzione del certificato ha però provocato forti tensioni nel paese. Il giorno dell’allargamento dell’obbligo di PCT si è svolta a Lubiana una manifestazione che, secondo la polizia, ha visto la partecipazione di 8 mila persone. La protesta si è conclusa con il tentato assalto di un gruppo di manifestanti al parlamento, respinto dalle forze dell’ordine con l’utilizzo di idranti e gas lacrimogeni. Il ministro dell’Interno Aleš Hojs aveva accusato delle violenze i rappresentanti dei partiti di opposizione Levica (Sinistra) e SD (Socialisti e Democratici). In un comunicato del 16 settembre pubblicato sul proprio sito, Levica ha criticato la gestione della pandemia da parte del governo respingendo le accuse del ministro sugli scontri di piazza.

I momenti di massima tensione sono stati raggiunti il 5 ottobre in occasione del Summit tra Unione Europea e Balcani Occidentali, l’evento più importante del semestre di presidenza sloveno, svoltosi a Brdo pri Kranju a pochi chilometri da Lubiana. Durante l’incontro tra i leader europei e balcanici migliaia di persone hanno attraversato le strade della capitale in un corteo non autorizzato colpito da lacrimogeni e idranti da parte delle forze dell’ordine. Una militarizzazione della piazza fortemente criticata dalle opposizioni.

Chi guida le proteste?

Nonostante le manifestazioni registrino una variegata ed eterogenea partecipazione, a guidare la rivolta contro il PCT è il partito Resni.ca (Verità), guidato da Zoran Stevanović. Ex poliziotto ed ex membro del partito di estrema destra SNS (Partito Nazionale Sloveno), Stevanović è consigliere comunale di Kranj e in passato è stato al centro di alcuni scandali relativi all’utilizzo per scopi privati di fondi pubblici. Nelle ultime settimane il leader ribelle ha accresciuto notevolmente la sua popolarità fino ad ottenere un incontro, ad inizio ottobre, con il Presidente della Repubblica Borut Pahor. Questi ha chiesto a Stevanović di evitare qualsiasi violenza durante le proteste e ha difeso l’operato del governo rifiutando categoricamente la richiesta di costringere l’esecutivo a presentare le dimissioni.

Prima del Summit europeo, Stevanović ha inviato una lettera al capo del governo in cui chiedeva il ritiro del PCT. Da parte sua Janša ha accusato il suo oppositore di aver favorito la diffusione del virus con una protesta dal “capriccio totalitario protofascista o protocomunista”.

Proprio durante il corteo del 5 ottobre, Stevanović è stato fermato dalla polizia, che ha anche perquisito la sua abitazione, con l’accusa di incitamento alla ribellione. Dopo il rilascio, Resni.ca ha affermato di non voler più organizzare manifestazioni per non mettere a rischio la libertà del proprio leader ma ha detto di sostenere con forza qualsiasi altra protesta che verrà organizzata. Con lui era stato fermato anche il rapper Zlatko (Zlatan Čordic), che poco prima dell’inizio della manifestazione aveva arringato la folla incitandola a violare il decreto che vietava la circolazione in alcune aree della città. Il rapper è stato rilasciato dopo 48 ore per non aver commesso il reato di incitamento alla ribellione.

Le proteste del venerdì

Le manifestazioni che si svolgono ogni mercoledì pomeriggio contro il Green pass non sono le uniche con cui il governo deve fare i conti. Da ormai diversi mesi, l’opposizione organizza ogni venerdì marce di protesta chiedendo le dimissioni del primo ministro e la convocazione di elezioni anticipate.

Al centro delle contestazioni c’è quella che viene definita l’Orbanizzazione della Slovenia dovuta all’autoritarismo del primo ministro e alle sue politiche in tema di immigrazione, per le limitazioni imposte all’indipendenza dei media e per i continui scontri con l’Unione Europea.

Caratteristica di queste proteste è la partecipazione di molti dimostranti a bordo delle proprie biciclette, una forma già adottata l’anno scorso durante la fase più acuta della pandemia. A differenza di quelle del mercoledì contro il PCT, questi cortei hanno un più definito posizionamento politico essendo organizzate da quella fetta della società slovena vicina ai partiti di sinistra.

Le possibili ricadute politiche

Sin dalla sua nascita, avvenuta nel marzo 2020, il terzo governo Janša ha dovuto fare i conti con una costante instabilità causata non solo dalla pandemia ma dalla forte polarizzazione sulla sua figura. Adesso, l’irruzione del movimento contro il PCT rischia di alzare ulteriormente il livello dello scontro tra società e governanti.

A farne le spese potrebbe essere in primo luogo lo stesso Janša, la cui popolarità rischia di crollare pochi mesi prima le elezioni. Questo non significa automaticamente che il partito di Stevanović sia in grado di intercettare il malcontento secondo l’equazione, tutta da dimostrare, del “piazze piene, urne piene”. Al momento però, neppure l’opposizione sembra in grado di capitalizzare questo malcontento diffuso. I quattro principali partiti (SAB, LMŠ, SD e Levica) hanno tentato più volte di sfiduciare il primo ministro in parlamento senza però riuscirci. Nei prossimi mesi le proteste potrebbero prendere forme sempre più conflittuali. Una possibilità che, se non intercettata in tempo, potrebbe presto aprire nuovi scenari nella politica slovena.

Foto: Petr David Josek/ Ap photo

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, ha svolto un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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