BIELORUSSIA: Una bandiera per la democrazia

Quando durante i comizi del trio Tichanovskaja-Tsepkalo-Kolesnikova in vista delle elezioni presidenziali i bielorussi sventolavano la bandiera bianco-rosso-bianca, in pochi ne conoscevano il significato. Ben presto si è scoperto il perché di quei colori, utilizzati da chi non vuole più Aleksander Lukashenko alla guida del paese: raccontano un passato non più dimenticato.

Quello che oggi non si sa è che, da simbolo di una protesta, la bandiera bianca e rossa è diventata simbolo di un’ideologia, di un credo.

Un’identità nazionale sopita

Nonostante l’importante bagaglio storico e linguistico, l’indipendenza della Bielorussia è arrivata solo nel 1918 ed è durata pochissimo, a causa della nascita dell’Urss. A partire dagli anni Trenta il paese ha subito un’intensa russificazione, in particolare con l’eliminazione del bielorusso come lingua ufficiale. Negli anni precedenti la caduta dell’Unione Sovietica, gli intellettuali bielorussi hanno tentato il ripristino della lingua, della cultura e delle tradizioni del paese. Il tentativo di riesumare l’identità nazionale perduta approfittando del crollo dell’Urss, però, non ha portato i frutti sperati. 

È stato grazie a questo clima di confusione – il bielorusso era appena stato dichiarato unica lingua ufficiale – che Lukashenko ha potuto cavalcare l’onda delle emozioni proponendo un referendum in cui ripristinava il vecchio – russo, emblema, bandiera – restituendo ai cittadini lo status quo, la tranquillità e l’identità nazionale che stavano perdendo.

Nelle definizioni minime di scienza politica, infatti, l’identità nazionale corrisponde a un territorio, una lingua comune e simboli proprio come la bandiera e lo stemma. Per questo è semplice capire perché i bielorussi, nel 1995, non riconoscessero il bianco-rosso-bianco. 

Quando un simbolo di protesta diventa ideologia

Oggi, alla ricerca di un’identificazione nuova e democratica, i bielorussi che vogliono cambiare le cose eleggono la bandiera a simbolo della propria identità e della propria ideologia. Non più soltanto un modo per farsi sentire, ma un mezzo per riconoscere e riconoscersi. Chi è contro Lukashenko espone il bianco e il rosso, poco importa quali siano i rischi. Indossare i colori della bandiera pre-sovietica significa credere in qualcosa e sfidare leggi ritenute ingiuste, multe, prigione e rappresaglie. 

La bandiera come logorio lento del regime

Se la bandiera bianco-rosso-bianca non è mai piaciuta a Lukashenko, dalla fine del 2020 esporla, anche sul proprio balcone, è ritenuto reato amministrativo, passibile di sanzioni economiche e fermo. Un’azione equiparata all’organizzazione di manifestazioni non autorizzate.

Ma il governo del quasi trentennale presidente non ha fatto i conti con il bisogno di identificazione del popolo, che non ha mollato il colpo. Se si volesse fare un paragone, verrebbe da pensare al presidente russo Vladimir Putin che sottovaluta il coraggio dell’oppositore Aleksej Navalny, tornato in patria pur sapendo che sarebbe stato arrestato. I bielorussi, nonostante le multe, i giorni di fermo, i sequestri di beni, non mollano e continuano a esporre bandiere, a vestirsi di bianco e rosso. I social network sono pieni di dimostrazioni della loro fantasia, nonostante siano controllati anch’essi. 

In pratica, un modo per logorare il regime sfidandolo continuamente.

Presto una legge sull’estremismo?

Il media indipendente Tut.by (che ha visto togliersi di recente l’accredito statale) ha dato notizia di  un appello firmato da alcuni cittadini che chiederebbero la classificazione ad “atto di estremismo” l’esibizione dei colori della vecchia bandiera. Secondo l’articolo, l’ufficio del procuratore generale avrebbe ricevuto una dichiarazione collettiva per classificare i simboli della Bielorussia indipendente al pari di quelli nazisti.

Intanto gli uffici di Symbal.by, shop che rifornisce di oggetti bianco-rosso-bianchi di ogni tipo, sono stati perquisiti e i suoi dipendenti trattenuti. Le spedizioni per l’estero di prodotti riconducibili all’opposizione sono stati sequestrati alla dogana e mai giunti a destinazione né restituiti al mittente.

Lukashenko, come può, cerca di frenare il processo di ricostruzione dell’identità nazionale che ormai da anni – e con un repentino scossone in questi ultimi mesi – scuote il paese. Ma a giudicare dalle iniziative che continuano a imperversare per tutto il paese, sembra proprio che nulla potrà contro questa nuova “ideologia democratica”.

Immagine: Anna Bardazzi

Chi è Anna Bardazzi

Nata nel 1982 a Prato, si è laureata in Scienze Politiche con una tesi sulla Bielorussia di Lukashenko. Dopo aver vissuto diversi anni all'estero è rientrata recentemente in Italia, dove si occupa di contenuti digitali e traduzioni. A marzo 2021 esce il suo primo romanzo, La felicità non va interrotta, edito da Salani. Collabora con East Journal dal 2020.

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