“La voce di Ajla”. Tessere i fili della storia attraverso i sogni

Sin dall’antichità, il tema della guerra è stato tra i più presenti nella letteratura, nella storia, nei giornali e nei media. Nei secoli la guerra è stata raccontata attraverso le gesta di uomini mitici, eserciti invincibili, condottieri valorosi e popoli eroici. Dei conflitti armati si sono raccontati gli episodi più deprecabili e momenti di estrema dignità e umanità.

Le guerre, in ogni caso, lasciano segni indelebili su chi le ha vissute, stravolgono le vite e aprono le porte a un futuro del tutto imprevedibile.

Il primo romanzo di Maria Silvia Bazzoli, “La voce di Ajla edito nel 2020 da Forum, si inserisce in quel filone di libri che concentrano la propria attenzione sulle conseguenze dei conflitti nelle vite che ne hanno subito l’impeto e la brutalità. Non si parla tanto della storia collettiva di un popolo, comunque presente tra le pagine del romanzo, ma di quella individuale e familiare di due donne: una madre, Ajla, e sua figlia, Alina. Ajla è una delle vittime dei tanti stupri avvenuti in Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1995, un conflitto dove

«il corpo delle donne, ‘il nemico riproduttivo’, è diventato il campo di battaglia su cui lasciare l’impronta» (dalla postfazione di Nicole Janigro).

Di quell’evento tragico Ajla ne pagherà le conseguenze per tutta la vita sin da quando, per scappare agli orrori del conflitto, è costretta a marciare per lungo tempo al freddo, senza cibo, verso una meta lontanissima, portando con sé il peso di una gravidanza.

Il racconto permette di ricostruire le vicende personali di Ajla attraverso l’unica voce che le è rimasta: quella dei ricordi, di una drammaticità unica che lascia, davvero, senza parole. Lei stessa non sa più esprimere nulla da quando un gruppo di paramilitari serbi ha sterminato la sua famiglia e torturato il suo grande amore, Branko Mihailović.

Senza parole, cosciente che mai niente e nessuno potrà aiutarla a superare il trauma, Ajla, nonostante le difficoltà di una vita da profuga senza casa e senza legami affettivi con la propria terra, riesce a crescere una figlia tra le ville pubbliche e i giardini di Parigi. Alina non ha mai sentito parlare la madre, ma entrambe sono «collegate da un filo invisibile. Come fossero un’unica entità». Nonostante questa loro sintonia, Alina non sa nulla della vita passata della madre. Un problema per lei irrilevante, una questione tutto sommato superflua, almeno fino a quando non è costretta ad affrontarla, ormai adulta. Alina vive a New York, dove lavora come fiber artist, quando riceve una telefonata da Parigi con la notizia che sua madre è ricoverata in ospedale per una sorta di esaurimento nervoso a cui i medici non riescono a dare spiegazione.

Tornando nella città dove è cresciuta, Alina si rende conto di essere una ragazza senza passato. Una figlia che non conosce neppure il corpo della madre e le sue cicatrici. Con un cognome che non è il suo ma quello della famiglia, francese, che le ha accolte in casa loro. In quel letto di ospedale Alina e Ajla comunicano tramite i sogni. La figlia si ritrova così catapultata in un luogo e in un contesto che non riconosce, ma che sua madre ha tenuto intatto nella sua mente.

Da quei sogni e dalle parole raccolte quasi per caso dagli amici che l’hanno cresciuta e che hanno aiutato sua madre una volta giunta a Parigi, Alina comincia a collegare i punti della sua storia, a «cucire le due Aline, quella del prima e quella del dopo» da cui, secondo la sua amica newyorkese Helen, nascerà «una terza Alina». Esattamente come nel suo lavoro, la giovane artista tesse i fili di una storia che si intreccia con altre mille: quelle della gente comune vittima di una guerra fratricida, quelle dei profughi nei campi di accoglienza italiani o ancora quelle dei campi informali sotto i ponti di una ricca e fredda Parigi.

Inizia così per lei un viaggio a ritroso per ricostruire la storia, sua e di sua madre, per capire il perché di quel silenzio lungo una vita, dell’abbandono a cui Ajla si è lasciata andare. Passo dopo passo, lentamente, Alina troverà la giusta strada e proverà a inserire tutti i tasselli al loro posto. Proverà a dare rimedio ai danni della guerra, a unire ciò che il conflitto ha separato, a dare voce a un passato tremendamente silenzioso.

La ricostruzione minuziosa, tramite i sogni e i pensieri di Ajla, di ciò che spesso accadde alle donne nel conflitto bosniaco tra il 1992 e il 1995 riesce a trasmettere un profondo senso di angoscia e brutalità. Non solo nella mente di Alina ma anche in quella del lettore, trasformato in una sorta di osservatore impotente davanti alla barbarie della guerra. Non sempre però, la guerra riesce a distruggere tutto. Alina lo sa e prova a ricostruire dalle macerie una nuova vita, per sé e sua madre.

Immagine: Osservatorio Balcani e Caucaso

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, ha svolto un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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