est-EURO 2020: Imprese per Rep. Ceca e Ucraina e… Svizzera

Ucraina

A Hampden Park passa l’Ucraina. I giallo-blu di Andriy Ševčenko colpiscono per primi segnando grazie a un gran gol di Oleksandr Zinčenko, propiziato da un assist del capitano Andrij Jarmolenko. Prima dell’intervallo gli svedesi rispondono con il quarto gol della competizione per Emil Forsberg, tiro viziato da una deviazione di Ilija Zabarnij. Nella seconda frazione entrambe le squadre spingono: gli ucraini beccano un palo grazie a Serhij Sidorčuk, il minuto dopo anche Forsberg centra il legno. Sempre Forsberg al 70° prende una clamorosa traversa dopo aver quasi saltato l’intera difesa ucraina. Si va ai supplementari e Ševčenko decide che Roman Jaremčuk non ha fatto abbastanza: fa entrare Artëm Bjesjedin. L’attaccante della Dinamo Kiev non dura neanche dieci minuti. Un intervento da galera di Marcus Danielson sul ginocchio dell’attaccante ucraino mette fine alla sua partita. L’arbitro Orsato tira fuori il rosso per il difensore svedese. Alla fine del primo supplementare termina la partita del capitano Jarmolenko per dei fastidi fisici. Va dentro Artëm Dobvyk. Un cambio forzato, che diventerà il cambio della provvidenza. All’ultimo minuto Zinčenko la mette dentro dalla sinistra, Dobvyk di testa batte Olsen. Il delirio. L’Ucraina è tra le otto squadre più forti d’Europa.

Le reazioni a Kiev

Le piazze delle principali città ucraine sono state letteralmente invase da tifosi, più o meno accaniti, che sventolavano bandiere giallo-blu e intonavano emozionati cori da stadio – e non solo: oltre al famoso slogan “Slava Ukraini”, anche qualche provocatorio “Putin chuylo” ha avuto la sua eco.

Ma parlare di adrenalina, speranza, tensione e, infine, gioia immensa durante la visione di questa partita risulta forse riduttivo per chi non ha vissuto in prima persona l’atmosfera delle piazze: le emozioni che si sono riversate sulle diverse fan-zone sono state talmente forti da coinvolgere anche il passante che non ha mai seguito una partita di calcio in vita sua e che si è ritrovato bloccato nel traffico a fissare i maxi-schermi, in piedi in mezzo alla strada o seduto sul tetto di una macchina, alternando rigorosamente urla di gioia e disperazione.

Al primo gol, il visibilio della folla è stato a dir poco elettrizzante e l’adrenalina ha continuato a salire ogni volta che Zinčenko sparava la palla lontano dall’area di rigore. La tensione è salita con il pareggio svedese, che ha tuttavia caricato gli spettatori di un sentimento ancora più forte. La folla non si è fatta intimorire per l’eventuale perdita dell’ultima metro (che nella capitale chiude i battenti appena dopo la mezzanotte) ed è rimasta accanto alla squadra di Ševa anche durante i tempi supplementari. Le urla finali per quel gol di Dobvyk arrivato al 120° minuto sono rimbombate ovunque, provocando lacrime di gioia e abbracci spontanei – non proprio consigliatissimi in tempi di covid, ma incontrollabili per questa vittoria meritata quanto inaspettata.

Repubblica Ceca

Non dite che non vi avevamo avvertiti. Se la Repubblica Ceca vista nel primo tempo a Wembley contro l’Inghilterra fosse riuscita a mantenere quello standard di gioco per novanta minuti, avrebbe messo in difficoltà qualunque top team di questo Europeo. Aggiungiamoci poi la Puskás Aréna, già teatro del quasi-miracolo messo in piedi dall’Ungheria di Marco Rossi, e tutti gli ingredienti per un ottavo di finale per nulla scontato sono già presenti.

Certo, dall’altra parte arrivava un’Olanda in piena rampa di lancio. 3 vittorie su 3 nel gruppo, otto reti segnate, Memphis Depay fresco di contratto al Barcellona. Nulla di tutto questo ha avuto importanza. Sono bastati una ventina di minuti alla truppa di mister Šilhavý per prendere le misure e tornare al solito piano partita: verticalizzare il gioco rapidamente, con Schick sempre in movimento per aprire spazi agli inserimenti dei centrocampisti. Anche il cambio di interpreti sulla trequarti non ha modificato la trama. Fuori Darida e Jankto dentro Ševčík e Barak. Proprio il giocatore del Verona è stato uno dei più brillanti nel primo tempo, ma la sua grande occasione per sbloccare il match ha trovato la gamba di De Ligt a negare la gioia del gol.

Dopo una prima parte di gara in equilibrio, l’Olanda si è ripresentata spumeggiante come a inizio partita. Lo spettacolo oranje termina essenzialmente con l’occasione di Malen, perché De Ligt cade preda di un’ingenuità già vista a Torino e si fa espellere al 55’. I cechi continuano con il loro stile di gioco ragionato. Sanno che questo è il loro momento e non lo rincorrono. Aspettano. La gloria decide allora di assumere una forma originale, quella di Tomáš Holeš. Un onesto mestierante del gioco, come molti nella rosa di Šilhavý, un uomo squadra che per un giorno si trasforma nell’araldo del destino. Suo è il colpo di testa al 68’ che li porta in vantaggio e praticamente tutto suo anche il secondo gol, una decina di minuti più tardi: intercetto imperioso da giocatore in evidente stato di grazia, scatto che buca l’ormai sfaldata difesa olandese e assist per l’imbucata di Patrick Schick che firma la rete numero 4 nel torneo (il più prolifico dei giocatori rimasti) e il definitivo 2-0.

Ora si vola a Baku per il quarto di finale contro la Danimarca. Sfida diversa, forse anche più difficile. Di fronte non avranno una grande che pensa di aver già vinto la partita, ma un’altra sorpresa del torneo, compattata emotivamente dal triste infortunio di Eriksen. Il sogno della semifinale, una probabile rivincita contro l’Inghilterra, è lì a portata di mano. Non svegliate i ragazzi di Šilhavý.

Croazia

La Croazia, senza Ivan Perišić positivo al Covid, ci ha creduto e avrebbe potuto farcela. Contro una Spagna in forma crescente ma comunque non imbattibile, i ragazzi di Dalić hanno dato vita a una partita divertente, piena di errori da entrambe le parti, che potrebbe restare nel ricordo uno dei grandi classici di questo Europeo.

La Croazia è stata schiacciata dagli spagnoli nei primi minuti di gara. Proprio quando la pressione spagnola stava cominciando a produrre le prime occasioni più nitide, al minuto numero 20, un inspiegabile errore del portiere Unai Simon ha regalato il più inaspettato dei gol ai Vatreni. Su un retropassaggio di Pedri, il portiere dell’Athletic Bilbao, ingannato dal rimbalzo del pallone, ha sbagliato il controllo e ha lasciato sfilare la sfera nella propria porta. Nei 15 minuti seguenti, l’inerzia della gara è sembrata poter cambiare, ma i croati non sono riusciti a concretizzare il maggiore possesso palla avuto in quel frangente. Sull’altro fronte, Pablo Sarabia ha segnato il gol del pari al 38’.

Nel secondo tempo, la Spagna ha ripreso il controllo della gara, attaccando in particolare gli esterni difensivi croati ed è riuscita a trovare il vantaggio con un colpo di testa di Cesar Azpilicueta al 57’. La reazione dei Vatreni è stata debole e gli spagnoli hanno trovato anche il gol del 3-1 con Ferran Torres al 77’. La partita sembrava chiusa, ma la formazione ultra-offensiva messa in campo da Dalić ha cominciato a creare le migliori occasioni da gol e le migliori trame offensive della squadra in tutto l’Europeo. La sostituzione di un disordinato Rebić e l’entrata in campo di Mislav Oršić, Mario Pašalić e Ante Budimir hanno dato all’azione croata la verticalità che era tanto mancata in queste settimane. L’eterno Luka Modrić ha attaccato l’area avversaria all’85’ trovando un passaggio decisivo per Mislav Oršić, che ha segnato il gol del 2-3. L’esterno della Dinamo Zagabria ha confermato ancora una volta la sua grande capacità di lettura degli spazi senza palla, dando una dimensione tutta nuova all’attacco croato. Proprio Oršić ha fornito al 92’ l’assist per il gol di Mario Pašalić, che ha portato la partita ai supplementari.

Data la rimonta, la Croazia sembrava avere la partita in pugno. Kramarić ha fallito una grande occasione nel primo tempo supplementare e i Vatreni hanno presto pagato l’errore del numero 9. La Spagna ha sfruttato gli spazi lasciati dalla Croazia tra la difesa e il portiere, completando due transizioni molto efficaci, rifinite da Dani Olmo, esterno ex-Dinamo Zagabria e cittadino anche croato, in favore di Alvaro Morata e Mikel Oyarzabal, che hanno fissato il risultato sul 5-3, eliminando la Croazia.

A partita conclusa, non sono mancate le polemiche. Ante Rebić è stato seppellito dalle critiche dell’opinione pubblica e ha attaccato poi il ct Dalić, a suo dire incapace di sfruttare il talento di questa generazione, e Robert Prosinečki, leggenda del calcio croato, oggi allenatore e opinionista tv. A ciò si aggiungono i dubbi su un possibile ritiro dalla nazionale di alcuni dei giocatori più esperti, tra cui Luka Modrić, anche se pare probabile che molti di loro giocheranno anche il mondiale in Qatar dell’anno prossimo. In tutto questo, il futuro di Dalić è incerto, mentre forti critiche sono arrivate anche alle maglie della nazionale, la cui scacchiera è stata disegnata a colori invertiti durante tutto l’Europeo, apparentemente ammiccando alla bandiera croata del periodo buio della Seconda Guerra Mondiale e della dittatura ustascia.

Bonus track – La Nuova Jugoslavia

Se c’è una squadra che ha ribaltato i pronostici, quella è la Svizzera. La Francia era la favorita per la vittoria finale, ma gli elvetici, che a malapena avevano passato il girone, si sono imposti ai calci di rigore, dopo aver recuperato un doppio svantaggio nella seconda parte dell’ultima frazione regolamentare. Un tempo si diceva – per caratteristiche tecniche – che la Jugoslavia fosse il Brasile d’Europa, oggi si potrebbe dire – per composizione etnica – che la Svizzera è la più jugoslava fra le squadre in gara. Ovviamente i giocatori, avendo scelto la Svizzera, hanno dimostrato di essere svizzeri e sentirsi svizzeri, ma guardando le origini, si nota come la squadra abbia calcisticamente un debito con la penisola balcanica.

Essere un “-ić” a Berna e dintorni non è sempre facile, anzi. Ma l’altra sera, mentre Paul Pogba esultava con il suo balletto sprezzante, una nazione intera è salita sulle spalle di un ragazzo di nome Haris, nato a Sursee nel cantone di Lucerna, da genitori bosniaci di Sanski Most. E così Seferović, ex (non indimenticabile) di Fiorentina e Lecce, ha accorciato le distanze, prima che Mario Gavranović, nato a Lugano da genitori di Gradačac, Bosnia-Erzegovina, mettesse a segno lo storico pareggio.

E una volta arrivati alla fine dei supplementari, tutti i giocatori si sono stretti intorno al proprio capitano, Granit Xhaka, nato a Basilea, da una famiglia di Podujevo, oggi Kosovo. Lui li ha caricati e li ha spinti a fare la storia della loro nazionale. Proprio lui che dopo la partita con l’Italia era stato definito da certa stampa elvetica come non degno di portare la fascia di capitano. Alla fine, tutti insieme, hanno esultato anche Admir Mehmedi, albanese nato a Gostivar, Macedonia del Nord, Xherdan Shaqiri, nato a Gjilan, Kosovo, Bećir Omeragić, nato a Ginevra, di origini bosniache. Senza scordarsi dell’uomo che siede sulla panchina della nazionale svizzera dal 2014, Vladimir Petković. Nato a Sarajevo, in una famiglia croato-bosniaca, è entrato di diritto nella storia del suo Paese di adozione, raggiungendo un risultato inatteso e insperato alla vigilia. Ora, come una vera Jugoslavia, questa nazionale si fermerà sul più bello, dopo aver fatto l’impresa più incredibile? Ma non fa niente, perché ormai la nazionale svizzera dell’Europeo 2020 (+1) è di diritto nella Storia.

Articolo a cura di Gianni Galleri, Claudia Bettiol, Tobias Colangelo, Luca D’Alessandro, Dino Huseljić, Gezim Qadraku.

Foto: Flickr Marco Verch Professional Photographer

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