BIELORUSSIA: Il ruolo politico di una lingua

In Bielorussia due sono le lingue ufficiali: il russo e il bielorusso. A queste si aggiunge la trasjanka: una parlata che mescola elementi di entrambe, tanto diffusa da essere considerata la terza “lingua” del paese. Stando al censimento del 1999, il 73% della popolazione definiva il bielorusso come propria lingua madre, dieci anni dopo, secondo un altro censimento, solo il 53%. Data la presenza di due lingue ufficiali, indicare qual è la propria lingua materna in Bielorussia può essere particolarmente difficile. Talvolta viene considerata lingua materna quella parlata dagli antenati, indipendentemente dal fatto che l’individuo conosca realmente la lingua.

La lingua è uno strumento politico

La lingua gioca un ruolo fondamentale nel processo di costruzione di una nazione. In questo senso, il caso della Bielorussia è molto interessante. Nonostante la maggioranza della popolazione consideri il bielorusso lingua madre, solo una minoranza la parla quotidianamente e fluentemente.

A partire dagli anni ’80, la lingua bielorussa è diventata simbolo dell’indipendenza del paese. L’averla resa lingua ufficiale nel 1990 è stato più un atto simbolico che espressione di una vera e propria volontà politica. Alla fine degli anni ’80 il bielorusso rappresentava il più importante mezzo di comunicazione per gli intellettuali che appoggiavano le riforme di Gorbačëv. Secondo la politologa Alexandra Goujon, il fatto stesso di parlare bielorusso era una testimonianza di cultura nazionale. Per la sociologa Nelly Bekus, la lingua bielorussa aveva la funzione di simulacro dei valori tradizionali. L’utilizzo della lingua da parte degli intellettuali era un modo per denunciare il declino del suo insegnamento e parallelamente un incentivo a promuoverne l’uso. Tuttavia, anche dopo il crollo dell’URSS, quella che spesso viene definita la meno nazionalista tra le ex repubbliche sovietiche ha concesso una sola narrativa: quella che enfatizzava i legami con la Russia seguendo il progetto russificante e accentratore sovietico.

Il presidente bielorusso Lukašenko, durante il suo primo decennio in carica, è stato un grande sostenitore del restauro dell’Unione Sovietica. Quando è salito al potere nel 1994, ha privilegiato la promozione del russo, invertendo la rotta del graduale processo di sviluppo della lingua bielorussa. Lo stesso dichiarava: Non è possibile esprimere nulla di importante in bielorusso. Esistono soltanto due grandi lingue: il russo e l’inglese”. Di conseguenza, il bielorusso è diventato la lingua dell’opposizione e per certi versi una lingua di second’ordine. Nonostante il presidente abbia dichiarato più volte che la lingua bielorussa non costituiva alcun problema nelle università, oggi solo lo 0,2% degli studenti universitari studia in bielorusso. A questo proposito, i sostenitori della lingua e della cultura del paese hanno iniziato a organizzare corsi gratuiti per studiare la lingua bielorussa.

A dicembre dello scorso anno, mentre Lukašenko e il suo omologo russo Putin si incontravano per discutere l’agenda bilaterale, a Minsk si tenevano manifestazioni dell’opposizione bielorussa. Data la modesta mole di partecipanti si è pensato che i giorni dell’opposizione nel paese fossero finiti. Ma la verità è un’altra. L’opposizione, e in particolare la fetta che sostiene la lingua bielorussa, da un po’ di tempo a questa parte ha deciso di spostarsi dalla vita politica alla sfera culturale. Tramite nuove attività e progetti essi sostengono l’utilizzo della lingua bielorussa nella vita quotidiana.

La lingua non può far politica

La decisione di spostare il focus dell’azione deriva dalla natura autoritaria del regime bielorusso. Far politica, molto spesso, significa dover pagare prezzi molto alti: lunghi periodi di detenzione, multe, manganellate. La cultura, invece, è ancora relativamente libera, sostiene l’esperto della fondazione per la diplomazia popolare Kirill Averjanov-Minskij. Il campo politico appare dunque ‘ripulito’, i leader dell’opposizione del passato sono ora in esilio e le proteste in nome della patria radunano poche centinaia di fedelissimi. Ciò non significa che il loro impegno è svanito, piuttosto operano in maniera informale e ‘sotterranea’. Data la discrezione delle loro attività, i sostenitori del bielorusso sono arrivati a estendere la loro influenza alle camere del potere e, in alcuni casi, a cooperare con le autorità. Grazie alla più antica delle organizzazioni bielorusse per la promozione della cultura del paese, la TBM, è stata adottata una legge che regola gli appelli di cittadini e persone giuridiche, stabilendo l’obbligo per gli organi statali di rispondere nella stessa lingua dell’appello. La prima sentenza nel paese per l’uso della lingua russa è stata emanata quando un cittadino che aveva presentato appello in bielorusso ha ricevuto esito dal funzionario statale in russo. La TBM inoltre è impegnata in prima linea nella creazione del canale televisivo in lingua bielorussa Belsat e nella raccolta di firme per l’apertura di un’università di lingua bielorussa.

La risposta bielorussa all’ annessione della Crimea 

Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014, le idee nazionaliste hanno iniziato a fare proseliti in Bielorussia. Un mese dopo, lo stesso Lukašenko, che nel 1994 aveva definito il bielorusso una lingua povera, ha iniziato a rivendicarne l’importanza e durante un discorso tenuto in bielorusso (il primo in 20 anni di presidenza) ha dichiarato: “Non siamo russi, siamo bielorussi”. Il suo consigliere Kirill Rudyj ha osservato che la popolazione considera come principale minaccia allo stato la scomparsa della lingua bielorussa. Secondo alcuni attivisti, dal 2014 nel paese ha avuto luogo una vera e propria rinascita nazionale.

La tendenza a rivendicare la memoria culturale insieme a una certa forma di patriottismo ha generato svariati progetti culturali, l’istituzione di un giorno dedicato alla celebrazione del famoso ricamo bielorusso e la realizzazione di un cartone animato dal titolo Saremo bielorussi. Il fine di tali attività è ricordare ai bielorussi che “non sono russi, ma altri”, come dichiarato da un esperto dalla comunicazione. Tra questi, vale la pena citare Heta Belarus Dzietka, un libro che esplora con un pizzico di ironia i diversi aspetti della vita quotidiana nel paese e che mira a celebrare l’identità bielorussa in tutte le sue sfaccettature. Il libro è ‘figlio’ dell’iniziativa di Masha e Marta, due bielorusse nazionalizzate rispettivamente olandese e americana, che nel loro blog si occupano di diversi argomenti legati alla Bielorussia.

Il paese, che a metà degli anni ’90 fu definito dagli osservatori come uno stato denazionalizzato o, addirittura, uno stato con un desiderio di morte, si trova oggi di fronte a un bivio: porre fine al giogo imposto per anni da Mosca oppure unificarsi allo storico alleato. La scossa proveniente dall’Ucraina può fornire una grande opportunità ai parteggiatori della cultura bielorussa che devono, però, essere cauti. L’improvvisa virata di Lukašenko potrebbe nascondere interessi strategici. Oggi più che mai la lingua può essere un’affilata arma politica.

 

Foto: Google Immagini 

Chi è Lilly Marciante

Nata nella costa sud-occidentale siciliana. Dopo gli studi linguistici mi sono concentrata sull' area post-Sovietica. Attualmente frequento il secondo anno di magistrale MIREES presso l'Università di Bologna. Collaboro con East Journal da inizio 2020 occupandomi di Europa Orientale.

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