BALCANI: La tassa dell’Unione europea sulla Co2 preoccupa la regione

La combustione di carbone rimane la fonte primaria di inquinamento dell’aria nei Balcani occidentali. La decarbonizzazione avviata da parte dell’Unione europea e le politiche che si stanno mettendo in atto pongono una serie di ostacoli all’economia di diversi paesi nella regione, in primis la Serbia e la Bosnia Ezergovina, che dipendono ancora fortemente dai combustibili fossili. In particolare, preoccupa l’imposizione da parte del mercato europeo del “Carbon Border Adjustment Mechanism” (CBAM), una tassa sul diossido di carbonio.

Il CBAM: un altro passo nella strategia europea “zero emissioni”

La risoluzione, emanata con una forte maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso marzo e diretta alla Commissione europea, è indirizzata alle produzioni industriali e al mercato energetico del continente. Al fine di raggiungere l’obiettivo delle “zero emissioni” entro il 2050, il Parlamento europeo ha proposto l’adozione del CBAM, un meccanismo che prevede l’applicazione di una tassa alle importazioni di merci prodotte da paesi al di fuori dell’Unione europea dove le leggi sulle emissioni delle Co2 sono meno restrittive.

Questo disincentiverebbe la delocalizzazione delle industrie dei paesi dell’Unione europea verso paesi extra-UE che non applicano le stesse misure di protezione ambientale al sistema di produzione, e porterebbe ad un’addizionale fonte di finanziamento per l’Unione, con una stima di guadagno tra i 5 e i 14 miliardi di euro. Tuttavia, questa tassa rappresenta un ostacolo per i paesi che non hanno implementato gli stessi standard ambientali.

Le conseguenze per i Balcani occidentali

Il segretariato della Comunità Energetica, ente istituito allo scopo di allargare il mercato energetico dell’UE ai paesi del sud-est Europa e della regione del Mar Nero, dopo aver inviato un avvertimento, a marzo ha avviato una serie di procedure contro Serbia, Bosnia Erzegovina, Kosovo e Macedonia del Nord per il mancato rispetto dei limiti sulle emissioni negli anni 2018 e 2019. La maggior parte dell’inquinamento atmosferico in questi quattro paesi ha origine da centrali termiche a lignite. L’inquinamento dell’aria è un grande problema nella regione, in quanto è causa dell’aumento dei costi per la salute della popolazione e per l’ambiente.

Il carbone è utilizzato in particolare nell’industria pesante e nel riscaldamento delle abitazioni. Nel 2019, le centrali termiche a carbone hanno costituito il 43% della produzione di energia elettrica nei Balcani occidentali. Non sembra esserci, soprattutto da parte delle compagnie che gestiscono le centrali e da parte dei governi regionali, intenzione di aderire a leggi e regolamenti che prevedono una transizione verso energie rinnovabili. A novembre 2020, i paesi della regione avevano firmato la dichiarazione di Sofia insieme all’Unione europea, con il fine di aprire la strada per il processo di supporto finanziario al percorso di decarbonizzazione, alla creazione di un’economia circolare e al miglioramento dei processi di produzione.

Nonostante una parte sostanziale dell’aquis comunitario europeo sull’ambiente sia già stato adottato da Serbia, Kosovo, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord, ciò che manca è l’attuazione e l’utilizzo di sistemi di monitoraggio che aiutino a diminuire le emissioni nell’aria. I governi tuttora ritengono il carbone una fonte d’energia strategica e spesso le violazioni e i ritardi sulla messa in pratica di standard europei nelle aziende o nelle centrali vengono tollerati. Ad esempio, in Serbia attualmente solo nella centrale termoelettrica di Kostolac B esiste un sistema di desolforazione.

Le prospettive

Tuttavia, entro il 2023, i rapporti con l’Unione europea potrebbero incrinarsi: l’imposizione di una tassa sul diossido di carbonio (il CBAM) rappresenta una sfida per i mercati di questi paesi, che dipendono fortemente da energie non rinnovabili e che vedono l’Unione europea come partner commerciale principale. L’intera regione dovrebbe quindi affrontare una seria sfida per la sua economia: ad esempio, la centrale Elektroprivreda Bosne i Hercegovine (EPBiH) in Bosnia Erzegovina dovrebbe pagare, con il sistema attuale di quote di emissioni (ETS) dell’UE, 200 milioni di euro per il diossido di carbonio emesso dalle sue centrali termiche. Questo renderebbe l’attività non redditizia. Il sistema ETS dell’UE opera secondo il principio della limitazione e dello scambio delle emissioni. Viene infatti fissato un tetto alla quantità totale di alcuni gas serra che possono essere emessi dagli impianti all’interno dell’Unione.

Una soluzione a breve termine, proposta dal segretariato della Comunità Energetica, rappresenta l’introduzione di un meccanismo di prezzatura del carbonio nei paesi dei Balcani occidentali. Questo programma prevede di applicare un prezzo alle emissioni di Co2, in modo da rendere meno redditizio per le aziende la produzione che utilizza il carbone. Un tipo di produzione più verde, che prevede un basso consumo di carbone e basse emissioni, rappresenterebbe una scelta migliore. Insieme ad un’eliminazione graduale di sussidi e aiuti statali per le aziende che utilizzano carbone, questo porterebbe  ad un periodo di transizione, che ha come obiettivo l’adesione al sistema europeo di ETS.

Il Patto verde europeo e gli standard che esso impone rappresentano una sfida per i paesi dei Balcani occidentali che vogliono accedere al Mercato Unico: la popolazione locale e le istituzioni europee stanno infatti cercando di rendere l’economia di questi paesi più “verde”, scontrandosi però con gli interessi politici e aziendali nel settore dei combustibili fossili.

Foto:Pixabay 

Chi è Maria Giulia Anceschi

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