GEORGIA: Un mese di proteste, dal lavoro all’ambiente

Negli ultimi anni le innumerevoli proteste avvenute in Georgia hanno avuto principalmente lo scopo di protestare contro il partito di governo, Sogno Georgiano, spesso accusato dall’opposizione di voler accentrare un’eccessiva quantità di potere nelle proprie mani. Nel mese di maggio, però, il paese è stato attraversato da una serie di proteste dalle motivazioni più variegate: scioperi di fabbrica, industria mineraria e danni ambientali.

Lo sciopero a Borjomi

Il 18 maggio, la produzione della celebre acqua minerale Borjomi è stata sospesa dopo che 350 operai della fabbrica per l’imbottigliamento dell’acqua sono entrati in sciopero, richiedendo un accordo collettivo per l’aumento dei salari del 30%, dopo che questi erano stati ridotti ridotti nel corso dell’ultimo anno, e per il miglioramento delle loro condizioni lavorative.

Originariamente la compagnia di imbottigliamento IDS Borjomi Georgia  si è rifiutata di negoziare con i sindacati, dichiarando di voler trovare un accordo direttamente con gli operai. Ma dopo una settimana di sciopero ha infine ceduto e il 26 maggio ha raggiunto un accordo con i sindacati, accettando di aumentare i salari del 20-30% e di pagare gli straordinari.

Sciopero della fame a Shukruti

Nel frattempo, gli abitanti del villaggio di Shukruti, nella regione occidentale dell’Imerezia, sono impegnati da oltre cento giorni in una protesta contro l’azienda estrattiva Georgian Manganese. La società sarebbe colpevole, a detta dei manifestanti, del crollo totale o parziale di molte case nel villaggio, senza risarcire nessuno per i danni provocati. Il villaggio si trova nelle vicinanze della cittadina di Chiatura, centro dell’industria estrattiva del Paese, in declino dagli Anni Novanta ma che ha causato profondi danni ambientali al territorio circostante.

Nel corso del mese di maggio, dieci residenti di Shukruti hanno iniziato uno sciopero della fame, e in otto si sono cuciti la bocca. Vorrebbero l’intervento del governo per investigare quanto sta succedendo alle case del villaggio. Georgian Manganese nega però ogni responsabilità e sostiene che i danni alle case siano dovuti alle estrazioni effettuate in epoca sovietica, ma si è detta a favore di un indagine del governo per stabilire le responsabilità.

Contro la centrale di Namakhvani

Se le proteste di cui sopra si sono svolte in provincia, lo scorso fine settimana la capitale Tbilisi è stata teatro di manifestazioni contro la costruzione di una centrale idroelettrica nel villaggio di Namakhvani, nell’ovest del Paese. Le proteste erano andate avanti per più di 200 giorni sul sito del cantiere, ma i leader del movimento hanno deciso di spostarle a Tbilisi dopo che la polizia aveva di fatto bloccato la possibilità di manifestare a Namakhvani.

Per i manifestanti l’impatto ambientale della centrale sarebbe devastante, e il governo avrebbe di fatto ceduto alla Enka Renewables, l’azienda che costruirà la centrale, l’intera vallata. La protesta a Tbilisi si è però conclusa con un nulla di fatto: il governo ha rifiutato di trattare con gli attivisti, che sono rientrati a Namakhvani, dove intendono continuare a manifestare.

Se queste proteste possono sembrare meno drammatiche e significative di quelle dell’estate 2019 o dell’autunno 2020 dopo le elezioni, restano comunque il sintomo di un diffuso malcontento verso il governo, che offre poche garanzie di protezione per i diritti di lavoratori e cittadini.

Immagine: 1TV.ge

Chi è Eleonora Febbe

Laureata in Russian Studies all'University College London e in Interdiscilplinary Research and Studies on Eastern Europe all'Università di Bologna. Si interessa principalmente di democratizzazione e nazionalismo nel Caucaso e in Asia Centrale. Attualmente vive a Tbilisi.

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