RUSSIA: Il petrolio continua a inquinare l’Artico

Durante la scorsa settimana le autorità locali della Repubblica di Komi, nella Russia settentrionale, hanno dichiarato lo stato di emergenza a causa di una fuoriuscita di petrolio nell’Artico. Il materiale si sarebbe riversato prima nel suolo e poi nei corsi d’acqua, con un potenzale elevato rischio per l’ambiente e la fauna locale.

L’incidente

La fuoriuscita di petrolio è stata molto probabilmente causata da un guasto a un oleodotto in gestione alla società petrolifera russa Lukoil. Secondo fonti locali l’incidente si sarebbe verificato sulla condotta che collega il giacimento petrolifero di Ošskoe, nel circondario autonomo dei Nenets, a un punto di raccolta e stoccaggio poco distante. Dopo essersi riversato sul terreno, il materiale avrebbe raggiunto il fiume Kolva, per poi essere trasportato dalle correnti a valle fino a Usinsk, una città di circa 45.000 abitanti collocata a circa 1.500 chilometri a nord-est di Mosca.

Lo scorso venerdì 14 maggio, la compagnia Lukoil ha comunicato che circa 180 dipendenti erano al lavoro per contenere i danni conseguenti dalla fuoriuscita. Mentre le stime iniziali parlavano di circa venti tonnellate di petrolio fuoriuscito, nei giorni successivi è stato comunicato che l’ammontare sarebbe di gran lunga superiore, a circa novanta tonnellate.

La situazione attuale

The Moscow Times riporta la voce di alcuni ambientalisti, i quali indicano che il petrolio misto all’acqua starebbe confluendo nei fiumi Pečora e Usa e potrebbe progressivamente raggiungere il mar Glaciale Artico. Si starebbero incontrando delle difficoltà nel trattenere il materiale attraverso il posizionamento di filtri lungo il corso dei fiumi coinvolti. La causa sarebbero dei grossi blocchi di ghiaccio che vengono portati a valle dalle correnti, facendo risultare il posizionamento dei filtri di contenimento difficile, se non addirittura inutile. Il passaggio dei pezzi di ghiaccio più grandi, infatti, spezza i filtri e li rende inutilizzabili.

Svetlana Radionova, direttrice del Rosprirodnadzor – servizio federale russo per la supervisione delle risorse naturali – avrebbe affermato che gi incidenti alle strutture gestite da Lukoil si verificano con una frequenza sempre maggiore. Inoltre sul suo profilo Instagram ha scritto che il Rosprirodnadzor potrebbe portare Lukoil in tribunale, sostenendo come la mancanza di trasparenza e un monitoraggio inadeguato di Lukoil sarebbero stati le cause dell’incidente.

Gli incidenti in Russia

Questo disastro arriva dopo una serie di incidenti significativi che hanno coinvolto la regione artica lo scorso anno. Secondo Vladimir Čuprov, direttore di Greenpeace in Russia, episodi analoghi a questo si verificano regolarmente, soprattutto a causa della corrosione di parti in metallo degli oleodotti che vengono utilizzate oltre il limite raccomandato dal produttore. Greenpeace aveva già informato il governo russo rispetto a questa pratica ben prima dell’incidente della scorsa settimana, in particolare per quanto riguarda la stessa Lukoil.

Questo incidente accade a meno di un anno di distanza dalla più grande perdita di petrolio nell’Artico della storia, che proveniva da un impianto di stoccaggio di carburante gestito dal gigante minerario russo Nornickel. A causa di questo incidente, a marzo 2021 l’azienda è stata condannata a pagare una multa record di 145 miliardi di rubli (1,65 miliardi di euro).

Intanto, nella giornata di lunedì 17 maggio, Reuters ha riportato un ulteriore incidente avvenuto a seguito della rottura di una cisterna di gasolio gestita alla stessa Nornickel. La compagnia avrebbe provveduto a trasferire il gasolio rimanente in altre cisterne, mentre quello fuoriuscito sarebbe stato recuperato.

Immagine: greenpeace.ru

Chi è Leonardo Scanavino

Laureato in "Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione" presso l'Università di Torino, attualmente frequenta una Magistrale in "Studi di Sicurezza Internazionale" presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. In precedenza, ha frequentato un semestre di studi (Erasmus) prasso la Latvijas Universitāte (Riga, Lettonia), durante il quale ha avuto modo di avvicinarsi alle tematiche di transizione riguardanti i paesi post-sovietici dell'Est Europa. Parla inglese, francese e studia russo.

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