KAZAKHSTAN: Aktau, la città poeta

Aktau è il posto giusto dove mettere una bandiera. Il vento non manca mai, gira attorno al quadrante come gli pare servendo da ripasso ai punti cardinali. Ma il più delle volte tira di levante, sbatte la bandiera in faccia al Caspio e dona al cielo quel rosso che è un rosso difficile da dire. Quello della terra che si mescola all’aria. Ce ne sono diverse qui, di bandiere, la più alta è al limitare tra undicesimo e dodicesimo distretto: col suo azzurro elettrico t’orienta e ti riporta a casa ovunque tu sia. Certi giorni serve.

Aktau prima era una città che non c’era e poi, improvvisamente, sì: eccola lì, stretta tra steppa e mare, accoccolata su un calcare bianco, stratificato che sembra una torta di compleanno coi palazzi a far da candeline. Perché Aktau è ақ “bianco” тау “montagna”, la montagna bianca.

Ma Aktau era Ševčenko, prima, in omaggio a Taras Ševčenko, poeta e pittore ucraino che qua fu esule nell’800 quando questo luogo era una baraccopoli, il posto perfetto per seppellirci vivo qualcuno. In quegli anni a Taras Ševčenko fu anche impedito di dipingere perché, si sa, l’arte spaventa chi d’istinto ne intuisce solo il pericolo. Il nome della città fu cambiato quando il Kazakhstan non fu più Unione Sovietica, non la conseguenza più gloriosa di quel trapasso, c’è da dire.

Aktau fu Ševčenko perché furono gli ucraini a costruirla, nella metà del secolo scorso per andar dietro alle miniere d’uranio e alla fame di nucleare che c’era: hanno lasciato la loro firma nel calcestruzzo e, ancor di più, nel suffisso -enko di tanti cognomi. Non si andò troppo per il sottile, a onor del vero, c’era da dare un tetto alla gente, c’era da farlo con dignità, ma il tempo era quel che era per badare troppo alla forma. E la forma delle case, allora, è quella rassicurante del parallelepipedo dei disegni dei bambini. Allineate con cura formano i microdistretti, numerati con la ragione della causalità e del giocatore di dadi. Qui come altrove sul territorio dell’ex Unione Sovietica, anche le case hanno un numero e, dentro le case, pure i singoli appartamenti sono contati. Cosicché a Ševčenko/Aktau le strade non hanno nome e gli indirizzi sono una trilogia di numeri, una specie di gigantesco gioco dell’oca.

Negli anni i palazzi si sono alzati nel tentativo del grattacielo, ma senza abbandonare la forma d’origine: nuovi quartieri hanno preso a prestito il deserto attorno col risultato di formare una specie di cinta a protezione da un nemico che non c’è.

Delle case del vecchio nucleo una cosa colpisce più delle altre: le finestre. Sono tutte diverse l’un l’altra quand’anche sulla stessa facciata, a pagar dazio al tempo e alle ristrutturazioni dove ognuno ha fatto per sé: il risultato è quello dei coriandoli tirati in aria che per sorte si sono appiccicati alle pareti. È un mappamondo quello delle finestre che fa il paio col mappamondo variopinto di chi vi s’affaccia. Diciotto diverse etnie secondo l’ultimo censimento e una fantasia a inventarsi nuove linee, nuove forme che non ha pari. Non una faccia uguale all’altra vien da pensare, dettagli grandi, dettagli piccoli: chi ha avuto in mano la matita del mondo e l’ha disegnato così com’è, s’è sbizzarrito parecchio da queste parti. In questi giorni, poi, le donne incarnano meravigliosamente la bellezza della diversità, fasciate nei vestiti della tradizione a celebrare il Nauryz, la festa della primavera: gli abiti virano al rosso e al viola, sfumando per il blu del cobalto. Gli arabeschi dorati che si arrotondano sulle stoffe pesanti sono necessaria concessione alla frivolezza.

Ad Aktau gli alberi sono più alberi che altrove: si aggrovigliano, si inclinano, cercano il rasoterra come strategia di sopravvivenza. È per questo che le palme di plastica allineate, altissime, sul lungomare sono una soluzione plausibile. Sotto, le panchine sono la meta della domenica, permettono un posto in prima fila sull’orizzonte, un sigaro e qualche istante di malinconia per chi ne ha voglia. Poco lontano il marmo scolpito come i petali rovesci di un grande fiore bianco protegge la fiamma eterna che ricorda il contributo della gente di qui alla follia nazista; appena più in là, la moschea centrale t’accoglie con la sua cupola d’oro come a invitarti all’ingresso e a interrompere quel gironzolare senza meta. Entrare è d’obbligo, che tanto nessuno ti guarda strano se hai l’accortezza di allineare le tue scarpe a quelle altrui.

Caspio è nome e aggettivo, dà da bere in un luogo dove non c’è acqua dolce. La si ricava, goccia a goccia, grattando via il sale dal mare con un impianto nucleare che c’è solo qui e qui soltanto. Ma non è tutto: il Caspio dà sollievo ai più quaranta d’agosto o ai meno trenta di gennaio e la sera nasconde il sole con un gioco di prestigio che si ripete, magnificamente, sempre uguale a sé stesso.

Non so se altrove ci siano altre città con nome di poeta e poco importa che, poi, i nomi cambino. Perché lasciano sempre traccia di passaggio, una scia.

E Aktau è Ševčenko, la città poeta, che lo si voglia o no. Che la si ama per il cielo.

Che il cielo, qui, riempie tutto.

(foto dall’archivio personale dell’autore)

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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