GRECIA: Le emblematiche figure femminili nel rebetiko

di Evangelia Kopidou

Attraverso il genere musicale greco del rebetiko passa il filo che unisce simbolicamente la Grecia di oggi con i greci che vivevano nella zona della Asia minore prima dell’incendio di Smirne avvenuto nel 1922. Le origini di questa musica paiono risalire al XIX secolo ma il termine usato per identificarla, nonostante vari studi, non è ancora spiegato etimologicamente dagli esperti. Grazie al revival del rebetiko, negli ultimi anni, questo genere musicale ha oggi trovato nuovi spazi e nuove voci, soprattutto tra i giovani.

Secondo alcune interpretazioni, la parola rebetiko rimanda alla vita di uomini emarginati, e il genere musicale racconta proprio le loro disavventure e disagi a livello sociale. In un certo senso, il rebetiko è parte integrante dell’identità di quegli uomini e abbonda di testi che trattano di malavita, droga, mancanza di libertà e di illegalità. Non a caso non veniva suonato in contesti tradizionali, ma per lo più in locali clandestini e non ufficiali, dove prevaleva la presenza di criminali, spacciatori di droga, rifugiati, ex- detenuti.

La nascita del rebetiko

La canzone del rebetiko apparve alla fine del diciannovesimo secolo, si sviluppò principalmente nei porti delle città greche dove viveva la classe operaia e fu particolarmente arricchita dall’arrivo dei rifugiati greci dopo la Catastrofe dell’Asia Minore. Si diffuse in gran parte nei Cafè Aman, locali popolari della Grecia prebellica, e nelle prigioni, coinvolgendo in primo luogo una comunità di poveri, emarginati sociali, reietti o delinquenti che si confondevano sotto l’etichetta di “marginali”. Altri locali classici del rebetiko erano i tekedes che, all’epoca, rappresentavano il luogo dove si poteva bere non solo il caffè ma anche fumare hashish.

Nel 1937 il regime di Ioannis Metaxas impose la censura sul genere rebetiko a causa dei temi che trattava. I contenuti delle canzoni dovevano essere epurati di ogni elemento relativo alla povertà e all’illegalità. Anche i riferimenti all’hashish (diffusi nelle cosiddette canzoni “hasiklidiko”), ai tekedes e ai narghilè andavano eliminati o sostituiti.

La comunità rappresentata dal rebetiko serviva da contraltare allo stile di vita dominante di conservatorismo, privazione e sedentarietà. Rifiutava l’autorità, il quadro normativo dell’epoca, cercava il piacere della vita e si creava i propri strumenti linguistici ed estetici di comunicazione.

Una musica d’improvvisazione e non solo maschile

Dal punto di vista strutturale, la canzone del genere rebetiko inizia con un’introduzione (taksimi), suonata da un solo bouzouki, dopo la quale si inseriscono le voci e gli altri strumenti di accompagnamento. Il taksimi (che è un’improvvisazione libera o ritmica) è l’introduzione al sentimento che l’esecutore vuole trasmettere, proiettando il proprio virtuosismo e il modo musicale (il “suono” bizantino), cioè lo sfondo su cui si svilupperà tutto il brano. La musica del rebetiko non è scritta, ma si basa sull’improvvisazione.

Il mondo del rebetiko era principalmente dominato dagli uomini, ma molte donne vi partecipavano attivamente, anche come cantanti o compositrici. Si trattava di donne che, senza necessariamente avere questa consapevolezza o pretesa, proponevano una prima affermazione femminista, contestando parzialmente i ruoli di genere. Le donne “rebetisses” rinunciavano al tradizionale trittico madre-moglie-custode, ignoravano il loro peso nella “bilancia morale” della società ed entravano nel mondo edonistico e non convenzionale del rebetiko. Al tempo il movimento femminista era agli albori in Grecia: Callirroe Parren, insegnante di Rethymno (sull’isola di Creta), denunciò per prima la “subordinazione servile delle donne” e nel 1887 fondò il primo giornale femminista greco, “Ephemeris ton kyrion”.

La cantante Rosa Eskenazi

Tra le più noti interpreti del genere, la cantante di origine ebraica sefardita Rosa Eskenazi nacque (in realtà con il nome di Sarah) a Istanbul, probabilmente nel mese di maggio tra il 1888 e 1890. All’età di sette anni si trasferì con la famiglia a Salonicco. Il seme del canto e della danza fu piantato in lei durante un soggiorno a Komotini con la madre e il fratello. Lì, alcuni turchi che l’avevano sentita cantare rimasero affascinati dalla sua voce e suggerirono alla madre che Rosa lavorasse con loro. I genitori tuttavia non erano favorevoli al fatto che la loro figlia diventasse una ballerina o una cantante. Rosa non si diede per vinta e, tornata a Salonicco, iniziò a realizzare il suo sogno.

Si sposò in giovane età, ma perse presto il marito. Non essendo in grado di prendersi cura del figlio, lo mise in un orfanotrofio. Nel 1917 si spostò ad Atene, dove iniziò a cantare in vari locali, finché incontrò Panagiotis Toundas e iniziò la sua carriera discografica. Registrò numerosi brani divenuti poi molto popolari e collaborò con diversi artisti dell’epoca. Oltre che in Grecia, si esibì in Turchia, Albania, Serbia, Egitto e America. Morì in età avanzata, il 2 dicembre 1980.

Il film “Mio dolce canarino”

Nel 2011 è uscito il documentario “Mio dolce canarino” di Roy Cher che vede la partecipazione di tre musicisti di origine greca, turca e israeliana. Trent’anni dopo la morte di Rosa Eskenazi, il documentario ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera sottolineando l’appartenenza multiculturale della cantante: turca, ebraica sefardita e greca.

Il mito di Rosa fa da filo conduttore al documentario, intervallato dalle testimonianze degli ultimi sopravvissuti di quell’epoca, di sua nipote e dello studioso Kostas Hatzidoulis. Le canzoni vengono interpretate dai tre musicisti-attori nelle città di Istanbul, Salonicco e Atene in turco, greco e ladino, rievocando il passato ribelle e controcorrente di questa figura femminile che cambiò gli stereotipi del mondo della musica, allora appannaggio degli uomini.

Mentre il viaggio dei tre musicisti prosegue ad Atene, ultima tappa, si succedono incontri di natura più intima, racconti delle prime esibizioni professionali e dell’apogeo della sua carriera. Indubbiamente, Rosa resta una figura fuori dagli schemi dell’epoca.

Il film si chiude con “Passatempo”, una canzone intramontabile di Rosa Eskenazi, scritta da Manolis Hiotis (1946).

Qualunque cosa tu dica, sono stufo

Le tue favole le ho finite

E ho capito cosa sono per te

Il tuo passatempo per scherzare…

Ogni tuo bacio, lo trovo amaro

E il mio dolore non puoi addolcirlo

Tu vieni con me, piccola subdola

Perché vuoi un altro che ti ami

Vai allora dove vuoi tu

Smettila di piagnucolare, piangere e lamentarti

E quando incontri il vagabondo che ami

Non dirgli che mi hai avuto per passatempo

Rivisitazione in chiave contemporanea di “Passatempo”

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