BOSNIA: La città di Mostar al voto dopo 12 anni, avanti i partiti nazional-conservatori

Domenica 20 dicembre i cittadini di Mostar hanno votato per eleggere il consiglio comunale. Non succedeva da 12 anni. Dei circa centomila aventi diritto, il 55% si è recato alle urne e si è registrata solo qualche irregolarità minore.

I risultati parziali vedono in testa la coalizione croata dell’HDZ BiH con il 37,5% dei voti, quindi il blocco dei partiti bosgnacchi guidati dall’SDA (29,5% dei voti) e i social-liberali SDP-NS (11,3%), seguiti da indipendenti croati HRS (7,7%) e lista serba (4,3%).

A differenza di Sarajevo e Banja Luka un mese fa, i partiti nazional-conservatori sono rimasti saldamente in testa, ma social-liberali e indipendenti saranno l’ago della bilancia. Servono 18 consiglieri su 35 per la nomina del nuovo sindaco, e ben due terzi per le modifiche allo statuto cittadino.

Dodici anni senza elezioni comunali

A Mostar, una città divisa fra una parte orientale a maggioranza bosgnacca e una occidentale a maggioranza croata, non si votava dal 2008, quando era stato eletto il sindaco Ljubo Bešlić, candidato dell’Unione Democratica Croata (HDZ BiH).

Nel 2010 la Corte Costituzionale aveva abrogato la formula elettorale per Mostar, che prevedeva 17 consiglieri eletti in un collegio unico, e altri 18 in sei collegi territoriali (tre ciascuno), nonostante la disparità di popolazione. Una discrepanza statistica che secondo i giudici inficiava il principio di uguaglianza del voto. La palla passava quindi al Parlamento, dove, in mancanza di un accordo politico e quindi di base legale, per un intero decennio si precludeva ai cittadini di Mostar la possibilità di eleggere i propri rappresentanti.

Nel frattempo la città è rimasta sotto il governo ad interim del sindaco Bešlić, oggi anziano e malato, affiancato da Izet Šahović, capo del settore finanze del comune ed esponente del Partito d’Azione Democratica (SDA). Per tutto un decennio Bešlić e Šahović hanno gestito da soli il bilancio cittadino, senza alcuna supervisione da parte del consiglio comunale, il cui mandato era scaduto nel 2012 e non era stato rinnovato. Una situazione di totale mancanza di trasparenza, denunciata da più parti. Secondo Marin Bago, della ONG Naše društvo (“La nostra società”), i due partiti egemoni non volevano nuove elezioni perché queste avrebbero disturbato il loro controllo monopolistico sui fondi cittadini.

Gli effetti dello stallo sono diventati presto visibili anche nella concreta quotidianità della città: il trasporto pubblico è stato spesso in affanno, proprio come la raccolta dei rifiuti. La discarica di Uborak, che avrebbe dovuto essere chiusa già nel 2014, ha continuato a operare nonostante i permessi scaduti, mentre il nuovo depuratore cittadino, finanziato dall’Unione europea e pronto dal 2017, non è mai entrato in attività, facendo sì che le acque reflue continuassero a essere scaricate direttamente nel fiume Neretva. E mentre continuava la duplicazione dei servizi pubblici, uno per ciascuna parte della città, le strade e gli edifici della stessa cominciavano a mostrare importanti segni di degrado, specialmente fuori dal centro storico.

Nell’ottobre 2019, la 35enne Irma Baralija, del partito civico-liberale Naša Stranka, ha vinto il ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, la quale ha dato sei mesi al parlamento della Bosnia-Erzegovina per garantire il diritto di voto ai cittadini di Mostar. Un accordo tra HDZ e SDA nel giugno 2020 per una nuova formula elettorale, sostenuto anche dalla comunità internazionale, ha infine permesso lo svolgimento delle elezioni comunali.

I dubbi sull’accordo

L’accordo che ha portato alle elezioni non è stato comunque scevro da critiche: secondo Bodo Weber, del Democratization Policy Council, si tratta di un accordo solo tra i gli stessi partiti di stampo nazionalista, HDZ e SDA, responsabili dello stallo e della divisione della città. La stessa Irma Baralija ha sottolineato la propria frustrazione: “SDA e HDZ sono i responsabili del problema di Mostar, non i fautori della soluzione”. Amna Popovac, altra candidata indipendente, ha chiesto alla comunità internazionale di vigilare anche dopo il voto.

D’altra parte, l’ambasciatore UE in Bosnia Erzegovina, Johann Sattler, ha definito l’accordo un passo importante verso una normalizzazione e ha assicurato che la comunità internazionale continuerà a seguire la situazione. Anche il Commissario europeo all’allargamento Olivér Várhelyi aveva invitato i cittadini ad andare alle urne, sottolineando come la soluzione dello stallo di Mostar sia inclusa nelle 14 priorità chiave per l’integrazione europea della Bosnia-Erzegovina.

Le speranze deluse e i prossimi passi

Nelle settimane precedenti molti trentenni che hanno votato per la prima volta si erano detti entusiasti di andare alle urne, nella speranza in un cambiamento. Un sondaggio dell’Università di Edimburgo del 2018 aveva confermato che il 70% dei cittadini di Mostar fosse accomunato dal desiderio di una città unita.

Le urne hanno confermato la predominanza degli stessi partiti nazionalisti che hanno frenato lo sviluppo e l’unificazione della città nello scorso decennio. Ma la ricostituzione delle strutture di governo della città resta un passo in avanti perrimettere in sesto una città che mostra i segni del malgoverno. La presenza di forze d’opposizione in consiglio comunale potrà favorire la trasparenza e condizionare l’operato degli amministratori pubblici. L’obiettivo, per i candidati civici, è di conquistare la fiducia dei cittadini dall’opposizione, spingendo chi ha voglia di unità a non cedere al ricatto del votare i nazionalisti per non lasciare la città in mano a “quelli dell’altra parte del ponte”.

Foto: Kemal Softic

Chi è Dino Huseljić

Studente dell'Università di Pisa, cresciuto in Bosnia-Erzegovina e formato in Lombardia. Si interessa di Balcani e di tutto ciò che riguarda il calcio. Dal 2019 scrive su "Gli Stati Generali".

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