La contagiosa nostalgia della Bucarest di Ioana Pârvulescu

la vita comincia venerdì

La vita comincia venerdì

di Ioana Pârvulescu

traduzione di Mauro Barindi

a cura di Bruno Mazzoni

postfazione di Mircea Cărtărescu

Voland Edizioni, 2020

pp. 352

 

Pubblicato nel 2009, La vita comincia venerdì è il primo romanzo di Ioana Pârvulescu, che nel 2013 si aggiudica il Premio dell’Unione europea per la letteratura. Critica e storica letteraria, docente alla facoltà di lettere dell’ateneo bucarestino, i suoi saggi di storia culturale romena apparsi in precedenza “aspettavano solo di essere popolati da personaggi di finzione”, secondo le parole di Mircea Cărtărescu. E Pârvulescu combina infatti con sapiente grazia e minuzia di dettagli figure immaginarie e reali, in un’opera il cui intrigo poliziesco aziona una brillante macchina narrativa e del tempo. Molto più di un canonico giallo, La vita comincia venerdì è un seducente invito nella Bucarest di fine diciannovesimo secolo, un’elegante mano che accompagna il lettore per i suoi luoghi che oggi ormai hanno cambiato nome, oppure non esistono più.

Forse tutto ciò che è esistito ed esisterà esiste oggi, nel presente. Forse ciò che è esistito è ciò che continuerà a esistere. (…) Forse viviamo, senza saperlo, proprio in questo attimo infinito, in più mondi simultaneamente.

1897. Mancano tredici giorni a capodanno, e l’opinione pubblica della capitale è ancora scossa dal duello in cui a fine novembre il giornalista e politico George Emanuel Lahovari è morto per mano del collega Nicolae Filipescu. Venerdì 19 dicembre, punto di partenza dell’azione, due sconosciuti vengono ritrovati privi di sensi a pochi metri di distanza fuori città. Il primo sembra piovuto da un altro mondo, forse addirittura dal futuro, tanto è disorientato, mentre il secondo è gravemente ferito. Un annuncio offre una lauta ricompensa per il ritrovamento di un portafoglio in pelle di capretto. Si torna a discutere della sparizione di un’icona della vergine Maria con le spalle tempestate di diamanti.

I misteri sono tanti quanti i protagonisti, e così i fili che li collegano gli uni agli altri, magistralmente intessuti dall’autrice. C’è Nicu, un educatissimo e curioso “piccolo Gavroche”, impeccabile fattorino dal chepì rosso; c’è la redazione del quotidiano Universul e il suo fondatore, l’italiano Luigi Cazzavillan; c’è il capo della Pubblica sicurezza, il malinconico scapolo Costache Boerescu; c’è la famiglia dello scrupoloso dottor Margulis, medico per vocazione; nonché un vasto assortimento di indimenticabili figure secondarie. Ogni soggetto che abita la Bucarest de La vita comincia venerdì è caratterizzato in maniera efficace, pulsante, tridimensionale: se non tutti sono fittizi, allora devono per forza essere tutti realmente esistiti, non c’è altra spiegazione.

Ciascuno dei tredici capitoli si apre con le pagine di diario scritte della ventiduenne Iulia Margulis, per poi spostare l’attenzione sugli altri personaggi. La giovane Margulis e lo straniero spaesato sono però gli unici a raccontarsi in prima persona, dando voce alla contagiosa nostalgia di Pârvulescu per un’epoca che conosce alla perfezione ma non ha vissuto, e al desiderio di ogni lettore di vivere più vite possibili.

Cosa troveremmo mai, se non filtrassimo tutto attraverso le parole e le immagini degli altri? Se pensassimo con il corpo intero e non solo con una sua parte? Cosa ci ricorderemmo del nostro passato? E del futuro? Cosa capiremmo delle nostre scelte fatte indipendentemente dalla nostra vita?

Indiscussa co-protagonista, la capitale romena non è ancora la “piccola Parigi” degli anni Trenta, ma senz’altro già una “città cosmopolita”, europea, vibrante. Le righe del romanzo tracciano una carta topografica della città precisa e ricca di nomi di vie, strade, piazze ed edifici in cui gli avvenimenti si susseguono. Una Bucarest carica di speranze nel futuro, dove “non c’era tempo per annoiarsi, mai”, gremita di “anime sensibili” e temerarie che sognavano “il nostro mondo”.

Sì, io credo che la Romania assomigli a un’orchestra, solo che non è ancora pronta per esibirsi in concerto, e continua a fare prove su prove. Ogni tanto un violino gratta, o il solista sbaglia l’entrata, i fiati fanno cilecca o il direttore si infuria e ferma la musica e rampogna tutti, indistintamente, tutto è frammentario e ripreso da capo di continuo, ma durante il concerto vero e proprio la melodia filerà senza sbavature e l’Europa applaudirà…

foto: rfi.ro

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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