KOSOVO: Crisi di governo in piena emergenza coronavirus, c’è la mano americana

In piena emergenza coronavirus, il Kosovo è attraversato da una seria crisi politica. Mercoledì 18 marzo, difatti, uno dei due partner della coalizione di governo, la Lega Democratica del Kosovo (LDK) ha dichiarato finita l’alleanza con Vetevendosje (VV), aprendo di fatto la crisi. Una mossa che ha fatto seguito alla decisione del primo ministro Albin Kurti di licenziare il ministro dell’Interno, Agim Veliu, esponente della LDK. Ufficialmente, la rottura è arrivata a causa di una differenza di vedute sulle modalità di affrontare la diffusione del coronavirus nel paese, ma le radici sono ben più profonde, ed arrivano fino a Washington.

Lo scontro sulla gestione dell’emergenza

Dietro la crisi del governo Kurti, in carica da inizio febbraio e fondato sulla coalizione tra VV e LDK, è centrale il ruolo giocato dal presidente della Repubblica Hashim Thaci. Per far fronte all’emergenza coronavirus, che al momento conta venti persone infette nel paese, Thaci ha difatti proposto di dichiarare lo stato di emergenza, che sposterebbe il potere decisionale dal governo al consiglio di sicurezza, retto dallo stesso presidente della Repubblica.

Una proposta irricevibile per il premier Kurti, che ha già adottato una serie di misure radicali per fronteggiare il virus, chiudendo le scuole quando ancora non si erano palesati casi di infezione nel paese. La proposta Thaci, però, ha ricevuto l’aperto endorsement da parte del ministro dell’Interno Veliu, della LDK, che è andato contro la posizione del governo: uno smacco che ha portato Kurti alla decisione di allontanare Veliu dall’esecutivo, con conseguente rottura con il partner di governo. Una rottura ufficializzata dal leader della LDK, Isa Mustafa, che ha annunciato una mozione di sfiducia verso il governo.

Le vere ragioni: la mano degli USA

La crisi, che ha del clamoroso alla luce di una situazione di emergenza mondiale, nonché delle enormi aspettative che avevano accompagnato la nascita del governo, ha radici che vanno ben oltre la gestione del coronavirus. Le vere ragioni, difatti, sono da trovare nelle crescenti pressioni degli Stati Uniti su Pristina per rimuovere le tariffe sui prodotti provenienti dalla Serbia (e dalla Bosnia Erzegovina), visto da Washington come passaggio necessario per riprendere il dialogo con Belgrado e giungere ad un accordo in tempi brevi, dando al presidente Donald Trump una buona carta da giocare nelle elezioni di novembre. Una linea pienamente incarnata da Thaci, il padre padrone della politica kosovara degli ultimi vent’anni, che, nonostante la sconfitta del suo partito, il Partito Democratico del Kosovo (PDK), alle ultime elezioni, non ha rinunciato al suo attivismo, culminato in un incontro con il presidente serbo Aleksandar Vucic alla Casa Bianca ad inizio marzo, secondo alcuni conclusosi con la firma di una bozza di accordo tra Kosovo e Serbia.

Questa linea, però, ha trovato un ostacolo nel primo ministro Kurti, favorevole ad una rimozione graduale delle tariffe, in cambio di passi concreti da parte di Belgrado, sulla base di un rapporto di reciprocità: una posizione non condivisa dal partner di governo, la LDK, che ha richiesto di adeguarsi, senza esitazioni, alle richieste americane. Sottoposto alle pressioni di Stati Uniti, presidente della Repubblica, opposizione e partner di governo, Kurti, pur di non tradire una delle sue principali promesse fatte in campagna elettorale, ha realizzato l’impossibilità di continuare. Lo scontro con il ministro dell’Interno è stata perciò l’ultima goccia di una relazione ormai compromessa tra i due partner di governo.

Le prospettive

Si aprono ora diverse prospettive. In piena diffusione del coronavirus, le elezioni non sembrano un’opzione praticabile, almeno nel breve periodo. Una volta votata la mozione di sfiducia al governo, molto più probabile è la nascita di una nuova coalizione LDK-PDK (più altri partiti minori), che manderebbe Vetevendosje nuovamente all’opposizione. A quel punto, non ci sarebbero più ostacoli alla rimozione delle tariffe, e Thaci avrebbe mano libera per trattare con il suo omologo Vucic sotto la guida americana. Si tratterebbe di un ritorno al passato, un tradimento di tante aspettative, uno scenario clamoroso, su cui sono evidenti due firme: una a Pristina, quella di Hashim Thaci, e una a Washington, quella di Donald Trump.

Foto: TetovaNews

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