Democrazia immunitaria e obbligo vaccinale

Il virus sta ammalando il corpo, già indebolito e prostrato, delle nostre democrazie. Gli appelli alla libertà individuale, calpesta da imposizioni varie, si moltiplicano. Ma le fiumane del dissenso appaiono strabiche. Si accaniscono contro l’obbligo vaccinale senza vedere i molti lacci, i fitti cordami, che già ci stringono. Alcuni da tempo, altri dall’inizio della pandemia, ma tutti espressione di un cordone sanitario che separa e divide il corpo sociale, aumentando le disuguaglianze tra chi è dentro e chi è fuori, i sommersi e i salvati di quella che, con felice espressione, Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica, chiama “democrazia immunitaria“. Di questa, e di altre minacce meno considerate, vorrei qui provare a dire qualcosa.

L’infinita eccezione

Quello del protrarsi, fino al 31 dicembre 2021, del “regime d’eccezione” è argomento passato perlopiù sotto silenzio. Lo sappiamo, un’eccezione consente decreti d’urgenza, il potere esecutivo prevale su quello giudiziario, il parlamento è ridotto a un ruolo ancillare. Cose di cui abbiamo già detto qualche mese fa ma che vale la pena ribadire, per quanto ovvie. E cioè che “emergenza” indica una circostanza imprevista e che, dopo un anno e mezzo, sarebbe ormai tempo di ricondurre tale emergenza entro il modello dello stato di diritto, basato sul principio di legalità, della separazione e dell’equilibrio dei poteri, evitando derive arbitrarie.

Poiché non è esagerato dire che la legislazione per decreto sospenda le libertà democratiche. Una minaccia piuttosto seria alla libertà. Più dell’obbligo vaccinale? Forse sì. Certo è una bella lezione per i futuri autocrati: si può tranquillamente svuotare la democrazia dall’interno, mantenendone qualche simulacro, e nessuno protesterà.

Si potrà ribattere che già la democrazia era un guscio vuoto, sempre più formale dispositivo di governance. Ed è vero. Il virus non fa altro che accelerare e approfondire processi già in corso.

Democrazia immutaria

Tra questi processi, quello di esclusione dell’altro. L’alterità è un contagio da contenere. Nei lager per profughi, nei campi di accoglienza, o in quelli per nomadi. Nella parte di mondo fuori di noi, da “aiutare a casa loro” e respingere in mare. Oppure emarginati nelle periferie, nella desolazione delle nostre città oltre la città, nei quartieri dove noi non compriamo casa, non mandiamo i figli a scuola. Perché l’altro è anche in mezzo a noi, e la sua miseria – crescente, anche nel nostro paese – deve starci lontano, non ci deve toccare, chissà che possa contagiarci.

L’Istat ha fotografato una situazione che vede 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, di cui 1,3 sono minori. Questa è l’Italia del 2020 in cui esiste già, a vari livelli, un apartheid sociale, un’esclusione che non si supera con nessun Green Pass. Loro, i malati, sono tagliati fuori senza speranza di cura. Noi, gli immuni, fingiamo di non vedere. La nostra democrazia è per pochi, per chi ha potere d’acquisto, buona istruzione, accesso a cure migliori. Una democrazia limitata.

Comunità e immunità

Anche in questo caso il virus ha acuito, palesato, ciò che già era in divenire. I perdenti della globalizzazione, chi non può accedere al sistema di garanzie, protezioni, sicurezze, e altre immunità, può continuare ad abitare la sua squallida esistenza. Questa “democrazia immunitaria“, come l’ha chiamata Donatella Di Cesare in Virus sovrano? L’asfissia capitalistica (Bollati Boringhieri 2020), abbandona i reietti, elimina le scorie, riservando a pochi la protezione. Parole come inclusione e uguaglianza, appaiono ormai ridicole. Il virus ha mostrato chiaramente come “comunità” sia una parola vuota. Se gli altri si ammalano, muoiono soffocati (dal virus, dalla mancanza di lavoro, dalla povertà materiale, dalla marginalità) non ci interessa. Ci interessa solo se si tratta di noi, ma un “noi” ristretto, quello di noi immuni. Non a caso “comunità”, ricorda Di Cesare, è il contrario di “immunità“.

Disuguaglianze sanitarie

Nella “democrazia immunitaria” si procede a tutele concentriche. Prima il personale sanitario, certo. Poi gli insegnanti, vabbé. Poi i professori universitari, ma perché? Poi i giudici, vostro onore? E gli avvocati, i giornalisti e altre categorie a pretendersi in prima fila. La disuguaglianza sociale si è palesata. Il ceto sociale, il reddito, determinano precedenze su chi ha diritto a salire sull’arca degli immuni. Perché il criterio anagrafico non è stato l’unico preso in considerazione e, a ben vedere, anche quello anagrafico nasconde alcune disuguaglianze economiche, essendo gli over 60 generalmente la fascia di popolazione più ricca. Queste disuguaglianze erano già evidenti ma sono emerse con chiarezza con l’arrivo dei virus. Anche in questo caso, però, nessuno ha protestato. Eppure sembrano buoni motivi per lamentare una contrazione dei diritti, dello spazio democratico, delle libertà. No?

Obbligo vaccinale

Si protesta invece per l’obbligo vaccinale, perché limiterebbe le nostre libertà. Ed è vero. Lo Stato non può imporre per legge qualcosa che non riesce a garantire a tutti. E tutti vuol dire tutti, anche ai migranti chiusi nei centri, a quelli sfruttati nelle baraccopoli del foggiano, del vibonese, o del casertano, senza documenti e senza diritti, preda delle mafie locali. Tutti vuol dire anche i rom nei campi illegali che nessuna ruspa potrà mai eradicare. Tutti vuol dire i senza tetto, gli indigenti delle mense per i poveri, gli emarginati, gli esclusi.

Tuttavia, anche nel momento in cui lo Stato arrivasse a poter garantire a tutti il vaccino, l’obbligo non sarebbe comunque qualcosa di cui rallegrarsi se collegato al godimento di maggiori diritti. Si stabilirebbe infatti un nesso perverso, quello tra vaccinazione e diritti, come se questi ultimi fossero un premio per un comportamento ritenuto virtuoso. Se ti vaccini sei un bravo cittadino, e quindi godi dei diritti. Se non ti vaccini, non sei virtuoso, e devi soffrire delle limitazioni. Lo Stato andrebbe quindi a creare una morale, ponendosi come fonte dell’etica. Storicamente questo è stato il primo passo verso lo sviluppo di ordinamenti autoritari.

Nel caso dei minori

Un problema meno filosofico e più concreto si profila nel caso in cui un ipotetico obbligo vaccinale venga esteso ai minori. Il diritto alla scuola e quello alla salute non sono commensurabili, nessuno dei due può prevalere sull’altro. Occorrerebbe quindi trovare forme per garantirli entrambi. Tuttavia la Didattica a distanza per i ragazzi non vaccinati sarebbe discriminatoria perché non garantisce livelli formativi pari a quella in presenza. Inoltre, l’esclusione da alcune attività (ludiche, sportive, didattiche) andrebbe a svantaggio di persone che non possono ancora decidere per se stesse.

Il nodo del Green Pass

Come ricorda Marco Annoni, in Etica dei vaccini. Tra libertà e responsabilità (Donzelli, 2021) vaccinarsi contro il virus è senz’altro una scelta etica, poiché contribuisce al bene pubblico, ma deve nascere dalla libera coscienza del cittadino. Annoni afferma però che non è vero che il Green Pass limiti le libertà individuali poiché non obbliga al vaccino, ma al tampone. Questo è vero a metà. Il nodo del Green Pass non sta tanto nel tipo di trattamento sanitario cui obbliga ma nel fatto di essere uno strumento politico piuttosto che servire a scopi di salute pubblica. E qui entriamo in un terreno scosceso. 

In una società gravata da diseguaglianze, in cui la gran parte delle persone è indifferente alla polis, in cui l’agire politico si è ripiegato sulla tutela degli interessi di ceto e di classe, l’introduzione di uno strumento di controllo su spostamenti e abitudini delle persone può essere pericoloso. Secondo alcuni intellettuali, tra cui spicca il nome di Giorgio Agamben, filosofo tra i massimi e teorico – negli anni Novanta – del “biopotere”, idea secondo cui il potere moderno tenderà, nella sua deriva, a un controllo sui corpi e sulle anime, il Green Pass è espressione di un controllo totalizzante sull’individuo.

Quello del Green Pass è un tema politico, non sanitario. L’immunità è solo apparente, anche i vaccinati possono infettarsi e trasmettere il virus. Non esiste spazio realmente libero dal rischio di contagio. Il Green Pass non ha quindi efficacia come strumento di salute pubblica. È però utile a ribadire il principio di esclusione su cui si basa la nostra società. Una società in cui i diritti economici (al lavoro, alla casa, al giusto salario) sono limitati a pochi, e in cui i diritti politici vanno riducendosi.

In ogni caso è ormai evidente che coloro che dicevano che “Sotto il Green Pass non c’è l’obbligo di vaccinazione” sbagliavano. Se per lavorare devo avere il Green Pass, l’obbligo c’è. Anche perché non tutti possono sostenere la spesa per i (giocoforza frequenti) tamponi. Oggi si tratta solo di medici e insegnanti, ma domani? Se il principio è che il non vaccinato è pericoloso per gli altri, non si possono escludere ulteriori strette, anche nel settore privato.

La demonizzazione dell’avversario

L’opposizione al Green Pass, che è strumento politico, non è l’opposizione al vaccino, che è strumento sanitario. I piani tuttavia si mescolano. Così chi è contrario al Green Pass facilmente diventa, nella retorica di queste ore, un “no-Vax“, categoria screditata da tempo nel linguaggio pubblico. Il medico o l’insegnante che si oppone all’obbligatorietà non è un lavoratore che rivendica diritti ma un ignorante retrogrado reazionario egoista e pure un po’ fascista. Dovrebbero invece far riflettere le lunghe code degli insegnanti per firmare le petizioni contro il Green Pass perché vengono da una categoria che è vaccinata per oltre il 90%. A opporsi quindi è gente vaccinata col Green Pass in tasca. Una volta di più, il tema Green Pass è politico e non sanitario. E c’è chi l’ha capito.

Attorno all’obbligatorietà (del vaccino e del Green Pass) è mancata una discussione pubblica aperta e ragionata, preferendo l’abituale demonizzazione dell’opinione contraria. L’abbiamo già visto ai tempi dei runner solitari inseguiti dai droni della polizia (o di Barbara D’Urso), lo rivediamo oggi. Da tempo lo stato di salute dei media non è dei migliori, e con essi quello di una democrazia che si vorrebbe sana. Così, più che al dibattito, i media si sono dedicati allo scandalo, a fare sensazione, un po’ paura, e tanta retorica. Ogni giorno sui nostri teleschermi un contatore segnala al pubblico il numero dei morti, dei ricoveri, delle persone immuni che poi immuni non sono, bensì vaccinate, che è altra cosa. Ma le parole, anche le più piccole, creano mondi. Conformismo, omologazione e retorica fanno il resto.

In conclusione

La questione relativa al Green Pass è la punta di un iceberg che si è formato ben prima della pandemia ma che, grazie al virus, è emerso. Che società vogliamo? Se vogliamo combattere, c’è di cui combattere. Ma le proteste no vax, no mask o contro al Green pass, sembrano il classico dito che guarda alla luna. Peggio, sono rigurgiti reazionari che, sollevando una cortina fumogena, impediscono di vedere problemi più profondi. Solo risolvendo quelli potremo garantire le nostre libertà.

Foto di HeungSoon da Pixabay

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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