KOSOVO: Il paese di nuovo al voto, è l’ora del cambiamento?

Ci sono solo due certezze nella politica kosovara, dopo mesi di turbolenze e mirabolanti montagne russe. La prima di queste è che domenica prossima – 14 febbraio – si vota per il rinnovo del parlamento. È passato poco più di un anno dall’ultima tornata elettorale (ottobre 2019), ma sembra trascorso un secolo, tanti sono stati i rovesciamenti e i colpi di scena, alcuni davvero clamorosi.

Un anno vissuto pericolosamente

Quando a febbraio dello scorso anno il leader del partito nazionalista di sinistra Vetevendosje (VV), Albin Kurti, era riuscito – tra mille difficoltà – a formare il primo governo senza il Partito Democratico del Kosovo (PDK) dell’allora presidente della Repubblica, Hashim Thaçi, in molti avevano gridato alla svolta epocale. Un cambiamento che prometteva riforme economiche ma anche un nuovo corso su giustizia, sanità, istruzione. Una speranza che, alla prova dei fatti, s’è dimostrata vana e, persino, un po’ ingenua. Il germe della crisi, infatti, era intrinseco nella chimica stessa di quel governo – appeso al filo di una coalizione instabile – e, ancor di più, nella logica non scritta della consuetudine politica che prevede che al nuovo che avanza si anteponga, per reazione, il vecchio che resiste e s’arrocca.

È così – al di là delle motivazioni con cui il partner politico di VV in quell’esecutivo, la Lega Democratica del Kosovo (LDK), ha giustificato la propria marcia indietro – che si inquadra la fine di quell’esperienza, dove peraltro è stata pesantissima e determinante la longa mano degli Stati Uniti trumpiani. Sono bastati quattro mesi e il governo Kurti era già nel cassetto, rimpiazzato da un esecutivo targato LDK guidato dall’anonimo Avdullah Hoti, ma zeppo di volti noti e di vecchie volpi dell’agone politico.

Un governo benedetto dallo stesso Thaçi – sebbene formalmente il PDK sia rimasto all’opposizione – vero burattinaio dell’operazione, a dimostrazione che il confronto politico di quei mesi sconfinava, nemmeno troppo velatamente, in un vero e proprio scontro istituzionale tra i poteri forti dello stato.

I fattori “esterni”

Ma se la giravolta della LDK può essere contestualizzata nelle abituali dinamiche del contendere politico – non tra le più nobili ad onor del vero – molto meno prevedibile era l’impatto che fattori “esterni” avrebbero avuto sul paese nei mesi successivi. Innanzi tutto quello dell’ufficio del Procuratore, parte delle Kosovo Specialist Chambers and Specialist Prosecutor’s Office, la corte speciale istituita nel 2015 con lo scopo di indagare sui presunti crimini perpetrati dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) nel corso della guerra del Kosovo. Svegliatasi da un lustro di apparente torpore, la corte ha piazzato una raffica di provvedimenti e di azioni a tutto tondo arrivando a mettere in stato d’accusa niente meno che il presidente della Repubblica in persona (oltre ad altre figure di primo piano del panorama politico kosovaro), costringendolo, il 5 novembre scorso, alle dimissioni.

Ma il carico da novanta l’ha giocato la Corte costituzionale di Pristina che il 21 dicembre ha stabilito l’illegittimità del governo di Hoti – perché passato col voto determinante di un deputato condannato per frode e quindi incompatibile con la carica di parlamentare – spianando di fatto la strada alle elezioni di domenica prossima.

I sondaggi: sarà un Kurti 2.0

I capovolgimenti degli ultimi mesi hanno portato ad un quadro totalmente diverso della situazione politica in Kosovo, non tanto per il risultato in sé – Vetevendosje era dato vincente anche alla vigilia dell’ultima tornata elettorale – quanto per le sue proporzioni. Sulla carta, infatti, non sembra esserci partita, ed è questa la seconda certezza di cui si diceva poc’anzi. Tutti i sondaggi indicano, senza ombra di dubbio, che sarà Vetevendosje a vincere e a farlo a man bassa.

Sebbene vi sia una significativa discrepanza tra gli istituti statistici che in queste settimane hanno condotto i sondaggi d’opinione, Vetevendosje è accreditata all’ultimo pool disponibile di un consenso compreso tra il 44% e il 51%, una stima che significherebbe un raddoppio secco rispetto a quanto raccolto solo 16 mesi fa; un consenso oltretutto trasversale sia per “geografia”, come dimostrato dai dati scorporati per “distretto” dove VV domina incontrastato, con punte vicine al 70% nella capitale Pristina, che per demografia, con il partito di Kurti che prevale in tutte le fasce d’età, specie quelle più giovani. In alleanza con Kurti, novità delle ultime settimane, ci sarà anche Vjosa Osmani, attuale presidente della Repubblica ad interim e già candidata premier con la LDK alle elezioni del 2019. Se da una parte questa convergenza potrebbe maliziosamente apparire come la dimostrazione che le “alleanze variabili” sanno, ovunque, trovare una propria strada, dall’altra essa è congruente al voto contrario che la Osmani stessa espresse alla mozione di sfiducia promossa dalla LDK contro Kurti – un dissidio che le causò l’espulsione dal partito.

Sul fronte opposto sia PDK che LDK sembrano uscire ammaccati dalle recenti vicissitudini e pagano l’assenza di leadership in grado di raccogliere consensi, nonché la strutturale incapacità di rinnovarsi. Il caso Osmani è emblematico in tal senso: la giovane avvocatessa di Mitrovica, infatti, fu tenuta ai margini delle trattative che nelle settimane dopo il voto portarono al primo governo Kurti, marginalizzata all’interno del suo stesso movimento, a dimostrazione della resilienza della vecchia guardia a mollare il timone. È anche così che si giustificano il 20% circa e il 16-17% previsti rispettivamente per il PDK (guidato da Enver Hoxaj, in assenza dei leader storici Thaçi e Kadri Veseli, agli arresti all’Aja) e per la LDK (che ripropone Hoti come candidato premier), in calo rispetto a un anno fa. Ed è così che si inquadra, anche, il 7% assegnato all’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) di Ramush Haradinaj – unico altro partito a superare la soglia di sbarramento al 5% secondo i sondaggi. Un quadro a cui vanno aggiunti i partiti delle minoranze nazionali, a cui spettano dei seggi garantiti, che potrebbero giocare un ruolo importante per la nascita del nuovo esecutivo Kurti.

Nonostante la Corte costituzionale abbia decretato che lo stesso Kurti sia incandidabile a causa di una recente condanna penale, ciò non osta che egli possa comunque diventare il prossimo primo ministro kosovaro – sebbene ci sia da giurarci che ci sarà battaglia anche su questo. Esperienza vuole che i sondaggi vadano presi con le molle – appare insolitamente bassa la stima dell’astensione, per esempio – ma tutto lascia presagire che il Kosovo stia, veramente, cambiando corso.

Un corso che oltre a prevedere Kurti primo ministro, potrebbe vedere la stessa Osmani presidente delle Repubblica, carica che il nuovo parlamento dovra’ eleggere in primavera. Una doppia svolta alle porte, dunque, quella che si attende dal voto del 14 febbraio.

Foto: Pixabay

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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