NORD STREAM 2: Europa, quo vadis?

Nord Stream 2, il progetto infrastrutturale ormai prossimo al completamento, che garantirebbe un raddoppio dell’attuale portata (da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas annui) del gasdotto Nord Stream, collegando la regione di Pietroburgo in Russia con il terminale ubicato nei pressi della cittadina tedesca di Greifswald, è di nuovo al centro di una querelle economico-politica, tra le più spinose da mesi sullo scacchiere internazionale.

Gli interessi “nazionali” ucraini

La controversia è ormai nota: se da un lato risulta innegabile che, solcando le acque baltiche, il nuovo gasdotto garantirebbe ai consumatori europei (tedeschi in primis) un maggiore afflusso di energia a costi relativamente più modici, dall’altro lato è evidente che la nuova infrastruttura finirebbe per supplire l’attuale rotta orientale del gas che raggiunge l’Europa transitando per l’Ucraina. Minuzia, quest’ultima, non di poco conto se si considera che il fatturato annuo derivante dalle tasse di transito rappresenta circa il 2% del prodotto interno lordo statale.

Il problema esistenziale ucraino sembrerebbe essere legato alla redditività a lungo termine del sistema di transito del gas: meno ne scorre attraverso il paese, più ardua e costosa diventa la sostenibilità della rete energetica domestica. Garantirsi un volume minimo di flussi, ovvero di entrate derivanti dalle tasse di transito, rappresenta dunque una priorità strategica per gli interessi economici di Kiev, o forse per le tasche di qualche oligarca locale. È bene non dimenticare, infatti, che quello energetico rimane uno dei settori potenzialmente più a rischio di corruttela, un fenomeno ancora oggi profondamente legato al sistema del paese, come recentemente notato dall’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina.

Le preoccupazioni di Varsavia e la strategia di Berlino

Sul fronte polacco sembra dilagare uno scetticismo di fondo, dai riflessi storici, verso qualsivoglia iniziativa russa, soprattutto quelle che coinvolgono la Germania. Di fatto, tra tedeschi e polacchi sembra non scorrere buon sangue, specialmente quando si tratta di risolvere questioni energetiche. Berlino teme che Varsavia voglia mantenere chiuso il proprio mercato inibendo il libero flusso di gas tra i due paesi. Varsavia, dal canto suo, non ripone fiducia nella libera circolazione di gas in caso di emergenza, sostenendo che il sistema di flussi orientale sia soggetto ai condizionamenti di Mosca.

Per ovviare a tale eventuale possibilità e, al contempo, persuadere Washington nella speranza di poter terminare un progetto ormai completato al 95%, il governo della cancelliera Angela Merkel ha di recente proposto l’istituzione di un meccanismo di regolamentazione delle forniture, volto a limitare qualsiasi tentativo di manipolazione del mercato energetico europeo. Le proposte tedesche, tuttavia, sembrano non essere sufficienti. Un meccanismo di regolamentazione avrebbe senso, ma numerosi dubbi rimangono su come esso possa funzionare in termini pratici: americani e tedeschi, ad esempio, potrebbero non trovarsi d’accordo su quali azioni russe potrebbero giustificare un’eventuale interruzione delle importazioni di gas.

Ciononostante, Berlino non sembra intendere di voler fare dietrofront. Secondo quanto dichiarato dal neoeletto leader dei Democratici Cristiani (CDU), nonché promettente cancelliere federale, Armin Laschet, la Germania sta infatti seguendo la strada giusta e i tedeschi devono potersi assicurare l’approvvigionamento energetico attraverso questo progetto. La strategia tedesca sembra quindi essere modellata dall’Ostpolitik: l’idea, in senso lato, che normalizzare i rapporti con la Russia, piuttosto che scinderne i legami, potrebbe contribuire a mitigare il comportamento della stessa.

La posizione di Washington

“Un progetto russo geopolitico volto a dividere l’Europa e a indebolirne la sicurezza energetica” – così il segretario di stato americano, Antony Blinken, si è espresso in un laconico comunicato rilasciato di recente, sottolineando l’inflessibilità statunitense a perpetrare un regime sanzionatorio contro ogni entità coinvolta nella realizzazione del gasdotto.

In questo delicato contesto, la squadra del neopresidente Joe Biden si trova a dover fare i conti con un doppio vincolo. Da un lato deve affrontare la risentita opposizione al progetto da parte del congresso e di alcuni importanti partner europei (Polonia e Ucraina), dall’altro aspira a rammendare le relazioni con la Germania che erano state profondamente lacerate durante l’era Trump. Una posizione troppo intransigente a casa rischierebbe quindi di umiliare Berlino, che rappresenta un alleato chiave in vista delle prossime elezioni presidenziali tedesche in programma a settembre. A sua volta, tuttavia, l’ostinata rigidità tedesca rischierebbe di alienare l’amministrazione americana più europeista che Berlino probabilmente vedrà nei prossimi due decenni.

A giovare di questo impasse, nel frattempo, vi sono coloro che si oppongono a una rinnovata partnership tra le democrazie transatlantiche; data la posta in gioco, gli incentivi per un compromesso appaiono alquanto convincenti.

Una possibile via d’uscita

Uno scenario in cui il Nord Stream 2 non venga ultimato sembra ormai poco probabile. Allo stesso modo risulta però difficile pronosticare una soluzione di accomodamento che non preveda misure per assicurare gli interessi di Polonia e Ucraina, i due paesi, insieme ai Baltici, più indefessamente opposti al progetto. Data questa premessa, provare a riformulare i termini del dibattito potrebbe risultare un’opzione utile a trovare un terreno comune. Piuttosto che interrogarci circa le ragioni per cui il gasdotto dovrebbe essere completato o meno, si potrebbero esaminare obiettivamente gli interessi delle parti in gioco, chiedendosi se esista una via d’uscita comune che possa soddisfarli.

Premettendo che il gasdotto venga completato, alcune domande sorgono spontanee: come potrebbero essere alleviate le preoccupazioni polacche sulla sicurezza delle importazioni? In che misura si potrebbe garantire la longevità della rete di gasdotti ucraini, salvaguardarne l’indipendenza e, al contempo, assicurare una maggiore integrità del settore energetico domestico? Questi sono alcuni esempi di questioni sulle quali le diplomazie di Europa e Russia potrebbero soffermarsi per far avanzare il dialogo.

Dall’altra parte dell’Atlantico potrebbe invece aiutare avere una linea d’azione più coerente. Spesso si sente dire che le sanzioni statunitensi celano semplicemente un’assenza di strategia nei confronti di Mosca. Qualora il dibattito sul Nord Stream 2 venisse inserito in un contesto geopolitico più ampio, le ragioni per le sanzioni potrebbero risultare meno opinabili. Mettendo da parte reticenze e sottintesi, una conciliazione diplomatica potrebbe risultare la migliore soluzione per superare l’attuale stallo nelle relazioni energetiche transatlantiche e ricostruire un modello efficace di partenariato, oggigiorno più essenziale che mai.

 

Immagine: Reuters

Chi è Gianmarco Riva

Laureato in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe presso l'Università di Bologna, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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