LIBRI: Un viaggio in Bosnia con gli occhi di Sergio Pilu

“Il tunnel: Mustafa, mia mamma, un viaggio in Bosnia” (SirLib, 2020) è un viaggio attraverso il passato e il presente della Bosnia-Erzegovina, fatto con gli occhi di Sergio Pilu, che in pochi giorni di permanenza e in molti successivi mesi di pensieri ha dialogato con un paese contraddittorio e vario, che al contempo si racconta e si nasconde, popolato da personaggi che spesso accennano ma non dicono, lasciando intuire una profonda complessità del reale, non del tutto comprensibile nemmeno a loro stessi.

Mustafa, il cimitero di Kovači e la memoria di Alija Izetbegović

Uno che spesso accenna e non dice è Mustafa, la guida di Sergio attraverso le vie e i luoghi di Sarajevo. Un giovane ragazzo nel 1992, quando si è trovato a dover difendere la città assediata, oggi continua ad attraversare Sarajevo e i luoghi della sua vita, tra la realtà del presente e il filo del ricordo, in compagnia di turisti stranieri. Con lui Sergio visita il tunnel costruito sotto terra dai sarajevesi per poter comunicare con l’esterno e raggirare il blocco imposto dall’esercito serbo-bosniaco. Tra una chiacchiera e l’altra, durante la visita e la passeggiata per le vie della città, Mustafa apre squarci su ciò che era la vita quotidiana nella Sarajevo assediata, su ciò che era la sua vita in quegli anni e su ciò che ne resta oggi. Mentre il discorso avanza, però, cominciano a essere evidenti le ombre che coprono alcuni elementi del suo racconto, taciuti e nascosti sotto un velo di intimità.

E sotto un velo simile sembrano rimanere anche i sentimenti e i significati che si celano dietro al canto funebre intonato da alcuni giovani ragazzi, guidati da un professore, sulla tomba del primo presidente della Bosnia-Erzegovina, Alija Izetbegović. Un esercizio di indottrinamento o un semplice avvicinamento di un pezzo del passato recente alla coscienza di un gruppo di studenti? Sergio Pilu ha dichiarato in seguito di non sapere, nemmeno a distanza di tempo, quale significato avesse avuto quell’adunanza al cimitero di Kovači, rimasta impressa nella sua memoria.

Quello di Kovači è il principale fra i tanti cimiteri di Sarajevo, raccontati e descritti nel libro, spesso posti ben dentro la città, a contatto con la vita quotidiana delle persone, in linea con la concezione musulmana della morte come parte della vita e della volontà di non creare alcuna separazione netta tra l’una e l’altra, ma di unirle in una continuità. Un verso del Corano, scritto in arabo su ogni stele, conferma questa idea: “E non dire di quelli che sono morti sulla via di Allah: ‘sono morti’. No, sono vivi ma tu non lo senti”.

Verso Nord, verso Srebrenica

Il viaggio prosegue poi lontano da Sarajevo, in direzione di Srebrenica. I luoghi scelti non sono casuali e ripercorrono il filo tragico del recente passato. La scelta è deliberata: scavare nel fondo più basso, per i motivi anche meno nobili, è parte del fascino, anche morboso, di ogni luogo in cui si è consumata una tragedia. In questo senso, l’autore non scappa dal confronto con gli elementi più bassi che lo circondano o che riscopre dentro di sé.

Così, l’incontro con un giovane bosgnacco dagli occhi chiari e dai capelli biondi, sorprendente per un occhio abituato a identificare i musulmani con tratti somatici differenti, diventa un’occasione per riscoprire i propri pregiudizi, mentre l’apparente disinteresse di un ex soldato olandese in visita a Srebrenica porta a una sua veloce e impulsiva condanna, legata inconsciamente alle corresponsabilità dei Caschi Blu olandesi nel genocidio del 1995.

Durante il viaggio di ritorno da Srebrenica, la macchina affianca il corso della Drina: la bellezza del territorio nasconde le atrocità del recente passato, inscritte nella memoria di quelle valli. Una sosta porta l’autore a incontrare la Baba Safa, un’anziana signora che vive da sola, isolata e un po’ impaurita da ogni episodio che possa far riaffiorare gli anni bui della guerra nella quotidianità del presente. Safa, però, è anche una figura in cui l’autore può riconoscere la propria nonna, apparentemente lontanissima dal canyon della Drina, in un ricordo che dà vita a un sorprendente processo identificativo fra due realtà che nelle pagine precedenti sembravano dialogare a fatica.

Tra distanza e identificazione, tra detto e non detto, tra molteplici e spesso indecifrabili realtà si è svolto il viaggio concreto di Sergio Pilu, che è stato oggetto di pensieri e riflessioni che hanno portato alla sua astrazione in “Il tunnel: Mustafa, mia mamma, un viaggio in Bosnia“, un libro che ripercorre nella memoria, a distanza di mesi, il viaggio che è oggetto del suo racconto, con lo sguardo incuriosito di chi vede un mondo sconosciuto, si pone domande e non trova risposte.

Il libro è acquistabile al seguente link.

 

Foto: Sergio Pilu

Chi è Dino Huseljić

Studente dell'Università di Pisa, cresciuto in Bosnia-Erzegovina e formato in Lombardia. Si interessa di Balcani e di tutto ciò che riguarda il calcio e la pallacanestro. Dal 2019 scrive su "Gli Stati Generali".

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