BOSNIA: La rimozione della targa dedicata a Karadžić e quei simboli che dividono

Una targa dedicata a Radovan Karadžić è stata rimossa dalla facciata del dormitorio studentesco di Pale, cittadina a pochi chilometri da Sarajevo, nella Republika Srpska (RS) – l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. Vi era stata posta nel marzo del 2016 nel corso di una cerimonia solenne cui avevano partecipato Milorad Dodik, allora presidente della Republika Srpska, nonché la moglie e la figlia dello stesso Karadžić, Sonja.

La targa delle polemiche

La rimozione della targa è stata eseguita a inizio dicembre proprio su indicazione di Sonja Karadžić che nei giorni scorsi si era pubblicamente dichiarata stanca dell’”abuso del nome” del padre e della strumentalizzazione politica che ruotava attorno ad esso, lamentando non meglio precisate pressioni esercitate su di lei e sui membri della sua famiglia.

Effettivamente la collocazione della targa era stata accompagnata fin da subito da uno sciame di polemiche e rivendicazioni incrociate. Polemiche che avevano ripreso vigore lo scorso anno, quando la sentenza d’appello a Radovan Karadžić aveva posto la parola fine all’iter giudiziario del primo presidente dell’autoproclamata Republika Srpska dichiarandolo definitivamente colpevole di una decina di capi d’imputazione, tra cui quelli di genocidio e crimini contro l’umanità.

Nei mesi successivi il parlamento della Federazione di Bosnia (FBiH, l’altra entità della Bosnia Erzegovina a preponderanza bosgnacca e croata) aveva infatti adottato una risoluzione per vietare la dedica di strade e luoghi pubblici a persone condannate per crimini di guerra. Una risoluzione, ovviamente, non recepita nella RS e che stenta ad essere rispettata persino in FBiH, come nel caso di Mostar dove sono diverse le strade del settore ovest (a maggioranza croata) intitolate a funzionari militari e politici dello Stato indipendente di Croazia, alleato della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Ma le pressioni cui si riferisce Sonja Karadžić sono, con ogni evidenza, ben altre e sono quelle messe in atto su Dodik – e quindi di riflesso su di lei – dall’austriaco Valentin Inzko, Alto Rappresentante internazionale (OHR), responsabile della supervisione dell’attuazione dell’accordo di Dayton che dal 1995 regolamenta la vita politica del paese. Pressioni, peraltro, esercitate pubblicamente già nel corso della cerimonia commemorativa a Srebrenica, lo scorso luglio, e rinnovate a inizio novembre con un documento ufficiale di rara durezza indirizzato al consiglio di sicurezza dell’ONU e in cui arriva ad indicare Dodik come protagonista attivo nel processo di glorificazione dei criminali di guerra prospettandone “un divieto di viaggio in tutti i paesi dell’UE e in tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite” qualora non avesse rimosso la targa nel dormitorio di Pale.

La guerra dei simboli

Fin dalla fine della guerra le storie come quella della targa di Pale hanno assunto un valore simbolico di importanza fondamentale, da una parte e dall’altra, una sorte di appendice del conflitto combattuta a suon di statue, monumenti e quant’altro ritenuto utile al disconoscimento delle proprie colpe e, di converso, alla rivendicazione delle proprie ragioni, specie quelle identitarie. Un’appendice solo apparentemente incruenta ma che, come argomentato da Amer Delić, membro del Center for Nonviolent Action and Marking the Unmarked Suffering Sites, sottende un’intenzione militarista, quella di incutere timore, di minacciare. E in questo suo intento è equiparabile ai raduni e alle manifestazioni intimidatorie, come quelle che annualmente si tengono a Visegrad organizzate dal locale gruppo cetnico – tre membri dei quali proprio in questi giorni sono stati rimandati a processo.

Non è un caso che lo stesso Dodik durante la cerimonia di svelamento della targa di Pale avesse parlato di “momento fortemente simbolico” indicando Karadžić come l’uomo che aveva “gettato le basi della Republika Srpska”. Ed è in questo ambito che si contestualizza il comunicato di questi giorni dell’Unione degli studenti della RS con cui, oltre ad indicare la RS come la propria patria e Karadžić come il suo fondatore, si sottolinea anche che “lo rispetteremo e lo ricorderemo sempre”.

Non sorprende, dunque, che in questa sorta di contesa non dichiarata non si badi a spese: solo negli ultimi quattro anni in Bosnia sono stati spesi almeno 2 milioni di euro per la realizzazione di monumenti commemorativi in onore delle vittime militari e civili della guerra in Bosnia e un altro mezzo milione è stato impiegato nella manutenzione di quelli esistenti, con il comune di Novi Grad a Sarajevo a guidare la classifica delle municipalità più “generose” con oltre 200 euro stanziati.

Simbolismo e negazione

Tutto questo simbolismo è parte integrante – ne è anzi una componente essenziale – del processo di negazione e revisionismo storico che da decenni è in corso in tutto il paese. E che ne innerva sempre di più il tessuto sociale trovando nuove modalità attuative: compresa quella – subdola – della banalizzazione che si cela dietro a formule come “se il problema più grande è la targa sul dormitorio studentesco… [significa] che tutti i problemi più grandi sono stati ovviamente risolti” (ancora dal comunicato dell’Unione degli studenti).

Un processo che negli ultimi anni pare avere trovato nuova linfa e nuova forza persuasiva, spesso alimentata da una classe dirigente che vive nello scontro identitario la conditio sine qua non della propria (personale) sopravvivenza politica. Srebrenica incarna in tutta la sua drammaticità questo fenomeno ma nella Bosnia delle mille statue e dei mille vessilli gli esempi, purtroppo, non mancano.

Foto Detektor.ba

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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