CALCIO: Panenka e la Cecoslovacchia campione d’Europa

Erano già stati tirati i primi tre rigori per ciascuna squadra e tutti avevano segnato. Ladislav Jurkemik dell’Inter Bratislava, con il quarto, aveva portato in vantaggio la Cecoslovacchia. Era il turno di Ulrich “Uli” Hoeneß, che era già un campione affermato, ma che in quell’occasione non dimostrò il suo valore, sparando il proprio rigore altissimo. Toccava di nuovo alla Cecoslovacchia e stavolta poteva significare il titolo. Sul dischetto si portò un ventisettenne, nato a Praga. Il nome? Antonin, e il cognome, ovviamente, Panenka.

Non era la stella della squadra, ma era un centrocampista molto intelligente e fantasioso. In patria, giocava con il Bohemians, squadra praghese biancoverde, con il canguro sul petto. Non esattamente l’élite del calcio nazionale. Ma lì, Panenka aveva scoperto un nuovo modo di tirare i calci di rigore. Tutti i giorni dopo l’allenamento, si fermava a esercitarsi con il portiere. Aveva inventato questo nuovo modo di calciare. Nel 1976, senza l’attuale diffusione delle informazioni, nessuno conosceva il suo asso nella manica. E quando diciamo nessuno, intendiamo anche Sepp Maier, che era il portiere, Campione del Mondo in carica, che difendeva i pali della Germania. L’arbitro fischiò, dando il via al quinto rigore della Cecoslovacchia. Panenka si avvicinò al pallone, ma invece di calciare in modo potente, o angolato, colpì la sfera sotto. Fece un pallonetto, uno scavetto, un cucchiaio. La palla entrò lentamente in rete, mentre Maier, ormai fuori causa, ebbe tutto il tempo di guardare la beffa che si insaccava. La Cecoslovacchia era Campione d’Europa. Il mondo sbalordito ammirava il rigore “alla Panenka”.

Quello del 1976 fu un Europeo particolare. Fu la prima edizione a prevedere i calci di rigore in caso di pareggio dopo i tempi regolamentari e i supplementari. Niente più ripetizione o monetina, come era stato nel 1968, quando l’Italia aveva eliminato i Sovietici grazie alla sorte e aveva battuto gli Jugoslavi nella ripetizione della finalissima. L’edizione del 1976 va ricordata anche perché nessuna delle partite disputate si concluse entro i novanta minuti previsti. Fu il primo Europeo ad essere ospitato da un Paese socialista, il primo a non tenersi nell’Europa occidentale. Fu anche l’ultimo torneo continentale a disputarsi con solo quattro squadre nella fase finale. Dal 1980, in Italia, infatti, avrebbero partecipato otto nazionali. Furono scelti due stadi: il Maksimir di Zagabria, casa della Dinamo, e, naturalmente, il Marakana di Belgrado, casa della Stella Rossa. Purtroppo, come si sarebbe verificato anche quattro anni dopo in Italia, il pubblico non rispose adeguatamente all’evento e le partite non registrarono mai il tutto esaurito.

Le squadre partecipanti – come detto – furono quattro. Due erano le finaliste dei Campionati del Mondo del 1974, Germania dell’Ovest e Olanda. Tutti si aspettavano di vederle avversarie nella finalissima, ma stavolta in campo neutro, perché nell’ultimo Mondiale, si erano affrontate in Germania, favorendo i tedeschi. Poi c’era la Jugoslavia che era padrona di casa, e che veniva da due finali nelle quattro edizioni precedenti. Ovviamente entrambe perse. I plavi potevano schierare Dragan Džajić che è ancora considerato il miglior giocatore della storia del Paese. Infine il quarto incomodo era rappresentato dalla Cecoslovacchia, che era l’outsider, ma non scordiamoci che era un’ottima squadra, che si basava sull’ossatura dello Slovan Bratislava. In quel periodo le compagini slovacche dettavano legge in patria con otto degli ultimi nove titoli. Se non fosse sufficiente, si può chiedere in particolare agli inglesi che, avendo affrontato la Cecoslovacchia, erano rimasti per questo a Londra, invece di volare in Jugoslavia.

La prima semifinale si disputò fra Olanda e Cecoslovacchia. Gli arancioni erano nel loro momento d’oro, ma quella partita andò diversamente da come tutti si aspettavano. Fu molto intensa a livello agonistico e gli olandesi ne risentirono, terminando con due espulsioni (Neeskens e Van Hanegem), contro una soltanto dei cecoslovacchi (Pollák). Si risolse tutto ai supplementari, grazie alle reti della stella del Dukla Praga, Zdeněk Nehoda, e dell’attaccante dello Slavia, František Veselý, che portarono il risultato sul 3-1, dopo l’uno a uno dei tempi regolamentari (Anton Ondruš segnò sia il gol per i suoi, che l’autogol in favore degli arancioni).

Nell’altra semifinale invece si affrontarono i padroni di casa, guidati da Džajić, Katalinski e Popivoda, e la Germania Ovest che era campione del Mondo e d’Europa in carica. La partita finì 4-2 per i tedeschi, dopo che la Jugoslavia era stata in vantaggio per 2-0. Su questa partita ci sono molte leggende, in particolare ce n’è una, secondo la quale la Jugoslavia avrebbe venduto la partita per sanare una parte del debito che aveva con Berlino. Tuttavia, questa leggenda è molto controversa, perché non ci sono fonti ufficiali e non si sa neanche se ci si riferisce alla partita del 1974 in Germania o a quella del 1976 in Jugoslavia. Gli indizi che portano a quella del ‘74, coinvolgono Willy Brandt, cancelliere tedesco che rimase in carica fino all’anno del Mondiale. Tuttavia è un po’ strano che qualcuno abbia venduto una partita in cui la Jugoslavia era fortemente sfavorita. Inoltre era la prima partita del secondo girone, nel quale i Balcanici avrebbero poi perso tutte e tre le gare. Quindi è più probabile che si parli della partita del 1976, che si giocava in Jugoslavia e che era una semifinale, quindi una gara molto più importante della precedente. Quella era una partita che poteva essere venduta. Ovviamente è solo una leggenda, anche perché sappiamo benissimo quanto la Jugoslavia calcistica, fosse in grado, senza bisogno di vendere le partite, di arrivare a un passo dal trionfo e poi inciampare rovinosamente.

Credit immagine: Sarita

Chi è Gianni Galleri

Autore di "Curva Est. Un viaggio calcistico nei Balcani" e "Questo è il mio posto. Le nuove avventure di Curva Est fra calcio e Balcani". Coordina la redazione sportiva di East Journal.

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