GEORGIA: Proteste contro una nuova centrale idroelettica in Imerezia

Si sono riaccese nelle scorse settimane le proteste degli abitanti della valle del fiume Rioni, nel nord-ovest della Georgia, contro la costruzione della centrale idroelettrica di Namakhvani. Il progetto, che ha un valore di 800 milioni di dollari, prevede la costruzione di due dighe alte rispettivamente 105 e 59 metri nelle località di Tskaltubo e Tsageri. Secondo il governo georgiano, queste strutture sarebbero capaci di produrre 1514 gigawatt-ora di elettricità all’anno, coprendo così oltre il 12% del fabbisogno del paese. Nel 2019, il governo ha garantito a Enka Renewables, società registrata a Istanbul, e alla norvegese Clean Energy Group i diritti per lo sviluppo, la costruzione, la proprietà e la gestione della centrale di Namakhvani.

Come riportato da OC Media, lo scorso 22 novembre gli abitanti della regione si sono riuniti per protestare di fronte agli uffici di Enka Renewables a Zhoneti, un villaggio 20 km a nord di Kutaisi (capoluogo dell’Imerezia e seconda città più popolosa della Georgia). Le proteste per fermare il progetto vanno avanti da anni, ma nel corso dell’ultimo mese i residenti locali sono passati a una fase più dimostrativa, accampandosi nei pressi del cantiere al fine di ostacolare i lavori, la cui fase preparatoria è iniziata a maggio. Il 14 novembre, la polizia aveva disperso con la forza un gruppo di manifestanti che voleva bloccare l’autostrada che porta all’ingresso del cantiere.

L’opposizione al progetto

Il Rioni è il fiume più lungo che scorre interamente all’interno dei confini della Georgia. Secondo un rapporto di valutazione dell’impatto ambientale preparato dal gruppo Gamma Consulting (criticato in passato per aver autorizzato progetti dalle dubbie ricadute ambientali), la costruzione delle dighe porterebbe all’inondazione di tre villaggi (tra cui Zhoneti) e di oltre 600 ettari di terra nella valle del Rioni. Questa causerebbe inoltre lo sfollamento di 297 famiglie nella località di Tskaltubo.

Mentre le autorità georgiane hanno promesso la creazione di 1600 nuovi posti di lavoro, i residenti locali hanno risposto che non sanno cosa farsene “se le loro vite verranno sommerse”. In una petizione lanciata a fine settembre, i rappresentanti del movimento Save Rioni Valley denunciano le numerose criticità del progetto, che sarebbe stato autorizzato dal governo georgiano illegalmente, senza effettuare le dovute valutazioni dell’impatto ambientale. Essendo la regione soggetta a forte attività sismica e a frane, nel caso in cui la diga risultasse danneggiata un’onda di 34 metri potrebbe raggiungere la città di Kutaisi in soli 19 minuti. Inoltre, l’inondazione dell’area potrebbe comprometterne la biodiversità e il microclima, con possibili ricadute sulla coltivazione di varietà di uva che producono vini pregiati.

Il movimento Save Rioni Valley è sostenuto da alcune note organizzazioni della società civile georgiana, come Georgian Young Lawyers Association (GYLA), Human Rights Education and Monitoring Center (EMC) e Green Alternative, oltre che dai Verdi-Mtsvaneebi (organizzazione che di recente si è posta l’obiettivo di ricreare un partito dei Verdi). Queste hanno criticato le autorità georgiane per aver fatto ricorso all’uso della forza, rifiutando il dialogo con la popolazione locale. Lo scorso 22 novembre, anche la difenditrice civica Nino Lomjaria ha ricordato alle autorità che la partecipazione ai processi decisionali relativi a progetti con impatto ambientale è un diritto garantito dalla costituzione.

La battaglia degli abitanti della valle del Rioni contro il progetto della centrale Namakhvani è anche raccontata in due brevi documentari molto evocativi pubblicati sul canale YouTube dei Verdi, e realizzati in collaborazione con Green Alternative (disponibili in georgiano con sottotitoli in inglese).

Centrali idroelettriche in Georgia: interessi e rischi

La centrale di Namakhvani non è l’unica ad aver generato investimenti e controversie in Georgia. Un caso esemplare è quello della centrale idroelettrica di Nenskra, in Svanezia, il più importante investimento diretto estero nella storia della Georgia indipendente, dal valore complessivo stimato attorno a un miliardo di dollari. In seguito a una richiesta di riesame avviata da gruppi di residenti e ONG a maggio 2018, il progetto era risultato non conforme alle policy ambientali e sociali della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, contravvenendo anche al rispetto dei diritti delle popolazioni indigene (gli svani). Ad aprile 2019 proteste e scontri violenti con la polizia si erano verificati anche nella valle del Pankisi, contro la costruzione della centrale idroelettrica Khadori 3. Ma da dove viene l’interesse delle autorità georgiane per questo tipo di progetti?

Come sottolineato da Al Jazeera, la Georgia si trova ad affrontare un divario stagionale di scorte energetiche, per cui se d’estate riesce a esportare l’elettricità di cui non ha bisogno, durante l’inverno è costretta a importarne dai paesi vicini per sopperire alla minore produzione. Il 9,8% di queste importazioni proviene dalla Russia e pone quindi un rischio “politico e strategico” per la Georgia, già soggetta in passato a boicottaggi energetici da parte di Mosca. Al bisogno di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico si aggiunge l’impegno, previsto dall’Accordo di Associazione con l’Unione europea, a sviluppare un mercato trasparente di bilanciamento dell’elettricità entro il 2020, come si legge sul sito della società Enka Renewables.

In realtà, la presenza nel paese di 86 centrali idroelettriche che garantiscono l’80% della produzione energetica nazionale è essa stessa la causa del divario stagionale nella fornitura energetica, poiché queste centrali sono dipendenti dalla variazione della portata dei fiumi. Il grosso di queste dighe fu costruito in epoca sovietica, come parte di un complesso disegno di interdipendenza energetica coi paesi vicini, venuto poi meno col crollo dell’Urss.

Per questo, sebbene siano d’accordo con la necessità di garantire la sicurezza e l’autonomia energetica del paese, gli attivisti ambientalisti sostengono che il governo dovrebbe riflettere su fonti alternative di energia rinnovabile, come quella solare o eolica, sull’uso di materiali di costruzione a risparmio energetico o sul miglioramento dell’efficienza delle centrali esistenti. Queste soluzioni avrebbero un impatto meno dannoso sull’ambiente e sullo stile di vita delle popolazioni locali. Alcuni attivisti hanno anche puntato il dito contro la mancanza di trasparenza dei termini degli accordi tra le autorità georgiane e le società private alle quali vengono attribuiti i diritti di gestione, sottolineando che la costruzione di nuove dighe potrebbe in realtà celare casi di corruzione (legati all’acquisto di materiali edili) o anche comportare dei costi finali eccessivi per i consumatori.

Immagine: Flickr (Yasuhiro Kojima)

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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