RUSSIA: Il grande gioco di Mosca in Afghanistan

Tre decenni dopo l’avvilente disfatta militare in Afghanistan, la Russia è tornata sulla scena. All’indomani della presa al potere dei talebani, impossessatisi della capitale Kabul lo scorso 15 agosto, Mosca ha fin da subito voluto mostrarsi, agli occhi della comunità internazionale, capace di ristabilire l’ordine in un paese logorato dalla guerra.

Il ritiro delle truppe USA espone il Cremlino a nuovi rischi

Presentandosi come attore chiave nella regione, e nascondendo a fatica la brama di espandere la propria influenza geostrategica, il Cremlino sembrerebbe ora intento a colmare il vuoto di potere lasciato dal ritiro delle truppe statunitensi, definito “avventato” dal ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, in quanto fattore aggravante per l’instabilità del paese. 

Ciò riflette le preoccupazioni di Mosca nel prevenire che le fazioni estremiste islamiche operanti nelle aree settentrionali e orientali del paese possano infiltrarsi nelle regioni adiacenti – Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan -, dove vivono numerose comunità musulmane. L’obiettivo della Russia sembrerebbe dunque quello di minimizzare potenziali insorgenze terroristiche lungo il suo ventre meridionale.

Inoltre, i conflitti in corso all’interno dell’Afghanistan rischierebbero di provocare sostanziali flussi migratori verso i territori limitrofi, Russia in primis, fomentando ulteriori tensioni socio-politiche. Un rischio, questo, facilitato dal fatto che Mosca gode di un regime senza visti con tutte le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, ad eccezione del Turkmenistan.

Questione talebana: un approccio pragmatico

Per quanto riguarda i talebani, questi sembrerebbero rappresentare un fattore relativamente meno preoccupante per il Cremlino, in quanto focalizzati sull’acquisizione e l’accrescimento del potere domestico. Come suggerito dall’inviato speciale russo in Afghanistan, Zamir Kabulov, nella misura in cui l’espansione e il consolidamento talebano all’interno del paese limitano la minaccia posta dalle fazioni estremiste islamiche, ciò è negli interessi della politica di contenimento russa. 

Ma se durante la guerra civile degli anni ‘90 Mosca si era fermamente opposta ai talebani, ora essa sembra aver ricalibrato il vettore della propria politica estera, tant’è da definirsi pronta a instaurare un dialogo diplomatico con essi. Sintomo che il Cremlino avesse già preso coscienza di un probabile ritorno al potere dei talebani è riscontrabile nei colloqui tenutosi tra questi ultimi e i rappresentati del governo russo a inizio agosto.

A questo riguardo la Russia non sembra avere più voglia di impegnarsi di nuovo sul campo, specialmente dopo l’amara lezione imparata nel Natale 1979, quando, nei panni dell’allora URSS, invase l’Afghanistan in una sfortunata guerra decennale che costò più di 14.000 vite, e che contribuì alla definitiva capitolazione dell’Unione del 1991. 

Ora, al contrario, l’attenzione del governo russo è diretta a garantire la stabilità dei suoi vulnerabili partner centro-asiatici, Tagikistan in particolare, con il quale ha ratificato un trattato di cooperazione militare. In questo senso, il conflitto afgano fornisce a Mosca l’opportunità di dimostrare e consolidare la propria posizione di principale fornitore di sicurezza in Asia centrale.

Collaborare con le parti in gioco per tutelare i propri interessi

Un ruolo nel finale afghano offre al governo russo anche una maggiore influenza nelle sue relazioni con la Cina, un altro attore chiave che esercita una forte influenza politica sull’Afghanistan. Di fatto, è nell’interesse comune di entrambi i paesi cooperare al fine di prevenire la diffusione dell’attività estremista islamista oltre i confini del paese (nel caso della Cina, per timore di possibili contaminazioni con le popolazioni uigure residenti nel vicino Xinjiang). 

Entrambi gli attori hanno inoltre ambizioni economiche a lungo termine in Afghanistan. Da un lato Pechino volge lo sguardo alle terre rare presenti nel paese e lavora al miglioramento dei collegamenti lungo il corridoio di Wakhan. Dall’altro Mosca spera che la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto aprirà nuove opportunità economiche con il subcontinente indiano.

Il governo russo vuole assicurarsi di non venire emarginato dai progetti cinesi, in primis Belt and Road Initiative. La speranza di Mosca per mantenere la propria influenza è quella di ricomporre il puzzle post-sovietico, raggiungendo una convivenza win-win con il gigante cinese in quell’ampia regione definita, in termini putiniani, “Grande Eurasia”. 

 

Immagine: FT montage; EPA/EFE/Shutterstock

Chi è Gianmarco Riva

Laureato in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe presso l'Università di Bologna, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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