ARMENIA: Un “mandato di ferro” per Pashinyan

Il partito “Contratto Civile” (K’aghpaymanagir), guidato dal primo ministro uscente Nikol Pashinyan, ha vinto con una maggioranza netta le elezioni parlamentari anticipate del 20 giugno in Armenia.

Per saperne di più sul contesto in cui il paese è arrivato all’appuntamento elettorale e le forze in campo vi rimandiamo alla guida di East Journal alle elezioni parlamentari armene e alla nostra diretta, registrata a poche ore dalla chiusura dei seggi.

Una vittoria schiacciante

In base ai dati della Commissione elettorale centrale, l’affluenza si è assestata al 49,4%, in linea con i numeri della ultima tornata elettorale nel 2018. Il partito di Pashinyan ha ottenuto il 53,92% (687.251 voti), dei 1.281.911 voti validi. La coalizione “Alleanza Armenia” (Hayastan Dashink’), guidata dall’ex presidente di Nagorno-Karabakh (1994-1997) e Armenia (1998-2008) Robert Kocharyan, ha ricevuto solo il 21,04% (268.165 voti).

Contro le previsioni dei sondaggi, quindi, Pashinyan si è aggiudicato la tornata elettorale con una vittoria schiacciante e, sebbene la crisi politica sembri ancora lontano dall’essere scongiurata, il suo partito potrà contare sulla maggioranza costituzionale nella nuova legislatura. A poco sono servite le promesse del rivale di poter riconquistare alcuni dei territori che l’Armenia aveva perso durante la guerra in Nagorno-Karabakh (in primis le città di Hadrut e Shusha/Shushi) grazie ad una politica estera maggiormente filo-russa.

Le elezioni parlamentari si sarebbero dovute tenere il 9 dicembre 2023, ma sono state anticipate a causa della crisi politica che ha colpito l’Armenia a seguito della guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Nonostante la soglia di sbarramento del 7% prevista per le coalizioni e del 5% per i partiti, la legge elettorale stabilisce che nell’Assemblea Nazionale debbano essere rappresentate almeno tre forze politiche. A complementare la nuova legislatura sarà la coalizione “Io ho l’Onore” (Sì pativ unem), guidata da Artur Vanetsyan e dall’ex presidente dell’Armenia (2008-2018) Serzh Sargsyan. Quest’ultima ha ricevuto il 5,23% (66.633 voti) ed è riuscita ad avere la meglio sul 3,96% (50.416 voti) del blocco “Armenia Prospera” (Bargavatch Hayastan kusaktsut’yun) dell’imprenditore Gagik Tsarukyan.

Un dato interessante riguarda la vittoria di Pashinyan nelle circoscrizioni del Syunik (53,66%) e del Gegharkunik (66.26%). Proprio in queste due regioni dal 12 maggio sono stanziate forze armate azere con contingenti di diverse migliaia di unità. In molti pensavano che lo scontento dovuto a questa situazione avrebbe portato Kocharyan a trionfare in Syunik e Gegharkunik, ma ciò non è avvenuto.

Le reazioni

Le reazioni delle forze politiche in gioco ai risultati sono state diverse. Pashinyan ha invitato i suoi sostenitori a radunarsi in Piazza della Repubblica a Erevan, la stessa che lo aveva portato al potere nel 2018,  in serata (21 giugno), per celebrare l’ottenimento di un “mandato di ferro” e l’inizio di quella che lui stesso ha definito come una seconda rivoluzione “di ferro” dopo quella “di velluto” del 2018.

La coalizione di Kocharyan ha denunciato brogli elettorali e affermato di non essere intenzionata a riconoscere la vittoria del Contratto Civile. In un comunicato ufficiale, “Alleanza Armenia” ha dichiarato che “centinaia di segnalazioni provenienti dai seggi elettorali testimoniano falsificazioni organizzate e pianificate”. In base a quanto riportato nel rapporto preliminare della missione di osservazione elettorale internazionale dell’OSCE, invece, le elezioni sono state competitive e generalmente ben amministrate. Le irregolarità riportate, per esempio, dall’Agenzia di informazione internazionale russa (RIA), lasciano pensare a numeri non rilevanti nell’influenzare il risultato finale.

A prescindere dall’esito delle elezioni, lo scontro politico è destinato a continuare con conseguenze poco chiare per il futuro del paese. Oltre a dover risolvere i rapporti con l’Azerbaigian e a trovare risposte concrete alla difficile situazione economica, Pashinyan dovrà guardarsi da Kocharyan e cercare a tutti i costi  di non far precipitare il paese in una nuova crisi politica interna. Il numero esiguo di voti ottenuto ha, però, indebolito la posizione di quest’ultimo che si trova ora di fronte al dilemma tra accettare la sconfitta limitandosi a fare opposizione in parlamento o non riconoscere il risultato delle elezioni andando allo scontro frontale con il governo.

Immagine: Piazza della Repubblica di Erevan (East Journal/Aleksej Tilman)

Chi è Leonardo Zanatta

Nato e cresciuto a Bologna, ha vissuto per diverso tempo in Azerbaigian e Russia. Laureatosi in Scienze internazionali e diplomatiche, frequenta il secondo anno di magistrale MIREES (Interdisciplinary studies on Eastern Europe). I suoi ambiti di ricerca coprono prevalentemente sicurezza energetica, conflitti regionali e cooperazione economica nel Caucaso e in Asia Centrale. Scrive per East Journal da inizio 2020 e ha collaborato con il Caspian Center for Energy and Environment di Baku, il Caucasus Asia Center, l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI) e Geopolitica.info.

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